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L’edificio della parola e l’impalcatura del discorso

Giancarlo Calciolari
(19.05.2014)

Il fallo si da come il giusto uso della parola e del linguaggio. Pratica quindi la caccia all’usura, che è della metafora, della metonimia e della catacresi. Inoltre anche della deduzione, della seduzione e della traduzione o abduzione, che Peirce chiama anche retroduzione.
Principio di non contraddizione: caccia alla metafora.
Principio di identità: caccia alla metonimia.
Principio del terzo escluso: caccia alla catacresi.
La caccia dei cervelli, la caccia delle donne, la caccia dei neri, la caccia degli ebrei, sono corollari del primato del fallo, del compromesso tra teologia e politica. E si tratta anche del primato dell’immaginazione e della credenza nella caverna come prigione.

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Opera di Ettore Peroni

Evitare la contraddizione (filosofia, logica e matematica sono in questo viaggio circolare), ricercare l’identità e escludere il terzo sono pratiche del fallo. Creazioni della monolibido maschile la cui problematicità è avvertita solo dal femminismo. Il fallo promette la vita assoluta e invece ne offre il surrogato algebrico e geometrico; e così Lacan “offre” alle donne il godimento al di là del fallo. La sopravvivenza. Richiede l’economia del viaggio, dell’arte, della cultura, dell’impresa. Economia dell’equivoco, economia della menzogna, economie del malinteso. L’intesa fraterna, che è sempre un aspetto del fratricidio, insegue l’univoco e il vero della chiarezza e della distinzione logiche, che sono anche sociali. Anche nell’indigenza che sfiora la miseria Peirce non accetterà mai il reddito della moglie per il loro sostentamento. Accetterà invece il dispositivo di colletta costruita dall’amico William James. Accettabile il contributo economico dell’amico, inaccettabile quello della moglie…

Dallo stesso (Selbst) allo stesso passando per lo stesso (il conio è di Heidegger), il primato del fallo è il primato dell’uno, dell’unicità e dell’unità. E’ anche una delle ragioni che ha forgiato: pensiero della differenza. Sebbene la differenza sia impensabile. Il pensiero stesso è impensabile.
Il principio dell’uno sopprime la catacresi, l’abuso linguistico, l’abduzione, l’ipotesi del nuovo. E’ l’ipotesi dello stesso che ritorna.
Il fallo non può che praticare l’economia dell’influenza, che è anche induzione alla prostituzione. Induzione allo stupro. Economia della violenza resa transitiva. La violenza degli uomini sulle donne è garantita dal primato del fallo. Economia della violenza di genere, anche nell’economia dell’incesto promossa dai gender studies.
Quindi economia della violenza e della rapina del tempo, poiché il regno del fallo è circolare, è temporale. E ogni alba rinasce dalle sue ceneri. E’ il suo miele. E solo le streghe trovano freddo lo sperma del diavolo.

Il primato del fallo è il principio dell’estorsione legale e morale degli A sui non-A. E si realizza anche come psicopatologia dei non-A. Le rare patografie degli A confermano la stabilità del principio di omertà (sull’insistenza strutturale del fallo e del suo primato).
La liturgia e la cerimonia sono aspetti dell’apparato di vestizione dell’invisibilità del fallo. Altrimenti i potenti si mostrano nudi come il re della favola di Andersen, sprovvisto del secondo corpo, identificato da Kantorowitz.
Armando Verdiglione situa il prestito come modo dell’apertura, modo del due. Il prestito come interrogazione aperta. E la restituzione non è del prestito ma in altra cifra.
Dal prestito procedono il debito e il credito. Tolto il debito c’è l’immaginazione. Tolto il credito c’è la credenza.
“Il prestito come modo dell’apertura intellettuale” (29). Chi si attiene al primato del fallo non impresta nulla, e questo indifferentemente dal sentirsi in debito o in credito.
Il fallo ha l’idea del prestito, del debito e del credito. E l’idea della cifra è la “decifra”, la base della decifrazione, teorizzata anche da Lacan, che non ha dissolto e articolato l’immaginazione e la credenza nel fallo. Immaginazione che è tutta la legittimità delle pretese del fallo.
Attenendosi al primato del fallo è un obbligo non solo prestare al re, ma a chi nei vari strati della gerarchia “ha”. Non si presta a chi non ha. Tale è il discorso bancario.

