Transfinito edizioni

Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Come si dissipa la paura

Giancarlo Calciolari
(12.03.2014)

L’ordine fallico è il regno della paura e non tollera la vita originaria, non tollera la memoria narrativa, non tollera la scrittura dell’esperienza. Quattro i nomi della paura: orrore e terrore, spavento e panico. L’algebra della vita ha come sentinella i primi due e la geometria della vita ha come sentinella i secondi due. Paura che l’originario possa togliersi, ovvero paura che l’impalcatura del fallo possa davvero abolire gli elementi della vita per sopravvivere di surrogati. Orrore e terrore che lo specchio possa essere abolito e trionfi il rispecchiamento sociale, che inesorabilmente, ineluttabilmente, ha già stabilito il dove e l’altrove della cellula di partenza che sarà anche quella dell’arrivo. Il viaggio circolare in cui il soggetto sopravvive nel dove della caverna platonica, sognando il fuori come un altrove ideale, senza nessun tempo del fare.
Spavento e panico che lo sguardo possa essere abolito e trionfi il punto di vista, quello di un osservatore e osservante che non proprio ovviamente sconvolge ancora i fisici e gli astrofisici.

Paura del formatore, anche nella parodia odierna fornita dal coaching quale ansiolitico. E paura del tempo, del trasformatore. L’algebra della vita abolisce il tempo, mentre la geometria della vita lo abita. La divisione è algebrica e geometrica? La schisi si può insegnare, si può applicare? Non è la vita a dividersi per intervento del primato del fallo. E’ la sopravvivenza a dividersi tra l’algebra e la geometria, che offrono tutte le metamorfosi della ripartizione. Apparentemente coloro che dettano legge, gli algebristi, sarebbero ben distinti da coloro che applicano la legge, i geometristi. Ma la legge dettata non scalfisce minimamente la legge inconscia, il compimento della funzione di nome, di zero, di padre. Gli algebristi sono i geometristi di un testo invisibile che non sono in condizione di leggere. Quando il nome funziona scrivono cose nuove, quando il nome è negato scrivono telecomandati dal nome del padre. E insegna Lacan che i nomi del padre sono infiniti. E teorizza pure, in questa direzione, il nome del nome del nome.

La divisione per accettazione del comando fallico delle cose (dalla mano invisibile alla mano di dio) è algebrica e geometrica, dettatura e esecuzione. I cultori dei paradossi, numerosi pare tra i logici e i matematici, potrebbero interrogarsi sul perché il dettatore (sì, manca poco al dittatore) sia nella sua natura l’esecutore di un testo ignoto. E rarissimi sono coloro che s’interrogano sul perché un geometrista sia in realtà un finissimo algebrista. I pochi liquidano la questione dicendo che se ci fosse qualche genio di provincia loro lo conoscerebbero. Solo che il genio di provincia non ha mai nulla di provinciale, è questo anche il caso del poeta Dino Campana che ha pagato l’irrequietezza del provincialismo contro cui si è scagliato.

Il dittatore per Tito Livio non è chi detta legge, ma chi nella situazione di emergenza, cara poi a Carl Schmitt, applica secondo il principio d’autorità la legge per il periodo di un anno. Il caso aveva ancora il carattere di un dispositivo pragmatico. Resta da leggere lo statuto teologico politico dell’emergenza, in parte affrontato oggi dal filosofo Giorgio Agamben.
La divisione della divisione, ossia lo spaccio della divisione fallica come se fosse la divisione originaria, che è l’altro nome del tempo nell’atto di parola, è la divisione d’origine, in uomini e donne, in psiche e corpo, in classi, in ceti, in caste, in strati. Divisione d’origine anche nel percorso di Charles Darwin.
Questione in cui è impigliata anche la psicanalisi, come se il discorso medico fosse la corpo-analisi. O è analisi intellettuale o non lo è. E anche il termine analisi resta da leggere. Verdiglione qualifica l’analisi come un teorema: non c’è più soluzione. Non resta che leggere l’esperienza in ciascun dettaglio. La psicanalisi: come leggere il proprio caso, che è quello più difficile. Nell’improprietà.

Se la divisione è fallica, l’uno di divide in due: è A e non-A. Louis Althusser è Louis Althusser ma è anche un bambino perverso che dentro di lui detta la sua legge. E che legge può mai dettare un bambino, quella di uccidere la moglie del suo contenitore?

L’uno diviso in due: homo duplex, marito diurno e puttaniere notturno; versione femminile: la santa e la puttana, e nella mitologia la fata e la strega. “L’uno che si divide in due richiede la competizione” (20). In un film che gioca sulla fiction dei mondi paralleli, inaugurati forse dall’ipotesi del viaggio nel tempo di Kurt Gödel, un uomo decide di uccidere i suoi ventisette sosia e nello scontro finale, da un piccolo dettaglio, s’accorge d’essere lui stesso uno di questi sosia. Con questa meccanica ha scritto racconti bellissimi Luis Borges.
Sfiorando appena la lettura del doppio che può farsi leggendo la questione del sosia con la categoria dell’immaginario di Lacan, si può dire che A vede in ogni altro il suo volto irriconoscibile di non-A. La competizione è un modo del terzo escluso. A o non-A (ma è solo per dire non A) e A=A sono formulazioni algebriche, mentre il principio del terzo escluso è quello di edificazione anche dei campi di sterminio: è la geometria dei primi due principi.
Così fan tutti e tutte? Quasi.

