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Vivere

Giancarlo Calciolari
(12.05.2014)

Il primato del fallo è senza abduzione, senza quella che Peirce chiama l’ipotesi del nuovo, ipotesi sulla quale scommette anche Gödel per risolvere la congettura del continuo di Cantor: parla di nuovi assiomi.
Dove sta l’abduzione che non risponde al primato del fallo? Risiede nel racconto: è l’abduzione dell’Altro, l’Altro come variante. E’ l’intervallo che non ha mai permesso che l’ipotesi del continuo possa dimostrarsi vera o falsa. Paul Cohen ha dimostrato solo la sua indecidibilità per la teoria degli insiemi.
Come annota Armando Verdiglione il fare non è per un procedimento deduttivo o induttivo, ma per via di abduzione e di malinteso (52). La deduzione del nome e la seduzione del significante procedono dall’apertura, dalla relazione come giuntura e separazione. E sono i due procedimenti del labirinto. L’altro appunto è quello teorizzato da Verdiglione (che ha precisato che la sua abduzione non è quella di Peirce, e lo abbiamo constatato in vari scritti) il procedimento abduttivo. Per Peirce i modi d’inferenza sono tre: deduzione, induzione e abduzione, che rispondono alle sue tre categorie sulle quali poggia la sua ricerca logica e pragmatica: primità, secondità e terzità. L’inferenza induttiva è tra l’altro quella del metodo scientifico in cui l’induzione completa dovrebbe dare la verità.

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Opera di Christiane Apprieux, terracotta, 2007

Che cosa ha dinanzi il fallo? La speranza nell’avvenire, non l’avvenire. E cosa spera? Che la genealogia del soggetto al fallo sia quella vincente, quella degli inclusi. Ma ogni presunto escluso può giocare alla lotteria sperando (appunto) di rovesciare la determinazione inconscia, il comando del sovrano che decide nello stato di emergenza. E ognuno non intende che il primato del fallo nasce già con metà terra e metà cielo. La libertà stessa non riguarderebbe ciascun elemento ma solo quelli non contraddittori, identici a sé e escludenti il terzo. E per fare questo, da Russell a Gödel e ai loro odierni epigoni, occorre una gerarchia limitata, ristretta, arginata rispetto al pericolo di forare le coperture in direzione dei paradossi degli insiemi.

Il concetto di fallo confina, delimita, circoscrive, spazializza, linearizza: è il principio stesso di creazione della caverna platonica come prigione universale e esistenziale. E chi immagina e crede nella prigione può arrivare a percepirla, come non esclude la percezione per gli oggetti astratti Gödel. Chi immagina e crede nella prigione è prigioniero del fantasma fallico, che letteralmente comanda il soggetto. Chi suggerisce di immaginare, come fa Platone è la guida, il comandante, il carceriere, che ovviamente promette la liberazione dalla caverna e dall’ombra degli pseudo oggetti manipolati dal demiurgo.
La tentazione fallica è sostanziale e mentale: sarebbe possibile la presa fallica. Prendere le cose per il verso positivo o negativo. Circolando. Affaccendati nell’economia del negativo. E questo è fatalismo, fallicismo, come in Pierre Legendre che si attiene ai fata sociali, e al principio totemico. Ma il fantasma non ha presa sulla parola, non ha presa sulla vita. La presa è della parola: presa nella sua logica e nella sua procedura.

Il primato del fallo è di chi immagina l’albero della conoscenza del bene e del male di fronte. La piega è attribuita all’albero che diviene doppio, duplicato. Positivo e negativo. E vale ogni piega, ogni dispiegamento che mostri il marchio della bestia, del fallo. Il doppio standard richiede poi il principio dell’inspiegabile, anche della moltitudine: statuto sociale, connotativo, sul quale insistono Negri e Hardt per rovesciare il processo controrivoluzionario del capitalismo. Con la promessa dell’avvenire, trovandosi davanti a satana o a dio, il primato del fallo è anche il rovesciamento delle opposizioni, della polarità, rimanendo nell’ambito della bipolarità, e riparte un nuovo ciclo di euforia e di disforia.

Promessa dell’avvenire, promessa della salvezza, del ritorno del rimosso come un ripristino della circolarità rotta in qualche punto assoluto. L’homo phallicus vede e prevede, conosce l’avvenire promesso: conosce l’inferenza deduttiva e l’inferenza induttiva. Conosce quindi la conclusione: prolessi dei principi dell’antivita, prolessi di morte, della mortificazione quotidiana, in attesa del radioso avvenire, stabile, fondato, controllato, dominato…
L’uomo doppio, l’uomo circolare, il soggetto di Descartes, sopprime l’intervallo della vita: abbocca alla teoria del continuo. Cerca il primo successore di alef zero. E non c’è formula che riesca a derivarlo. Il continuo è promesso dal primato del fallo per abolire la discrezione, che è quella dell’intervallo. Tra un numero e l’altro sulla retta non c’è il continuo ma il discreto. E la discrezione richiede assiomi nuovi: è l’istanza dell’abduzione, dell’ipotesi del nuovo, e non la derivabilità del vecchio dal vecchio.

