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La piuma della vita

Giancarlo Calciolari
(2.04.2014)

La divisione secondo il fallo procede dalla chiusura, non dal due, non dall’apertura, ma dall’uno che si divide in due. La divisione fallica dove passa taglia tra accettabilità e inaccettabilità dei valori, comanda lo standard e il non standard.

Che cosa capita alla crisi quando la divisione non è secondo l’aritmetica della vita? S’instaura come principio della crisi, del pragmatismo teleologico che si da come visibile e percepibile. Ognuno tocca la crisi nella sua seconda pelle sociale. Crisi ontologica, crisi del sistema, impalcatura che dovrebbe cancellare la crisi strutturale, ossia linguistica, quale proprietà della divisione.
Senza la crisi strutturale la schisi è una linea di divisione tra soggetti più o meno schizofrenici. E il sinodo cangia in Sodoma e Gomorra.

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Opera di Hiko Yoshitaka

“Non ti farai immagini” neanche della crisi. Invece la rappresentazione della crisi, ossia l’idea che ognuno ne ha, nega la crisi e si da come presente, nel senso proprio che la rappresentazione la presentifica. Tale algebra e geometria della crisi offre tutta la gamma dell’immaginazione e della credenza nella crisi. E la rappresentazione della crisi comanda l’azione. L’idea per l’azione. L’ideologia planetaria che ordina: esecuzione.

La crisi fallica, quindi la divisione fallica, è data come padroneggiabile e controllabile, ovvero ammette un fuori padronanza, un fuori controllo, sul quale si abbatte il principio del terzo escluso.
La crisi fallica, ossia ciclica, è secondo la gerarchia, secondo la convenzione, secondo la connotazione. Crisi concettuale quale altra faccia del concetto di crisi. Crisi che include la presa sulla parola che ha due aspetti: la presa dell’oggetto e la presa del tempo. La creazione degli oggetti e la creazione dei soggetti. Soggetti standard e non standard.

Secondo questa fantasmatica, tra gli umani la donna è un uomo non standard, un suo supplemento o un suo supporto o entrambi. Qui ci sono Freud e Lacan sul primato di una sola libido maschile. Il primato del fallo.
Freud è più che lucido sulla questione: il primato del fallo è la negazione del femminile. La divisione, che è l’enigma del manifold of senses di Peirce, enigma della molteplicità sensoriale, non è sociale né sessuale. Non è divisione tra inclusi e esclusi al sinodo, né è divisione tra uomini e donne rispetto al lavoro pubblico e al lavoro privato.

Il fallo offre il controllo convenzionale e comanda quali siano le regole, le norme e i motivi. Stabilisce ciò che sta sopra e ciò che sta sotto a ciò che appare, a ciò che si vede. Com’è noto Lilith ha messo in discussione questo principio di stabilità, ma la cosa è stata letta in modo demonologico.
Il fallo nega il femminile e le rappresentazioni di controllo; e tuttavia la protesta virile per l’uomo e il penisneid per la donna non riescono. La divisione fallica non riesce mai. La divisione negante il femminile ha il suo fondo roccioso. Tutta la sub stantia del fallicismo inesplorata. E questo anche quando l’episteme fallico-lacaniana sembra sovrastare ogni altro approccio alla questione donna e alla sessualità.

Lacan scrive le quattro formule della sessuazione. Eterosessualità maschile, eterosessualità femminile, omosessualità maschile, omosessualità femminile.
Le equazioni hanno bisogno di quantificatori per scriversi. E il soggetto della sessuazione è “x”. La cosiddetta riuscita della sessuazione deve rispondere all’equazione. Non è contemplato il caso di chi non si prende per “x”.
L’incognita indicherebbe che ogni caso di sessuazione è gnostico. Su questa pista di lettura non c’è nessun altro. Attenersi alle formule della sessuazione, come fanno gli psicanalisti e le psicanaliste lacaniani è la convenzione, al posto del sinodo.

La divisione fallica crea due comandamenti, tra affaccendati e sfaccendati. Il tempo è tolto dal fare e lo si ritrova nella linea del tempo che è fatta di punti e all’infinito è chiusa, come insegna Girard Desargues, e come applica ancora Albert Einstein.

