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La virtù delle donne

Giancarlo Calciolari
(22.04.2014)

Il primato del fallo richiede il dispositivo relazionale, l’impianto del nome del padre, il principio d’autorità, il sistema sociale e politico, la gerarchia religiosa e militare. Il primato del fallo è principio di iniquità e di empietà. E suoi dispositivi sono conformisti, standard, tesi a evitare il principio di non contraddizione.

L’equità come principio è lo stesso principio di contraddizione, questione di sessualità e non di erotismo. Questione di dispositivo intellettuale, di direzione e di conduzione. Dispositivo di valore perché il valore non è ontologico. Il valore richiede il pragma per scriversi.

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Opera di Christiane Apprieux, terracotta, 2007

Il dove e l’altrove sono incomuni, e non sono un luogo: non permettono a nessuna topologia di trasformare l’analisi in “logia”, in discorso. E affinché il dove e l’altro dove s’instaurino nella parola, nel suo viaggio, occorre il principio di contraddizione: l’apertura e la funzione di rimozione, che non è una funzione umana. Che cosa fa invece il principio di non contraddizione? Toglie il dove e l’altrove per fissare un luogo comune. Svelle il nome per il nome del nome e l’apertura per la chiusura. E sia il naturalismo che il culturalismo sono patine per l’idolo, l’altro nome del nome del nome. Quindi nel convenzionalismo naturale e/o culturale si situano l’economia e la finanza, la borsa, la banca e il mercato.

In Marx le merci sono donne (e alcune conseguenze le ha tratte Luce Irigaray dall’analisi di questo postulato). Ecco perché hanno bisogno di una guida. Marx si chiede come possano le merci andare da sole al mercato. La sua formulazione letterale è: “Le merci non possono andarsene da sole al mercato […]”. E così le donne non possono andarsene da sole e non solo al mercato. Marx definisce le merci: femmes folles de leur corps. Donne folli del loro corpo. Donne possedute dal loro corpo. E’ la tesi dell’isteria che riduce il corpo delle donne al loro sesso, che non è uno, secondo le assunzioni del primato del fallo, formalizzato – è il caso di dire – nelle formule della sessuazione di Lacan.
Il “non poter andarsene da sole” della merci-donne e delle donne-merci quantifica universalmente e esistenzialmente l’indistinzione tra automazione e animazione. L’animazione richiede la guida, anche nella forma del bisogno di padre enunciata dagli orfanelli al potere. Fratelli fratricidi che si accontentano del vantaggio di animare le sorelle, le figlie e le madri in quanto telecomandati dal primato del fallo. In questo telecomando risiede la presunta ineluttabilità della violenza sulle donne e della violenza tra uomini, al suo acme come guerra civile mondiale, che è la scoperta dell’acqua calda fatta da Carl Schmitt, procedente da Platone.

L’animazione, la teleologia, il finalismo, la circolarità. Le merci accompagnate, guidate: circolano. E’ definita come circolazione delle donne nell’antropologia strutturale di Lévi-Strauss. Il doppio circuito: endogamia e esogamia. L’universalità e l’esistenzialità dell’interdizione edipica: quantificazione percepita da ognuno. Delirio incontrovertibile. Psicosi di massa. Ossia incantesimo: magia e ipnosi, ritrovabili anche nei punti assoluti dell’universo, lungo le linee del mondo circolari, nel sistema di coordinate standard, che nel primato del fallo permettono di andare da A a A passando per A.

Più di trent’anni fa proposi in una equipe di lettura di psicanalisi la questione della merce in Karl Marx e indicai lo specchio come mercante, ovvero come causa materiale, come condizione del mercato, modo per dissolvere l’immaginazione e la credenza di Marx del bisogno dell’accompagnatore delle merci. La mia proposta è stata tolta dalla trascrizione della registrazione audio dell’équipe e la trascrizione “rotta” permette di attribuirmi la credenza nel mercante della festa che animerebbe le donne. Ovvero risulta una guida, un maestro, che fa la lezione all’allievo che non ha capito Marx e che crede ancora che le donne e le merci debbano essere accompagnate, con tanto di bolla di accompagnamento. E la guida ci ha messo trent’anni per distinguere la bella trasposizione della frase di Marx dal tedesco, giacché Marx non si è mai chiesto “come possono andare da sole le merci al mercato?”: era la mia lettura ironica del suo testo, inintelligibile a Louis Althusser, e che ha incontrato solo l’ironia, sfiorata dal sarcasmo, di Luce Irigaray. Lo specchio come mercante, lo sguardo come produttore e la voce come industriale: nessun primato del fallo e nessun primato di una guida che possa animare le mie parole e la mia analisi.
Il confronto con il testo è un’altra cosa dall’accettazione dell’animazione, del comando, del postulato dell’automaticismo.

