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Zio Vania, di Anton Čechov

Monica Cito
(18.02.2014)

Zio Vania: opera teatrale di un genio della letteratura russa, tale famosissimo Anton Pavlovič Čechov che, pur essendo un classico – come tutte le opere del Nostro –, è meno conosciuta delle altre.

Nell’edizione che qui si propone alla lettura, essa viene presentata come canovaccio d’una più complessa opera dell’autore: Il giardino dei ciliegi.

Ammetto la mia ignoranza: tale ultima opera citata non l’ho ancora letta, e leggere i classici –per chi voglia fare mestiere dello scrivere – è, secondo me, fondamentale. Naturale è, però, che qualche autore e /o qualche suo libro sfuggano, anche se famosissimi e classicissimi.

Purtroppo, una vita non basta per leggere i grandi; che sono tanti; e la mia lettura di Čechov era rimasta ai Racconti. Dei quali, a tredici anni subii il fascino; ma, all’epoca, leggevo a casaccio, non programmando per autore, neanche dopo una fascinazione intensissima.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Čechov è, nei fatti, un nostro contemporaneo: comincia a sperimentare la scrittura quale attenzione al mondo circostante, e fluidifica o marginalizza, a seconda dell’esigenza narrativa, le sue scoperte. A volte le drammatizza leggermente, altre le amplia a dismisura, in un impercettibile crescendo di punto in punto, ma clamoroso all’apice.

Credo che i suoi segreti di scrittore siano stati la pazienza, la costanza e la caparbietà, oltre che quell’immensa curiosità infantile, tesa ai perché della vita ed ai suoi movimenti.

In quest’ottica prevale naturalmente ora il dato oggettivo, ora il dato empirico-sperimentale che, da tempo, critici – e profani istruitisi grossolanamente alle scuole dei critici – chiamano tensione creativa, fantasia, dono, genio, capacità, inventiva, immaginificazione, musa… e quant’altro.

In Zio Vania – ma devo studiare Il giardino dei ciliegi, per avere una visione più ampia – credo prevalga il dato oggettivo.

Ci vuole infatti dare uno spaccato della Russia campagnola e borghese del suo tempo. Questo è il motivo primo e dichiarato, cui gli altri accedono in un incastro serrato, diventando tela, alla quale forse (non è certo) alla fine mancherà il ragno.

Ci vuole fotografare un wild west non americano, intriso un po’ di “noi” ed un po’ di “loro”; darci l’idea della paternità di certe condizioni, spiattellandoci, partendo dall’anima russa, l’inconsistenza di certe rivoluzioni (quella industriale compresa).

In un gioco tra predominanza della cultura e critica alla stessa – che vacilla e infine si piega alla prima – il Russo gioca le carte della “sua” storia sociale. Ci dice che è teso alla contemplazione del “suo” illustre.

I caratteri del libretto sono netti, apparentemente insignificanti. Eppure, dietro alle maschere, si nascondono mini universi di credenze, posizioni sociali, differenze.

Vania è il diverso. E non sa di esserlo, perché si presenta, fino a un certo punto, quale ultra-umano, anche nella propria depressione e sconfitta etica (o, sarebbe il caso, per una volta, di dire morale). La morale appunto, pare riferire l’opera, è più scontata dell’etica; è più normante ma più coesiva. È regola di un certo, circoscritto quotidiano.

Enfin, è amorale non desiderare la donna d’altri, se ella è moglie d’un vecchio. Innaturale perfino… Ma forse, la conquista presunta facile, la non-preda, la moglie insoddisfatta per forza di “cose”, diventa troppo poetica. E scatta il dissenso, la ribellione interiore, di Vania e non solo, contro una complessità banale, una regola insulsa.

Questa/e regola/e di quotidianità viene/vengono ripetuta/e nel racconto dei gesti di quella quotidianità. Ma l’autore, lungi dall’essere soltanto un mero fotografo – pur rimanendo nel campo dell’oggettivo – canzona (anche nel senso di “musica”) la sua stessa scoperta.

Pone in essere, tramite le maschere, un dato comportamento, cui corrisponde una determinata contro-azione. O, come direbbero fisici e chimici, reazione.

Il soggetto, quindi, interagisce con gli altri soggetti e col suo mondo circostante.