Quando Gödel teorizza i punti, le linee del tempo e i sistemi di coordinate, crea gli R-mondi. “R” sta per rotanti. Infatti dalla chiusura procede la rotazione. Mentre dall’apertura procede la rivoluzione intellettuale.

Il fallo è salvifico anche quando pare creare disuguaglianza tra i fratelli, alcuni più eguali, e entrambi alla ricerca di un padre giunto al suo declino, debole, se non addirittura evaporato. Una battuta di Lacan presa come il midollo mirifico della sua teoria.

La soluzione fallica passa anche per la risoluzione della crisi, della disforia che segue all’euforia, che è sempre una falloforia. La detumescenza che segue alla tumescenza. L’ultimato che segue al primato.

Per ironia possiamo dire che è come se quasi tutti avessero parlato su ciò di cui, secondo Wittgenstein, occorre tacere. E su ciò di cui occorre parlare, il primato del fallo si sia in effetti taciuto.

Tanti seminari sulla sessualità femminile, e conseguenti articoli e testi, e silenzio sulla sessualità maschile.

La stabilità, anche dell’impero fallico, è data dalla linea del tempo nel mondo rotante. Talvolta si rompe. È l’era delle rotture, come l’ha chiamata Jean Daniel. Ma tutto si ripristina. La relazione indossa la divisione del tempo. Si possono persino contare i “relati” e gli “irrelati”, i nati con la camicia e quelli senza copertura. È una crisi fallica, ossia nella dicotomia sociale e politica. E la risoluzione è un rimpasto oligarchico: la linea del tempo, per esempio quella della primavera araba, include qualche escluso e esclude qualche incluso. È stato il caso di Gheddafi.

Viene ristabilita una nuova dicotomia sociale e politica. Nell’ambito del concetto di genere è quel che accade con gli studi di genere, la cui teoria è insegnata oggi nelle scuole elementari francesi, che stabiliscono un’altra gerarchia. Ma occorre molto di più che riparare simbolicamente il torto inflitto a Alan Turing.
Quel che appare e quel che si vede non è la visione del mondo, l’altro nome della visione fallica, scotomizzante l’impossibile metà dell’esperienza.

La liturgia e il cerimoniale fallici avvengono nel rapporto di sé a sé, tra l’io e il suo doppio. Il fallo instaura la gnosi, tra trionfi e disfatte. L’idea di sé comanda la liturgia e il cerimoniale. Sono ineludibili, come ogni scenario “nevrotico” o “psicotico”. E così la celebrazione fallica nel rapporto familiare, nel rapporto scolastico (maestro e allievo), nel rapporto politico, nel rapporto economico, nel rapporto finanziario o in quello che si può già definire, come fa Verdiglione, cerimoniale mondiale.

Tale è la Weltanschauung, la visione del mondo, del metasinodo. Senza divisione aritmetica della vita.

Judith Butler insegue il rapporto di sé a sé, nel truismo, nel riflesso interno dell’esterno cerca la soggettività che sia anche assoggettamento. E non mette in discussione la nozione di soggetto, che non ha nulla di freudiano. E saccheggia inutilmente Freud: per altro non esiste un saccheggio utile.

Dividendo l’uno in due il fallo crea il rapporto di sé a sé. La nozione stessa di soggetto diviso, il soggetto e il suo doppio. Il buono e il cattivo: Louis Althusser e il bambino perverso che dentro di lui detta la sua legge. Legge del taglione. Il soggetto richiede la psicodrogologia e la psicofarmacologia. Il positivo e il negativo dinanzi.

Il fallo fende l’intero e crea l’alternativa, che è senza l’altrove. La via s’instaura evitando un’altra via. Tale è l’economia del negativo, del male. Male di sé e male dell’Altro. Sé e Altro rappresentati.

Nell’alternativa tra il bene e il male (che non è tra l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male), tra la vita e la morte (ma è tra la sopravvivenza e la morte, ossia tra la mortificazione e la morte), la crisi, è posta nel due. E’ il duello tra due divisi sia socialmente che sessualmente. E’ il giudizio di Dio, ora maggiore ora minore.

La crisi è sempre l’ultima da economizzare. Salita e discesa. Morte e rigenerazione secondo l’equazione fallica in cui il fallo è l’equivalente generale dei valori.

