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L’oro senza più vitello

Giancarlo Calciolari
(26.05.2014)

Il primato del fallo dispiegandosi come macchina di divisioni oppositive costituita dai tre principi dell’antivita di Aristotele, che chiama: principio di non contraddizione, principio d’identità e principio del terzo escluso, è la vera macchina di morte: della parola, della materia, del linguaggio, dell’aria delle galassie. L’Altro è espunto e dallo stesso allo stesso passando per lo stesso si compie il viaggio circolare. Il viaggio nel tempo. Dai gemelli del paradosso di Langevin (uno rimane sulla terra e l’altro è inviato nel futuro alla velocità della luce: dopo un anno non avrannno la stessa età) si tratta di padri e figli al posto dell’Altro. Ossia fratelli sempre alla ricerca di padre perché il parricidio teologico ha avuto luogo nel tempo primordiale. Fratelli che ammettono le donne tra la caccia e la circolazione, spiegando alle recalcitranti la lezioncina sul perché ci sia una sola libido.

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Hiko Yoshitaka, "Texte", 2007, tecnica mista su tela

Che cosa offre il primato del fallo? L’accesso diretto al godimento. Questa è l’idealità per gli umani. E invece che cosa accade? Che il godimento per accesso diretto è godimento di godimento, ossia godimento sostitutivo. Ecco perché l’idea dell’accesso diretto è l’idea stessa dello spreco. I principi di Aristotele sono i principi dello spreco. Il soggetto in Cartesio è l’uomo dello spreco. Il Dasein di Heidegger arriva sino alla giustificazione dello spreco degli umani fagocitati dalla tecnica dominante.

Impossibile affrontare la vita e il suo viaggio facendo ricorso al primato del fallo, tra liturgie e cerimonie ispirate al deus ex machina, che garantendo le dicotomie oppositive non lascia argine alla libertà della parola. Affrontare la vita con la propria idea, la propria supertizione, il proprio fantasma di salvezza vale a sottomettersi all’ordine del primato del fallo e soccombere, qualsiasi maschera s’indossi nel carnevale della vita.

Il fallo è ancora questo: la macchina e la tecnica, ovvero l’invenzione e l’arte si sottopongono al viaggio circolare, alla causa finale, alla memoria negata, all’animale fantastico anfibologico. Per questa ragione, per chi situa la sua vita tra le coppie oppositive, non c’è nessuna invenzione e nessuna arte. Il primato del fallo è quello dell’animale anfibologico, uomo o donna, felice o infelice, vittorioso o sconfitto, sommerso o salvato, euforico o disforico. Fallo come deus ex machina, in tutti i suoi avatar, compreso la creatura del sistema gnostico eretto da Cartesio contro la modernità, che invece appartiene a Galileo Galilei: il soggetto. Che la questione del fallo richieda altra analisi ancora da parte di Judith Butler lo si riscontra dal mantenimento della categoria di soggetto che vale al mantenimento del primato del fallo. E si tratta di leggere altrimenti Foucault e Freud.

Il primato del fallo è la dicotomia sociale e politica nella stratificazione, in tal senso è il riflesso in terra della gerarchia divina. Ordine della mortificazione. Protocolli di ricerca della verità e tutti i precetti dell’accettarsi, dell’autorizzarsi, del vendersi, dell’amarsi, dello stimarsi, in un processo di soggettivazione la cui altra faccia è l’assoggettamento. Nulla di strano che questo soggetto attenda: il balzo della belva che lo azzannerà, il padre buono, il messia, l’apocalisse. E due schiere di officianti che millantano il credito del padre messo a morte. E l’impegno mediatico garantisce la loro ignoranza dotta, il loro senso della vita, la significazione della differenza sessuale.

La scrittura fallica è l’impero stesso della scrittura ontologica, sostanziale e mentale, circolare. Scrittura dominante e scrittura dominata sono i due versanti. La prima comanda come sia lo standard della scrittura e la seconda è comandata e per lo più esegue. Poi l’imperium non regge, e questa è un’altra vicenda. Sorge una scrittura che non c’era prima, che non esce dalla farmacia di Platone. Non sarà quella di Derrida. La scrittura secondo l’artimetica della vita.

L’attesa come questione chiusa, come attesa dell’avvenire, è indagata nelle sue figure letterarie da Ginevra Bombiani. Non è ancora l’attesa assoluta, modo dell’apertura da cui procedono le cose senza ritorno. Il fallo è l’idea di ognuno in quando diviso in due, padrone e schiavo del proprio viaggio circolare. La prolessi dell’avvenire è l’anticipazione di ciò che ognuno vede come futuro. Il viaggio nel tempo è l’economia stessa del negativo. E l’attesa è quella del positivo ideale. Ragione del ritorno.

Come cessa il viaggio circolare col doppio standard fallico? Come non eludere più la prova e quindi non affidarsi più al probabile e alla statistica? Intanto sospendendo l’immaginazione e la credenza nelle coppie oppositive che dovrebbero governare la gerarchia. Epoché della gerarchia, dell’isolamento e della compagnia. Nessuna fuga nel deserto o nella foresta. Più nessuna copertura, più nessun rifugio, più nessuna idea di sé come ombrello personale o sociale. Più nessun legame supposto sociale.

Certo l’impianto fallico può impiegare molto oro del suo vitello: anche il fantasma di sconfiggere la solitudine, ponendo la condizione non nell’ostacolo assoluto ma nell’animale anfibologico, condizione comune del viaggio circolare, senza distacco e senza intoccabilità.

Nota a margine del libro di Armando Verdiglione, L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012.


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30.07.2017