“Il prestito o il danaro”. Il denaro come relazione e non la relazione di danaro. L’uomo di danaro. La donna di danaro. La genealogia del danaro.
Puro e impuro è una divisione fallica. L’intero non è né puro né impuro. L’albero della vita è indivisibile nell’albero della conoscenza del bene e del male. Il fallo come relazione (non relazione fallica) è la diagrammatici delle dominazione: non la grammatica del nominabile e dell’innominabile.
Il fallo, non più connesso al primato e all’ultimato, sospende la grammatica dei sessi, che è l’altro nome della guerra. Il fallo come modo dell’apertura, della giuntura e della separazione. Non c’è nessuna genealogia delle giunture e delle separazioni. E non c’è nessuna sutura tra la giuntura e la separazione. Nessuna congiunzione degli opposti.

Questo fallo non fallico non ha nulla a che vedere con l’idea che uno o una ha del fallo. E l’idea non è visibile né invisibile. Il fallo inconcetto e inconcepibile. Il fallo che nessuna donna può strappare all’altra donna. Il fallo per cui non c’è più madre fallica. Il fallo per cui si vanifica ogni protesta virile.
Per il concetto di fallo – concetto che vale il primato – tutto deve procedere dalla copertura. Senza l’adeguata copertura nessun prestito, legale. E il colmo è l’illegalità di sostenere prestiti insostenibili, ma subito trasparenti se si valutano le “relazioni”. Non il valore che procede dalla relazione ma le relazioni di valore, anche quelle che permettono alla nomenclatura di non pagare le multe.

Anche il viaggio deve procedere dalla copertura fallica. Nessun viaggio senza copertura. X è un sottoricoprimento finito dello sfinito Y. Nessun si muove nel circolo universitario. La fabbrica degli x-men e delle x-woman finziona a pieno regime. Si stanno creando nuovi generi per non escludere nessuno. Come se il non standard fosse il nuovo standard.
Il tavolo, il banco, il letto sono tollerati (nell’occidente) purché sotto il segno del fallo, dello scettro del potere, fattosi segno: ma nel senso di Bedeutung (tradotto con “significazione” da Frege e da Gödel) più che di Zeichen (impiegato da Freud quando dice che non c’è “segno” di realtà nell’inconscio). E così la tavola si divide: tavola dei veleni e tavola dei rimedi. La scuola dei buoni maestri e la scuola dei cattivi maestri. La banca del piacere e la banca dei prodotti derivati tossici. La banca originaria e la banca derivata. Il letto degli amanti e il letto di Procuste.

L’insegnamento e la formazione sono tollerati purché dominati e controllati dall’interrogazione chiusa, dalla copertura sociale e politica. Per tanto l’ipotesi del nuovo rimane indominabile e incontrollabile. E non è il caso di lasciare l’università alle sue coperture. E’ una ragione per leggere il discorso universitario.
La copertura non riesce mai: è in balia del terremoto e del maremoto. Il sistema di Aristotele non s’impianta mai. L’impianto logico del fallo di Lacan non s’instaura mai. La relazione resta ingenealogica. La copertura non chiude l’apertura. La tenda è attraversata dallo squarcio. E così la tavola intellettuale e il banco del banchiere. Non solo la tela di Lucio Fontana.
La condizione del viaggio è il sembiante e non il fallo, che non divide, non separa il punto dal contrappunto, il transfert dall’identificazione.