Anche Einstein mette il tempo in piano, in linea, in cerchio. E così l’equazione della gravitazione universale e esistenziale è fatta. Il soggetto gira così bene in tondo da lanciarsi nel futuro per ritornare dal passato. Rispondendo sempre: presente! In una vicinanza dell’essere che Heidegger ha chiamato Dasein. Essere il là, secondo la sua stessa traduzione. Essere la topica. Essere il dove e l’altro dove, ossia l’altrove. La difficoltà viene posta nell’intervallo e Descartes la divide affrontandola per segmenti.

La crisi è forse lo stato di emergenza in cui il sovrano decide, come teorizza Carl Schmitt? La crisi mantiene stabile la circolazione delle divisioni sociali e sessuali.

Inutile dichiarare lo stato di crisi del primato del fallo: occorre sospendere l’immaginazione e la credenza nel fallo, nella stratificazione gerarchica.
Una gerarchia finanziaria deve essere spazzata via e una nuova gerarchia la sostituisce. Si tratta di un aggiornamento algebrico e geometrico.

Il cambio delle teste (c’è che aveva predetto che si sarebbero viste alcune teste di finanzieri rotolare per le strade di New York) mantiene l’acefalia. L’assenza di direzione intellettuale.

La crisi fallica è quantificabile e calcolabile, è crisi universale e esistenziale. Risolvibile e quindi reiterabile ad infinitum, e in tal senso ciclica. Massima conferma della linea di tempo circolare. Immaginazione e credenza negli R-mondi di Gödel, tra fine del mondo e eterno ricominciamento.

Il fallo corrisponde a porre la divisione nella relazione, e così diverrebbe relato l’oggetto. Allora sorgono due serie di relazioni (il sistema delle relazioni), quella degli inclusi e quella degli esclusi. E poi altre e infinite suddivisioni.

E tra le due serie di relazioni è guerra politica, che non è solo la lotta di classe di Marx: è più vicina alla guerra civile scoperta con orrore da Schmitt. Guerra politica, sociale, civile. La grande scoperta di un Carl Schmitt “comandato” e non sovrano nell’adottare la coppia amico-nemico.

La crisi è il momento decisivo, in cui più sovrani (ovviamente riducibili a un solo sovrano secondo il principio di ragione sufficiente, che ha la sua medaglia nella logica matematica come assioma di scelta) decidono nello stato di emergenza, e qualche acefalo può ancora perdere la testa. Dalla creazione della ghigliottina a quella dei forni crematori.

Come evolve la crisi? Circolando. Il figlio non arriva a uccidere suo padre prima di essere nato e si rilancia nel futuro per ritornare, rinnovato, dal passato, per essere così sempre presente. Dallo stesso allo stesso passando per lo stesso: è la formula dell’avvitamento di sé a sé di Heidegger. E nello spazzar via che sostituisce una gerarchia a un’altra, qualche testa può anche per l’appunto rotolare per strada a New York. E la vittima sacrificale rinsalda l’oligarchia restante, com’è avvenuto con la Leheman Brothers.

Decisivo non è che il sovrano decida nello stato di emergenza e risolva la crisi col rimpasto dei suoi consiglieri. Decisivo è il fare. È così che se decisive sono l’immaginazione e la credenza di fare (dall’affaccendarsi al dolce far niente) allora tutto circola, di crisi in crisi, per sovrani e per sudditi. Crisi sostanziale e mentale. Chi la osserva non esce dall’acefalia inintellettuale. Non può capire né intendere anche se è il superesperto della disciplina. Come Alan Greenspan che definisce irrazionale la finanza nella sua natura. Naturalismo finanziario. Solo un’altra metamorfosi zoologica incarnata può togliere il posto al naturalista finanziario, che non è escluso che soffra di mal di testa.

L’irrazionalismo della finanza conferma l’intervento dei superesperti della finanza razionale. Appello alla buona razionalità, alla buona sostanza, alla buona mentalità: il salvatore, a Imitatio Christi, muore e rinasce, anche solo fumando una sigaretta. L’idea di salvezza deve sempre guidare la gestione della crisi.

In nome del bene razionale ogni cittadino non decide sovranamente di pagare più tasse e lo stato di emergenza ingrassa il padrone a discapito del cavallo. Nel pianeta pochi hanno quasi tutto e i più sopravvivono di quasi niente. Il principio della crisi mantiene la stabilità sempre con la minaccia che qualche bolla possa scoppiare.