Immaginazione e credenza. Tanto per dire algebra e geometria. L’immaginazione spiana il labirinto, lo trasforma in prigione, nel modello della topologia del sacco. La credenza spiana il paradiso, per abitarlo o per abolirlo, sempre nell’idealità. In tanti libri di filosofi, sociologi, antropologi ci sono interventi del tipo: immaginate… E forse il primo a incitare all’immaginazione è Platone che nel mito della caverna dice all’amico Glaucone: Immagina tu gli umani prigionieri di una caverna…

L’immaginazione nel discorso filosofico si chiama rappresentazione: è in gioco una formula, usata dagli algebristi, “immagina tu le cose in modo ontologico”, ovvero stabile. Nell’ontologia le cose “stanno”. Non sono in viaggio. Il viaggio è solo apparente. E occorre la fede di Paolo per vedere le cose invisibili, quelle vere, nel viaggio divino in cui ogni uno dovrebbe sopravvivere nell’attesa della parusia. L’immaginazione e la credenza? Il modo militare e il modo religioso, per riprendere l’analisi di Freud. L’armata spiana il labirinto per farne un campo di battaglia, senza paradiso, che rimane una promessa, un campo d’onore. La chiesa spiana il paradiso che diviene il ricoprimento del labirinto, operazione avvertita come l’edificazione divina della terra come valle di lacrime.
L’immaginazione è la paura dell’immagine nel labirinto. La credenza è la paura dell’immagine nel paradiso. L’amore e l’odio per le immagini nelle varie religioni si nutre di questa immaginazione e di questa credenza.
Charles Sanders Peirce, nel suo contrito fallibilismo, che ironizza sull’argomento negletto per la realtà di Dio (letto senza ironia dai semiologi) in materia di credenza è senza alibi, senza altrove. Ha la credenza come orizzonte. Scrive anche “Il fissarsi della credenza” (The Fixation of Belief), tra i suoi scritti più noti. Ma Belief tradotto come credenza porta con sé la questione del credito che non c’è nel suo etimo di convinzione, fede, fiducia. Anche la lettura dello statuto che Verdiglione dà alla credenza è da leggere confrontandola con la ricerca di Peirce. Per l’intellettuale nessuna credenza si fissa: questo c’è già in Peirce.

Rimanendo nella costellazione linguistica del termine credenza: qual è il credito? Quello dei credenti e dei miscredenti. Quello della partizione (divisione) sociale della credenza. Questo è il credito istituito, costruito, edificato, eretto. Il credito è dell’uno nel suo dividersi da se stesso. La credenza è la negazione standard del credito inconscio. Se l’uno immagina o crede di dividersi in due, divide il mondo tra credenti e miscredenti, e si situa, si stabilizza. La stabilità richiede lo strumento di misura, la canna, ossia il canone. Una volta misurato il labirinto è allora la volta della misura del paradiso, ovvero del realizzarsi della fissazione. La stabilità, tra canone e fissazione, trapassa nell’ulteriore stabilirsi di un principio algebrico e di un principio geometrico, che sono le due facce del principio teologico politico, dell’aritmetica di dio. Il primato del fallo che divide e impera.

Ecco allora che il governo militare pianifica la sopravvivenza nel labirinto, stabilendo il primato dell’odio transitivo e il governo religioso pianifica la sopravvivenza nel paradiso stabilendo il primato dell’amore. Minaccia dell’odio (di partecipare alla sua distribuzione) e minaccia dell’amore (di non partecipare alla sua distribuzione). Certo si tratta di immaginazioni e di credenze, della propaganda del primato del fallo, che dispone di grandi schiere di persuasori, suggestionatori e influenzatori esosterici e essoterici, in cui ogni nomenklator indossa la “sua” maschera misurata e fissa, una volta per tutte. E’ lo sguardo di questi nomenklator che Primo Levi non arriva a capire. Lo sguardo di chi gode del potere.

E’ in quanto nomenklator del lacanismo che Jacques-Alain Miller stabilisce il testo dei seminari di Lacan? E non è questione “solo” di JAM, si tratta invece del modo della nomenclatura in tutti i suoi livelli e sottolivelli: gli apparati di stato, le caste, i partiti, i club trasversali distribuiscono questa marea di stabilità sotto forma di imperativi, quello della qualità standard (e in questo movimento vi è il tentativo di ridurre la psicanalisi a psicoterapia), del valore standard, della qualità accettabile. Nessun valore assoluto, nessuna qualità assoluta: solo una qualità relativa, gerarchica, dipendente dallo status e dal funzionamento degli ascensori sociali (immaginazione e credenza della scala tra il labirinto e il paradiso). E’ per questo che l’emergenza della qualità assoluta, che non “sta” di preferenza in nessun ambito, è rigettata dalla società come qualità inaccettabile, appunto che non sottostà agli standard.
Il nome funziona? La sua percezione nel fantasma isterico è l’angoscia come orrore, nel fantasma paranoico è l’angoscia come terrore, nel fantasma ossessivo è l’angoscia come spavento e nel fantasma schizofrenico è l’angoscia come panico.

E’ impossibile svellere il nome per l’instaurazione del nome del nome. Le formule dei quattro discorsi (differenti tra Lacan e Verdiglione) potrebbero essere molte di più, ma il principio di ragion sufficiente fa notare che ogni altro discorso è riducibile a una combinazione dei quattro. Qualsiasi sia il livello algebrico e geometrico del discorso come causa occorre l’analisi come dissoluzione dell’immaginazione e della credenza nel fallo. E si tratta anche della dissoluzione di ogni principio teologico politico. Dissoluzione del sistema di Aristotele e della caverna di Platone.



I numeri di pagina si riferiscono al libro di Armando Verdiglione, L’affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012.


Gli altri articoli della rubrica Teoria :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | ... | 12 |

3.04.2017