La mano della scimmia umana sa cosa fare, sa ciò che vuole, sa ciò che può fare. Questo è il totem, il resto è tabù. La mano dell’uomo prende l’oggetto in tutta la sua concettualità. Ma il sembiante ha come proprietà anche la distinzione (Verdiglione ha rubricato più di trenta proprietà o cifremi del sembiante). E è per la logica della distinzione, la logica dei punti, che non si confonde più il sembiante con il fallo. Mentre nel senso dell’indistinzione la clinica di Lacan è una clinica del fallo, con la sua ortopedia e la sua ortodossia.
Qual è la copia della vita che propone Platone? La prigione. Il sistema caverna. Possessori e posseduti. Dominatori e dominati. Immaginatori e immaginati. Carcerieri e carcerati. Algebristi e geometristi.

Il fantasma di padronanza e di controllo è dato come immaginazione e credenza all’interlocutore. “Immagina tu gli umani prigionieri…” “Somiglia tu gli umani…” Somiglianti e dissomiglianti.
Chi da l’immaginazione e la credenza è la guida, in tutte le sue accezioni nelle varie lingue. Alcune già utilizzate come lingue dell’impero. Heidegger, il pastore dell’essere, suggerisce di non seguirlo, ma di seguire l’andatura del suo passo. Perbacco! Questo è il dispositivo maestro-allievo preso nell’ontologia, com’è stato il caso con Medard Boss.
La guida del primato del fallo, che permette a Heidegger di scambiare Hitler per un alfiere dell’essere, è contro la libertà della parola, è contro le donne, è contro gli uomini non identici allo standard nazista. Contro gli uomini etichettati non-A, non uomini. Contro gli ebrei, contro i zigani, contro gli omosessuali…

Ecco perché le guide universitarie, e tra loro i relatori di tesi, sono contro la libertà linguistica. Contro la libertà dell’arte e contro la libertà della cultura. E il discorso scientifico è contro la libertà della scienza.
Dove reperire il fallo nella Bibbia? Non solo nell’animalismo, nel totemismo, nell’albero gnostico: il reperimento più fruttuoso in ipotesi nuove è l’idolo. L’immaginazione e la credenza nell’idolo è il primato del fallo prima della sua formulazione da parte di Freud.

Il primato del fallo è anche primato della rappresentazione, che si esalta come primato della trasparenza di ciò che appare. Contro questo primato Bernard Hreglich, poeta, intitola la sua prima poesia della raccolta “Trasparenze”: “Granito”. Elogio dell’ossimoro. L’apertura senza più soggetto.
Il fallo comanda l’ordine della rappresentazione tra liturgia e cerimonia. Il suo cielo è algebrico e geometrico e esclude ciascun elemento intellettuale, linguistico. Sutura lo squarcio della tenda, chiude il labirinto e anche i battenti del paradiso. E chiude la banca, che è un aspetto della superficie come taglio. E così oscilla tra il baratto e gli usurai, per una usura naturalissima o artificialissima.

Non basta la sospensione del principio del terzo escluso che ha prodotto il rinascimento e la prima irruzione delle donne sulla scena, prima condannate allo spazio privato della casa. Occorre la sospensione del principio di non contraddizione e del principio di identità. In alcune logiche, come quella intuizionista, è parzialmente sospeso il principio del terzo escluso. E a questo proposito si parla di analisi non-standard.
Per ironia possiamo dire che il pilastro dell’edificio fallico è il principio di non contraddizione. Non c’è logico, filosofo, matematico, che possa anche solo sfiorare un’altra lettura del principio di non contraddizione che non sia quella standard.

Sulla paura del sembiante si erige il primato del fallo e sulla paura del tempo si erige la sua altra faccia come principio della copertura, che per Verdiglione è principio della trasparenza e della rivelazione.
Dalle pitture della villa dei Misteri a Pompei (in copertina di Télévision di Lacan) alla danza dei sette veli si snoda la storia del pudore e dell’osceno. Orpelli fallici.

Che cosa teme la fobia e che cosa attrae il feticismo? Il fallo. E sono sentinelle della sua inesistenza. Se esistesse il fallo sarebbero fondamentali, inanalizzabili, naturali. Freud non va in questa direzione. Mette in discussione la fobia e il feticismo pur mantenendo l’ipotesi del primato del fallo. Non differentemente Cantor inventa il transfinito e mantiene l’ipotesi del continuo.
Apocalittico il fallo si rivela a chi non lo immagina e a chi non ci crede; mentre chi lo immagina e chi ci crede sopravvive nella trasparenza di essere o di avere il fallo.