Rottura e sutura dopo che qualche sembiante ha perso la testa. Ci sono vari rampolli delle oligarchie che si sono suicidati pur vivendo nel R-mondo migliore e possibile.

Al posto della rivoluzione intellettuale la rivelazione gnostica. Rivelazione algebrica: purificare la parte maledetta. Seguita dalla rivelazione geometrica: eseguire!

La gnosi gnostica: non tutto il male vien per nuocere. È possibile distillare il bene. E così l’albero della vita sparisce e dinanzi si erige la “trave” del fallo. E il numero della bestia. Il fallo della bestia: emblema del totem e del tabù.
Nulla più come prima dopo il saccheggio finanziario del pianeta? La prossima nomenclatura, emersa a fin di bene, sarà ancora più malefica e non per questo meno pura e dura. Tra i nuovi attanti della purificazione c’è anche chi distingue il profumo di una donna che entra dall’altra parte della hall di un albergo. I nuovi segugi finanziari hanno fiuto. E comunque la stessa algebra e la stessa geometria finanziarie proseguono a sfornare su nuovi algoritmi i prodotti della complessità dell’ultimo teorema di Fermat, che ha atteso trecento e cinquant’anni per essere dimostrato. Ma chi non crede in Babbo Natale non s’immagina d’essere il miglior acquirente dei nuovi prodotti che nuocciono gravemente alla salute: affinché il sogno della vincita al lotto prosegua a essere l’incubo degli umani comandati per perdere. Godendo, sperando, circolando.

Ci sono esperti di tragedie, di disastri, di crash, come Paul Virilio, che teorizzano l’incidente degli incidenti. Peccato che non esista, come il concetto di crisi, come il concetto. E l’oggetto irrompe come terremoto e il tempo irrompe come maremoto dissipando l’incerto confine tra stabilità e instabilità. E non basta sospendere l’immaginazione nella stabilità delle cose, occorre per ciascuno leggere e dissipare il primato del fallo.

Il fallo: concetto psicoterapeutico. E la psicanalisi sino a che non dissipa il primato del fallo corre sempre il pericolo di ridursi a psicoterapia, che ne sia la forma più alta o più bassa. E’ l’accusa che corre tra i corridoi e i tribunali: lo psicanalista laico (né medico né psicologo) è accusato di esercizio abusivo della psicoterapia.

Il fallo stabilisce l’ordine sociale e lo ristabilisce. La critica del fallo è un modo della sua riedificazione. Non si può demolire quel che non esiste. Tolto il concetto di fallo resta il fallo come fantasma, copia, surrogato e supplemento della vita “umana”, quella definita dalla funzione di morte, dalla zoologia dell’animale politico.

X non differirebbe da sé ma sarebbe uguale a una funzione di Y. X come incognita e variabile. In tal senso Y è il fallo che comanda e telecomanda ogni X. Y che è fatto a immagine e somiglianza di X.

Contro l’intellettualità: il concetto di fallo, il suo primato. La grammatica del fallo. Non la diagrammatica della dominazione, poco ripresa anche da chi l’ha formulata: Armando Verdiglione.

La negazione della relazione è la chiusura. La negativa della relazione. Dell’apertura, offre il sistema delle relazioni, tra l’inclusione e l’esclusione. Soggetti presi nell’inclusione e soggetti presi nell’esclusione. Oggetti presi nell’inclusione e oggetti presi nell’esclusione. Oggetti totemici e oggetti tabuici. Soggetti totem e soggetti tabù.

La via spalancata, euforica, ascendente. E la via chiusa, disforia, discendente. Anabasi e catabasi. Gnosi.

L’albero fallico è quello della conoscenza del bene e del male. Comporta la presa della conoscenza e della coscienza e non la presa della parola. Presa di coscienza del negativo sino all’autocoscienza del male di sé e dell’Altro. Nessuna autocoscienza del primato del fallo che non aggiunga fosforo alla sua fosforescenza.

Le donne non sono più o meno comandate dall’ordine fallico rispetto agli uomini. Entrambi sono marionette del teatro fallico. Le considerazioni sul più e sul meno restano falliche, fantasmatiche. Tentativi di padronanza e di controllo sulla vita. E’ la ragione della facilità con la quale nei quattro discorsi (paranoico, isterico, ossessivo e schizofrenico) è questione di padroni e di controllori, di schiavi e di controllati. Anche dello schiavo dello schiavo e del padrone del padrone.