Il fallo in tutta la sostanzialità e la mentalità stabilisce i limiti, anche quando comanda la matematica senza che nessun matematico se ne accorga. E’ il caso dei limiti della conoscenza che porterebbero o meno i teoremi di incompletezza di Kurt Gödel. E tuttavia l’equivoco quale struttura del commercio non può essere dissipato dall’intesa fallica. E accade quindi che il sintomo pare ripetersi, quando invece è il fallimento della padronanza e del controllo che rilanciano il metodo dell’analisi. Rilancio che riguarda simultaneamente l’esodo e il sinodo, l’impasse e la schisi.

Ecco il passo integrale: “Le merci non possono andarsene da sole al mercato e non possono scambiarsi da sole. Dobbiamo dunque cercare i loro tutori, i possessori di merci”. E chi siamo noi che andiamo a cercare i loro tutori? Si chiede ironicamente Verdiglione. Noi saremmo i posseduti dai tutori e dalle merci. I geometristi dei tutori e delle merci. E John Ford ci fa il piacere di comprare le sue merci.
Certo, Marx fa l’analisi dei possessori delle merci, ma nel suo testo non si tratta di una fantasmatica e quindi i possessori diventano ontologici oltre che essere habeologici. E così i posseduti, i demoni secondo Dostoevskij.

“Le merci sono cose, quindi non possono resistere all’uomo”. “Sono merci, sono cose, sono donne?” si chiede Verdiglione, sempre ironicamente. E prosegue a leggere il testo di Marx che risulta uno scenario, una mascherata sociale che non ha nulla più di strutturale. E come fantasmatica va letta, come gli altri aspetti del primato del fallo che paiono a Freud così veri e percepibili da chiamare la cosa: fondo roccioso dell’analisi. Per altro è solo con Freud, e nonostante Freud, che possiamo leggere in altro modo quello che per Marx è l’enigma del feticismo delle merci, questione prossima al presunto fallicismo di parte delle donne. Nell’oscillazione tra le merci e le donne c’è la descrizione dell’erotismo del mercato (42). I tutori delle merci sono i tutori delle donne. Sono il dispositivo di accompagnamento. E se le donne-merci resistono l’uomo può prenderle. Ebbene Marx non dissipa l’immaginazione e la credenza nell’impianto del fallo che per lui è il discorso capitalistico, ma oppone una classe all’altra. La rivolta dei posseduti contro i possessori. E le donne rimangono ferme al passo dei posseduti.

Occorre vanificare la divisione fallica della società in classi, in ceti, in strati, in clan, in gruppi… La lotta di classe mantiene le classi, ossia la divisione fallica.
E non solo i possessori di merci si riconoscono tra di loro, ma riconoscono pure all’istante chi non è possessore di merci. E il parlare di donne degli uomini è il riconoscimento reciproco in quanto possessori di donne. Reciprocità che è “uomo-sessuale”.

Se le donne potessero parlare, che cosa direbbero agli uomini impalcati secondo il primato del fallo? Direbbero come le merci parlate da Marx: “Il nostro valore d’uso può interessare l’uomo”. È la giustificazione maschile della prostituzione. E che cosa resta da fare a queste donne-cose-merci? “Noi ci riferiamo l’una all’altra soltanto come valori di scambio”. E questo sarebbe il loro valore? Si capisce perché la rivolta femminista per bloccare lo scambio sia disposta al lesbismo. Si capisce perché se questo è l’ordine del padre, ci siano donne che spronano l’ordine della madre, se non fosse che anche questa rimane fallica, feticcio, fattizia e fittizia.