Ma se – dev’essersi chiesto Čechov – io lo faccio apparentemente comunicare col suo prossimo, imbastendo pseudodialoghi, raggiungerà egli la conoscenza d’un dato – per lui oggettivo ed avulso dal contesto – oppure, miracolosamente, troverà nel soggetto, preventivamente estromesso tramite funzione d’oggettivazione, il suo interlocutore?

Dopo tale assunto procedimentale (ossia schema lavorativo o scaletta di priorità), nasce Zio Vania; opera ed uomo. Testo più filosofico che poetico, più descrittivo d’un romanzo storico, chiuso nel suo scrigno, quale oggetto da consegnare a “quei posteri” che siamo noi.

Il pezzo che riportiamo potrebbe essere, oltre che ciò che è nell’oggettività del lavoro compiuto, ossia “parlato” di Sonia, anche prosa narrante d’un romanzo dallo stesso titolo del libretto.

Perché abbia l’autore scelto il teatrale linguaggio, e non la voce di fondo da inserire in un racconto a sfondo atropo-sociologico, è una scelta abbastanza misteriosa, per quanto proposta la suesposta opinione:

«[…] Il dottor Astrov non passa anno che non rimboschi un pezzo di terra, e già gli hanno dato una medaglia di bronzo e un attestato. Il dottor Astrov si batte perché non si distruggano le foreste […]. Lui dice che le foreste rendono bella la terra, che insegnano all’uomo il senso del bello e gli ispirano sentimenti di grandezza. Le foreste mitigano il clima troppo freddo. E dove invece il clima è mite, esse fanno risparmiare energie nella lotta per l’esistenza, e pertanto la gente che abita quelle regioni è più pacifica e gentile. Sono tutti di bell’aspetto, eleganti, romantici e sentimentali, e la lingua che parlano è raffinata, e i movimenti pieni di grazia. Essi coltivano le scienze e le arti, la loro filosofia non ha niente di triste, e gli uomini si comportano con le donne con squisita cavalleria…» (pag. 57).

Voinizki risponderà in controbattuta, smontando le tesi favolistiche di Sonia; ma tecnicamente non possiamo – qui come altrove, nell’opera – che inchinarci ad una genialità scenica alternativa ed, essendo italiani, non possiamo non pensare al nostro teatro storico goldoniano. Cui di straforo s’aggiunge, anche utilizzando nelle traduzioni i dialetti, una voce che, malgrado tale denunciata prassi, rimane diversa, russa. E poi sarà, per alcuni, politicamente madre.

Questa cultura russa ci è entrata nelle vene senza che ce ne rendessimo conto, per mezzo di flebo silenziose, che vi hanno scaricato, più o meno lentamente, un concetto, un insegnamento, un opinionare denso di mistero.

Certo, Sonia è un personaggio (carattere) particolarissimo. È una triste e candida donna brutta, perciò in armonia col luogo comune; piena d’intelligenza, cogitante, agognante una gnosis diversa da sé e dal tedioso, ineliminabile, costrutto che la vede intrappolata.

Vania-Voinizki è il suo alter ego scomodo; ma anche un depresso cronico, un cucciolo da proteggere, un ignorante da richiamare nelle braccia della poesia.

Il perché Sonia non perda la poesia della vita, rimane un mistero; il mistero dell’azione d’un vero contro-personaggio, controeroe ubriacone, ma sensibile, a suo modo, al richiamo della natura.

Astrov, dopo il crudo esplicarsi del sarcasmo materialista di Vania, dirà:

«[…] taglia le foreste se necessario, ma perché distruggerle? In Russia le foreste scompaiono sotto i colpi d’ascia, vengono a mancare i rifugi naturali delle bestie e degli uccelli, i fiumi sempre più magri si inaridiscono, scompaiono irrimediabilmente paesaggi meravigliosi, e tutto questo perché? […] Bisogna essere dei barbari irresponsabili, per ridurre in cenere nelle nostre stufe questa bellezza, per distruggere cose che noi non potremo mai rifare […]» (pagg. 57-59).

La continuità narrativa tra Astrov e Sonia è di tutta evidenza.

Altri temi seguono la stessa logica, e di tematiche il libretto abbonda, in una profusione di gnosis inflessibile, secca, pronta ad aprire spiragli meditativi e discorsi complessi.

Già il solo tema del disboscamento ci mostra la sua attualità. Così come ce la mostra quello della concezione dello studioso, della vecchiaia, della bellezza, del suicidio (tentato).