L’incubo di non essere e di non avere il fallo (protesta virile e invidia del pene) ancora non lo distingue dal sembiante. Ovvero è sotto l’impero del suo primato.
Certamente il fantasma di esclusione è più vicino all’analisi del fantasma d’inclusione; ma vicino e lontano non sono altro che proprietà dell’oggetto, che resta irrelato. Ininscrivibile nella relazione come oggetto relato. Questa di “oggetto relato” è una definizione per astrazione del fallo. La serie dei possidenti ce l’ha e la serie dei posseduti (altra traduzione per i demoni di Dostoevskij)ne è priva. Nella prima serie le donne sono galliche e nell’altra non lo sono. Per il bene comune entrambe accettano l’equazione fallo-pene-bambino. E le bambine non sono sempre gradite, non solo in Cina.

Come accade che facendo non ci si rappresenti quali attanti della guerra civile e della guerra tra i sessi? Ovvero, come il nemico è un’impossibile rappresentazione dell’Altro?
Il fare non può fondarsi sul primato del fallo, sull’identità del fallo a sé, sulla sua non contraddittorietà, sull’esclusione del terzo che opera di divisione in divisione, non incontrando mai l’individuo, l’atomo, l’indivisibile.
L’intero è integro, non può dividersi in X e Y e nemmeno ricomporsi in unità. Y non è altro che non-X. E quindi l’equazione fallica e di morte, x=f(y), indica l’irresolubilità della funzione di rimozione: non-x come rimosso di x.
Se qualcuno si attiene all’integrità, al viaggio intellettuale, non si rompe dinanzi al fallo, né si corrompe. Questione di vita assoluta.
Qual è la vita relativa ossia la sopravvivenza? Quella sotto il segno del fallo.
Procedendo dall’apertura non c’è preclusione delle virtù dell’Altro: la generosità, l’indulgenza, l’umiltà; e non c’è preclusione delle virtù del tempo: la carità, la grazia, la verginità.

Impossibile fare sotto il segno del fallo (se non imbattendosi in contraccolpi e contrappassi), ovvero sotto copertura. Il totem e la via facile e così il tabù e la via impossibile non esauriscono l’apertura come relazione. Neanche la porrezione e la datità di Heidegger riescono a trasformarla in aperto. La radura dell’essere è l’altra faccia della foresta dell’avere in cui il filosofo aveva la sua capanna (Hutte).

Il primato del fallo comporta il principio dell’omertà. La banda della protesta virile tace in modo quasi assoluto sulla sessualità maschile. E se promette la rivelazione è per meglio mantenere il segreto.
Se il primato del fallo è postulato come reale, l’impianto del porco (formula letteraria di Idolo Hoxhvogli) è il sistema in azione. E l’oligarchia psicanalitica serve l’ordine sociale e politico, l’ordine totemico e tabuico.
Il totem fondamentale è il totem della parola, l’ordine del discorso, in tutta la sua falloforia e significazione. È l’impossibile sutura o saldatura tra la relazione e l’oggetto.

Il tabù fondamentale colpisce il principio della parola e le sue proprietà. Tabù del fare.
Il totem offre l’algebra della paura e il tabù offre la geometria della paura. Il totem sovrasta la paura, il tabù sottostà alla paura.

Il primato del fallo si avvale della mnemotecnica e della mnemomacchina, elude così il processo di valorizzazione della memoria, e si volge contro la cifra e la cifratura. Preferisce la decifrazione e la verità quale inferenza deduttiva dalle premesse logiche. E sono i tre postulati del fallo, chiamati “principi” da Aristotele.

Qual è il risultato della rappresentazione fallica? L’instaurazione del nome del nome, del nome del padre. E nel suo delirio Daniel Paul Schreber indica l’impossibilità di scambiare l’impalcatura per l’edificio.

I numeri di pagina si riferiscono al libro di Armando Verdiglione, L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012.


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6.10.2016