Scrive Marx: “Cinica e livellatrice dalla nascita, la merce è quindi sempre pronta a fare scambio non solo dell’anima ma anche del corpo con qualunque altra merce”. E i tutori, possessori, accompagnatori, guide, si accomodano benissimo di queste donne mercificate e intercambiabili. È l’intercambiabilità dei tutori che non coglie Marx, come poi Freud non coglie l’intercambiabilità dei protestatori virili, sebbene s’interroghi sull’homo duplex, il sosia, il doppio. L’uomo per cui la donna, pur serva, non serve più come valore d’uso, ma soltanto come valore di scambio e per questo deve essere scambiata con un’altra donna. Tale dottrina del commercio, sostanzialista e mentalista, spinge a comprare, godere, buttare. A tale destino non sfuggono molte donne e neanche molti uomini, e non solo quelli non standard.

In altri termini, nella dottrina del commercio, della banca, della borsa, della ragioneria, si ritrova il principio teologico politico, la giustificazione gerarchica dei tutori e de i possessori, anche nella forma dei posseduti candidati al posto di possessori. Teologia politica che è fallologia, fallocrazia, fallofilia. In filosofia è principio dell’uno. E in matematica regna sovrano il principio di non contraddizione.

Gli A, senza i non-A, sono in concorrenza tra di loro. Ma correre insieme è la caricatura del sinodo, la via del punto di schisi. Concorrenza? Fratricidio. Rivalità.
La virtù delle donne è di dirigersi in direzione della qualità, procedendo dall’apertura, né dal paterno né dal materno, che sono due forme di chiusura domestica. E la qualità è irrappresentabile nella quantità che socialmente definisce per restrizione la cifra della vita. La virtù della cultura e dell’arte della semovenza delle immagini. Per altro l’iconodulia e l’iconoclastia si esercitano anche sull’immagine delle donne.

In fin dei conti, l’ultimato del fallo, la fine e il fine del fallo, risiede nella sua finalità ultima, quale approdo alla felicità eterna, per gli inclusi. Agli esclusi è data l’infelicità eterna.

“La generazione è nel fare” (46). E così il genere. Mentre l’algebra del genere dominata dal primato del fallo, può spingersi oggi sino a cinque generi, mantenendo così il primato. La generazione è dei flussi della superficie: tavolo, banco, letto, tenda… La generazione non è nella struttura tra due, non si situa nel dispositivo relazionale, uno degli altri nomi del primato del fallo. Il genere è in assegnabile all’uno o all’altro. La generazione è nella struttura dell’Altro: l’altro tempo della parola. La fluenza del tempo toglie il genere dall’impossibile impresa di una teoria dell’influenza dell’uomo sull’uomo. Struttura dell’Altro che nasce con l’ipotesi del nuovo, l’abduzione, la catacresi. Generazione abduttiva e non ipotetico-deduttiva. Tradurre Bereschit con Genesi partecipa a occultare la radice ebraica del cristianesimo. L’etimo è quello di “in cima”, “in testa”, “al cominciamento”. Le cose procedono non da Alef ma da B di Bereschit. Non procedono dal primato del serpente, dall’animalizzazione della vita. La struttura dell’altro libro sempre da leggere comincia con il racconto, tra il sogno e la dimenticanza.

Per il principio di somiglianza, lo stesso che comanda l’invito a immaginare e a credere nella prigione universale e esistenziale, tutti gli averi si scambiano per una perla di grande valore (Matteo, 13, 45-46). Ma nemmeno all’infinito l’asintoto di tutti gli averi raggiunge il grande valore. Nessuna metamorfosi della quantità in qualità. I criteri di valutazione della qualità, in Europa e non solo, poggiano su questo postulato fantasmatico, che la copia possa spacciarsi per l’originale, che Il giocatore di Dostoevskij possa assumere la vita immaginata e creduta. La valutazione non è la valorizzazione. Il dottore di Artaud non raggiungerà mai il poeta in poesia. Pannwitz, il cui sguardo è l’enigma della vita di Primo Levi, non potrà mai valutarlo per acquisire quella valorizzazione che appartiene solo al “salvato-sommerso”, che è una ipotiposi più che un ossimoro: lascia la questione aperta, apparentemente chiusa nell’anfibologia. E basta per un attimo immaginare e credere nella chiusura per suicidarsi.


Nota a margine dal libro di Armando Verdiglione, L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012.


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19.05.2017