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L’amore in Karl Jaspers

Stefano Fiini
(19.03.2014)

L’esempio per primo citato da Jaspers nella sua opera “piccola scuola del pensiero filosofico” è Paolo di Tarso e il suo inno dell’amore della prima lettera ai Corinti. Che cos’è l’amore? Nell’etimo di cosa è insita la causa. L’amore come causa, come elemento linguistico che spinge l’essere umano ad essere altro. Ad abbracciare l’altro in un moto del dare e dell’avere senza interesse, il rapporto che non si basa sull’algebra dell’io, il mercimonio, e sulla geometria della società, la genealogia della famiglia, ma nel teorema del donarsi e nell’assioma del partecipare ad un valore superiore che non si esaurisce nel singolo agire e nemmeno nell’unità della coppia ( può forse la dualità essere ridotta e ammansita sotto l’egida dell’uno senza assumerne la tirannide del luogo comune?).

L’amore come abbandono dei “mores”, come un etimo incerto suggerisce, lasciare ogni abitudine consolidata, spogliarsi dei propri costumi, da ciò che la tradizione impone. Lasciare ciò che è scritto dalla legge e dagli altri per essere un nuovo agente annullando il perentorio anelito dell’Io per creare in sé un vuoto che possa essere riempito da questa energia e diventarne strumento ammansendo la volontà: maschera del desiderio.

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Opera di Hiko Yoshitaka

L’inno all’amore di Paolo nella prima lettera ai Corinti in realtà è l’altra faccia di ciò che definisce il termine agape, impropriamente tradotto con carità. Oblazione sarebbe la parola in cui finisce il fare dell’amore. Il donarsi senza aspettarsi nulla in cambio. Farsi dono e perdono, l’assoluto del dono. Mantenere una apertura che non preclude la felicità ma che ne adotta il metodo. Risulta disaccorde nella libertà che tale atto comporta: la rigidità assegnata al ruolo decodificato dalla legge degli uomini rispetto alla legge di Dio. Legge, come risultato dell’esperienza dell’agire comune umano che si raddoppia nello specchio divino. Immagine riflessa e opposta al reale. Immagine duale e soggetta al manicheismo del giusto e dello sbagliato, del male e del bene, senza mediazione, ossimoro del giudizio che rappresenta il resto di ogni codice legislativo. L’uso di rendere possedibile e controllabile ogni atto rende l’amore al pari di altri termini quali giustizia, uguaglianza, fraternità un morfema che implica una grammatica del fare decodificata secondo la visibilità e l’osservanza dell’economia della vita. Bilancio da assumere in perdita e in attivo e da cui l’unico risultato ammesso è il vantaggio a scapito della riuscita.

“L’amore dà quello che non ha” recita un adagio popolare. Dare e avere sono la trama di ogni tentativo di economizzare l’amore, di renderlo l’idea del bilancio della politica o della teologia. La legge riduce l’afflato divino, il pneuma che rende unico e libero ogni uomo a oggetto espropriato della sua peculiarità essenziale che lo rende propriamente umano e irripetibile nel suo esistere. Al Dio dei cieli si sostituiscono le divinità sociali, proprie della polis, che elargiscono nell’immediato la lode e la ricompensa rispetto al traguardo della vita beata che non è mai tutta racchiusa nell’ora e nel suo appendice il non ancora: non è mai data interamente: come l’amore che nella mancanza trae la sua forza. Non si ama forse ciò che non si ha, ciò che non si è, nella perenne tensione di poterlo realizzare? Nel tendere permanentemente: spinta al fare senza remora e che abolisce il tempo. Nessun discorso escatologico ne aspettativa di redenzione, ma l’istante vissuto nella povertà del desiderio, di un tendere a completarsi nell’attimo. La dialettica del tempo non ammette scandalo né ripensamento rispetto alla necessità imperativa di esperire l’attimo. Rispetto alla necessità di essere amore.

Jaspers asserisce che noi siamo nel nostro amore quel che siamo autenticamente e che tutto ciò che ha un peso in noi è in origine amore. Amore autentico che dà un peso? Amore che può essere misurato, pesato e quindi economizzato? Idea che nasconde il suo opposto l’amore inautentico, derivato, maschera della necessità e lieve perché senza peso, senza responsabilità. Libertà senza limiti e quindi da relegare nel recinto senza barriere del controllo, a cui dare una direzione: timone e paura di essere amore assoluto: il nulla. Con il controllo il despota, caricatura della verità, assume l’immagine facendola reale: l’idea; e, il tiranno, assolutizzazione della verità, assume il rito come strumento che limita il reale, e, limitandolo, lo rende oggetto esperibile, sacro e , quindi, controllabile: l’amore diventa l’oggetto pesabile e gestibile, possesso impersonale da plasmare secondo le qualità che di volta in volta gli attribuiamo.

Ma l’amore, per quanto idealizzato non si riduce in fondo alla carne? All’unione dei sessi? Estatico e finitimo è stato la rappresentazione dello spirito per secoli. Il punto in cui l’uomo attraverso un piacere inebriante può sentire la leggerezza di identificarsi per un istante al nulla, completamente svuotato del suo essere e annichilito, reso partecipe dell’infinito. Ecco la risultante del due: l’infinito, ossimoro e metonimia dell’uno, schisi dell’unità. La bellezza dell’eros che si fa arte. Sublima la carne, il corpo destinato a svanire, come la polvere che l’ha generato, ad ammantarsi di un amore che non può essere scelto, solo vissuto. Amore senziente: terreno ma “non completamente”, metafisico ma non del “tutto esperibile”. Non può sussistere in una sola definizione che sia esaustiva ma deve essere circoscritto da termini che intessono un ordito senza inizio e fine ma che ci trasporta avvolgendoci interamente. Direzione cieca di vita non ha bisogno di essere corrisposto ma si nutre della sua stessa forza vettoriale. Sposta ciò che siamo verso l’oltre ed è un salto nel buio che solo chi lo esperisce vi si può abbandonare senza paura. L’amore originario e incosciente tanto decantato da mistici, filosofi e poeti.

“L’amore è una fontana che ha sete” proclama Saffo. Questa sete, desiderio che denota mancanza e al tempo stesso la pienezza che già si possiede senza essere riconosciuta, come la fontana che d’acqua ha bramosia è il paradigma del “mai abbastanza”. Di ciò che alimentato senza fine dalla necessità dona il nulla attraverso il nulla per il nulla. Necessità d’essere, di compiere in un Altro il senso di una vita. Ecco l’amore donato senza oggetto e possesso, nella nudità generativa del suo essere per se stesso semplicemente riconosciuto e frequentato nella libertà del tempo che ci è dato.

Sazio del giorno che finisce e di parole, depongo la mia penna e lascio a te lettore scrivere ciò che l’amore ha lasciato costruire nel viaggio senza approdo della tua giornata che chiamiamo, nell’illusione, vita.


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19.05.2017