L’economia e la finanza falliche poggiano sulla negazione della materia e della differenza sessuale. Economia e finanza sostanziali e mentali. Le due facce della mitologia e della ritologia della crisi. Tutto si sistema, tutto si stabilisce, tutto si consolida, anche il cielo e la terra.

La psicanalisi è in crisi? Intanto infiniti gruppi, più o meno grandi, stabiliscono il testo di Jacques Lacan, mentre il testo istituzionale di Freud si avvale sempre della chiusura degli archivi.
Il fallo è senza fondazione intellettuale, come ogni “cazzata”, e quindi è sempre fondamentale. E così la gerarchia: divina o pagana è intoccabile.
Il brillio fallico indica nell’illuminismo la luce perpendicolare che comanda la notte degli umani, anche la loro ultima critica notte, sino all’illuminazione finale, quando il buco nero s’illuminerà di un biancore assoluto.
Il concetto di fallo è polemico: dalla guerra sociale alla guerra dei sessi. E la sua base è l’odio transitivo. Così è anche la guerra tra amico e nemico da Platone a Carl Schmitt.
La critica del fallo si risolve nella sua circolazione: enigma per più di un femminismo teorico. Il primato della critica premia la circolazione del primato del fallo, dall’ordine maschile all’ordine femminile, dall’ordine simbolico del padre all’ordine simbolico della madre.
Il fallo fonda, in senso fondamentale e fondamentalista, infiniti R-mondi, come li chiama Gödel: mondi rotanti, in cui la linea del tempo è chiusa.
E comunque nulla cambia se la linea del tempo è aperta e in espansione.
Il fallo tagliando la relazione stabilisce una doppia circolazione, tra dentro e fuori, tra alto e basso, come immagina e crede l’adepto della bipolarità.
La critica di chi non si attiene al primato del fallo può giungere sino all’inquisizione. Senza giustizia e senza giudizio (Krisis), così è l’interrogazione chiusa.
Solo dopo Desargues si può dire che il fallo è circolare e in quanto tale conferma la linea e il cerchio, e offre ogni conforto al soggetto per li suo viaggio nel tempo.
Richiedendo i quantificatori, il fallo è universale e esistenziale, come l’unica libido comandata da Freud. E sta nel costo ontologico (Quine) ammesso da ogni soggetto per la salvezza, il ritorno gnostico. Il ripristino. La renovatio.
Il fallo, tolto il giudizio come proprietà del tempo, è tutto un pregiudizio. E non c’è emulo di Peirce che cominci la ricerca con la lettura dei pregiudizi a disposizione, ossia ciò che si vede, ciò che appare. Al contrario, ognuno, come Kurt Gödel, parte oltre l’apparenza, in direzione delle cose, che ovviamente stanno sopra e sotto ciò che appare.
La crisi ciclica del fallo, la rottura tra primato e ultimato, e la conseguente sutura, riverbera anche in crisi personale e sociale, dalla crisi d’identità alla crisi dei valori (connotativi).
Il principio dell’ineguale fonda l’economia dell’uguaglianza. L’ineguale di cui risente il giudizio è ignoto al fallo, che predilige la sua rappresentazione, come nella spartizione della negazione del femminile in protesta virile e invidia del pene.
Il segno fallico è il segno dell’uguale. Così impostata è anche la linea di ricerca dei gender studies. Ogni spartizione sessuale è sotto il segno dell’uguale. E i più uguali sono i doganieri dell’uguaglianza, che hanno orrore dell’ineguale e dell’anomalia. Per questo lavorano come controllori dei dazi e delle tariffe.
La propaganda politica mondiale della crisi condanna solo chi non crede nel fallo e non ne ha alcuna immaginazione. E la cosa non riesce per chi, secondo Lacan, è “dupe” della psicanalisi. Ma portare la piuma sul cappello oppure no (la “huppe” è il ciuffetto di piume dell’upupa, portata sul cappello dai notabili, e “dupe” è lo zimbello del villaggio, che non è portatore della huppe) irride la fantasmatica del fallo. L’upupa non è animale anfibologico ma ipotiposi dell’apertura: questione aperta su un altro statuto della piuma. Elogio di un altro soft.

Nota a margine del libro di Armando Verdiglione, L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012.


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19.05.2017