L’avvenire promesso dal fallo è l’avvenire algebrico e geometrico. Parodiando l’uso di termini ottocenteschi della psichiatria: il fallo è la prolessi della nevrosi e della psicosi. Prolessi algebrica quella dell’isteria e della paranoia e prolessi geometrica quella della nevrosi ossessiva e della schizofrenia. Il risultato è la metessi della vita: il rimando all’infinito. La sopravvivenza al posto del vivere. Il viaggio circolare al posto della spirale intellettuale.

Il visionario si ricorda dell’avvenire, promesso dalla sua genealogia positiva o negativa (e in tal senso l’economia del negativo promette il salto genealogico nel doppio standard) e può viaggiare nel tempo lungo una linea temporale che all’infinito è un cerchio. E si ricorda del passato: non è solo l’isteria che soffre di reminiscenze. Si ricorda anche del presente: potrebbe trasformarlo un attimo prima di trovarcisi. E’ il cerchio della salvezza, della prolessi della mortificazione, dell’accettazione soggettiva e collettiva del discorso della morte, dell’antività, che dalla sillogistica alla grammatica speculativa del primato del fallo. Le formule della sessuazione di Lacan sono quattro formule della circolarità, dell’edipismo, del familiarismo che si nutre del bisogno di padre e del bisogno di madre: padre tolto dalla struttura dell’equivoco e madre tolta dalla struttura del malinteso.

Mortificazione come pena: è la promessa del fantasma di prigione. L’idea di morte come pena: così nella fantasia del viaggio del tempo di Stephen Hawking. Dovrebbe ritornare dal passato, dopo essersi lanciato nel futuro, per uccidere suo padre prima di nascere. L’importante per il primato del fallo è che il fantasma di morte agisca, comandi le cose: non ha importanza che non sia né vero né falso come l’ipotesi del continuo. Questo permette di sovvenzionare ricerche sull’ipotesi del continuo (è stato il caso anche di Gödel) e sul viaggio nel tempo.

Su che cosa si fonda la promessa di avvenire circolare del primato del fallo? Perché si prospetta buio o luminoso? “Sarà una notte bianca e nera” scrive Novalis la notte che uscirà di casa per suicidarsi. E’ la notte della paura. L’assunzione della paura come significazione del fallo. Per dir così: Novalis “sa” che deve uccidersi e la notte gli comanda di farlo. Ma questa trasparenza del sapere non c’è. Anche con il suicidio la questione Novalis non è chiusa. Sembra un caso senza il tempo, senza la piega, senza l’avvenire: niente intendimento, niente luce, niente ascolto. Novalis non “sa” leggere la notte bianca e nera, come Cesare Pavese non sa leggere la sua stanchezza, o in tutt’altro modo errando: Primo Levi non sa leggere lo sguardo di Pannwitz, che dovrà selezionarlo per produrre materie plastiche (produzione mancata, non è mai partita) o per inviarlo al mattatoio. Leggere Novalis vale a restituire il suo caso in qualità, togliendolo all’ipotesi psicopatologica.

Che cosa fa l’ordine del padre e l’ordine della madre? Tolgono la madre per la suddivisione in tre della donna. È il mito delle parche: Cloto, Lachesi e Atropo. La prima da il filo, la seconda lo misura e la terza lo taglia. E non è il filo di Arianna. Taglio del filo che lascia l’avvenire alla promessa, all’idealità, alla salvezza. E tutto si comprende e tutto si complica attribuendo la piega al fallo. Relazione piegata al primato del fallo e del doppio standard (due pesi e due misure). La conseguenza è la circolarità della morte, l’assunzione della paura in tutta la sua circolarità. Non la paura come indice paradossale della direzione intellettuale, di ciò che è presunto inanalizzabile. Direzione che si ritrova anche nel sintomo, nell’impasse e nella schisi senza più principio della rappresentazione.

Quando le circostanze sono negative, quando non è escluso che l’apparato inquisitorio della burocrazia attacchi l’impresa intellettuale, libera, non per questo possiamo cercare l’idea della riuscita positiva. L’idea che ci salverà e realizzerà la prolessi della pena come metessi della vita. Occorre attenersi alla tentazione intellettuale, che non coniuga l’avere e l’essere, e non accettare la tentazione sostanziale e mentale del primato del fallo che è primato della paura. E questo è stato avvertito e scritto da alcune femministe che colgono nel primato del fallo il principio della paura verso le donne. La negazione del femminile, elaborata parzialmente da Freud, è un’economia della paura delle donne. Paura di cosa? Anche della messa in discussione del primato del fallo.

L’idea che opera (l’idea dello specchio, l’idea dello sguardo e l’idea della voce) richiede la fede nella riuscita e non la promessa della riuscita. Mentre l’idea del fallo garantirebbe la riuscita della genealogia positiva o della genealogia negativa. L’idea non è quella che ognuno ha: l’idea dell’avere o l’idea dell’essere (avere o non avere il fallo, essere o non essere il fallo). La tentazione fallica è l’idea prossima alla visione e alla previsione, si tratta anche dell’ontologia circolare come in Heidegger. E il viaggio nel tempo nell’ipotesi di Kurt Gödel chiude il cerchio. Anche nell’ipotesi ironica di Stephen Hawking.

I numeri di pagina si riferiscono al libro di Armando Verdiglione, L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012.


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