Per chi non avesse letto Zio Vania e volesse leggerlo, consiglio, se reperibile, l’edizione qui esaminata (1).

Il libro, infatti, è ben strutturato, con il testo russo a fronte ed una dotta, oltre che combattiva, introduzione del traduttore. Un’introduzione a tutto campo, d’interesse per chi voglia capire sempre di più e meglio l’editoria italiana (in questo caso, soprattutto le traduzioni).

È un’introduzione che può dirsi opuscolo: corposa, divisa in paragrafi.

Inizia col dirci chi è Anton Pavlovič Čechov; prosegue collocando nella storia del teatro il teatro čechoviano; comunica poi, sull’arte dell’autore, curiosità interessanti per chi fa mestiere dello scrivere; si ferma su Zio Vania, avanzando interessantissime ipotesi; chiude alfine con un excursus sulle traduzioni, d’indubbio valore “accusatorio”.

Non so se la BUR abbia ancora nel suo catalogo questo lavoro ben congegnato. È un pregio, per la casa editrice che, in piena decadenza pubblicistica (siamo nel 1991), venga proposto un lavoro ben strutturato, piccolo ma corposo, leggero nel suo sfondo verdino, recante in copertina l’Autoritratto di Golovin, che si asserisce esser custodito nella Galleria Tretiakov, a Mosca.

Un libro che, in forma e contenuto, merita d’appartenere ad una collana chiamata Biblioteca Universale. Questa Biblioteca cambia veste editoriale negli anni, ma finora ne ho sempre potuto apprezzare il valore.

In chiosa, propongo uno stralcio da un altro testo, più datato, della Biblioteca Universale Rizzoli (BUR). È del 1988, e reca anch’esso il testo dell’originale tedesco a fronte.

Lo traduce, introduce, commenta Giorgio Cusatelli. È una raccolta – La casa nella brughiera (Poesie 1840-1846) –, la cui autrice è Annette von Droste-Hülshoff.

Lo stralcio è tratto dalla poesia Istinti (pag. 131):

«Se solitaria indugio, caduto il rumore del giorno,/nel bosco fresco, nella landa bruna,/intorno al volto l’erbe si gonfiano vibrando,/batte un uccello le ali in riva al nido,/e ai miei piedi riposa il mio cane fedele/con gli occhi come lucciole brillanti,/ecco venirmi dei pensieri, allora,/se sani o folli, non saprei dire».

(1) Rizzoli BUR, Milano, 1991. Introduzione e traduzione di Luigi Lunari.

Monica Cito è nata a Telese Terme nel 1972 e vive a Ceglie Messapica.

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile – pubblicata come e-book su Kultvirtualpress-com – e perfezionata in “Diritto Penale Minorile”.

Articolista delle riviste giuridiche Diritto.it diretta da Francesco Brugaletta, referendario TAR, e Filodiritto di Antonio Zama, sul quale nel 2013 edita a puntate, per divulgazione culturale gratuita e finalità di studio, il volume Studiare per il concorso in magistratura.

Dopo essersi formata alla Scuola per Amministratori – S.P.A. 2012, ha pubblicato, su commissione del Movimento Cristiano Lavoratori, il saggio Attività amministrativa della Pubblica Amministrazione e attività amministrativa dei privati: atto e negozio, bene pubblico e demanio. Taccuino di principi per avvocati e pubblici amministratori, Simple edizioni, Macerata.
È stata autrice di una rubrica di deontologia forense, all’interno del programma di attualità e promozione del territorio “ Oblò” trasmesso su TBM (canale 212, digitale terrestre, Puglia) e condotto da Egidio Ippolito, sindaco in carica del comune ionico di Crispiano.

Grazie al suo impegno, il premio letterario Storie a Mezzogiorno è, nel 2009, diventato collettanea, tutta con uno sguardo a SUD.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, opinionista in portali letterari, anche di rilevanza internazionale, nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma. Per il quale le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel dizionario Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Dopo un’intensa attività di volontariato all’interno dell’Associazione Italiana Celiachia, costituisce il Comitato Autonomo Gluten Sensitivity Puglia, per dare voce, attraverso la convegnistica, ad una nuova cittadinanza attiva per il mercato del senza glutine e la libertà e salute alimentare.


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19.05.2017