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“Cifre disposte a devastare rime”.

Antonio Spagnuolo. "Rapinando alfabeti"

Giancarlo Calciolari

La poesia di "Rapinando alfabeti" è già un’altra poesia:
Non c’è più spreco. La rapina è del tempo e solo ironicamente di alfabeti. Infatti il titolo della raccolta è tra virgolette. La poesia originaria sfata la credenza nell’alfabeto di vita, che è un altro nome della gnosi, della teoria della conoscenza che, per citare Platone, esclude i poeti della città, perché inidentici, contradditori.

(1.05.2005)

La copertina del volume di poesie di Antonio Spagnuolo ha una grande “alfa”. Gli umani hanno il dono dell’alfabeto, che giunge sino a quello delle piccole lettere dell’algebra, che tanto affascinano i matematici e tanto hanno affascinato lo psicanalista Jacques Lacan?

C’è un’alfabetica della vita? Un’algebra e una geometria, ossia una topologia algebrica della vita? La vita si scrive in piccole lettere di un’equazione? Esiste l’algoritmo della vita? Oppure si tratta di credenze nelle genealogie del bene e del male?

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Ettore Peroni, "Il passato"

Allora, se gli umani sono alfabetici, in quanto alfabetizzati (avendo come limite i non alfabetizzati, i barbari, che avrebbero a disposizione solo il ba-ba-ba), quali alfabeti sarebbero rapinati dal poeta Antonio Spagnuolo? Forse il “suo” alfabeto non gli conviene e cerca un’altra alfabetica e un’altra metrica? E la poesia è la via della ricerca e dell’approdo alla cifra che non era già nelle premesse dell’alfabetica.

Che cos’è l’alfabetica se esistesse? È il linguaggio comune, naturale, quello del “parla come mangi” che assegna a ognuno una casella, che solo retoricamente è posto dall’interrogazione fondante “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”. Per fortuna i poeti si nutrono del cibo intellettuale che è l’estremo frutto della poesia e del pragma.

La poesia di "Rapinando alfabeti" è già un’altra poesia:
Non c’è più spreco. La rapina è del tempo e solo ironicamente di alfabeti. Infatti il titolo della raccolta è tra virgolette. La poesia originaria sfata la credenza nell’alfabeto di vita, che è un altro nome della gnosi, della teoria della conoscenza che, per citare Platone, esclude i poeti della città, perché inidentici, contradditori.

Lancio ancora parole come un folle

Nel terrore che le mie vampate

Schizzino l’aria dell’oscurità
”.

La parola è originaria. Solo l’originale e le sue copie più o meno conformi (l’anticonforme è il colmo del conforme) si sprecano. Appunto, l’ironia. Non l’agonia. Non il discorso della morte.

“Rapinando alfabeti” perché l’alfabetica, ovvero l’algebra e la geometria della poesia, non riesce. Segnatamente non riesce la sovrapposizione paratassica per condensazione di stili e non riesce l’accostamento parafrastico per spostamento di stili.

Io parlo al contrario, parola di parole”.

Non c’è nulla da rapinare, senza virgolette, perché la rapina è senza soggetto e appartiene al tempo come taglio, nella sua violenza. E che cosa effettua questa rapina? L’influenza poetica sino al superfluo.

A rubare apparenze”.

Poiché la sembianza, una delle dimensioni della parola, non è visibile e riducibile alla parvenza.

La necessità della poesia è la necessità del superfluo, indica il transfinito in atto e toglie ipoteca al realismo pragmatico, che sopravvive sguazzando rispetto al parricidio e alla sessualità, e che in poesia si biforca nella negazione tanatologica e nella negazione erotologica.

Non c’è parola fluente o disfluente che appartenga al soggetto poetico.

Io, poeta abortito,

nel legno di una croce
”.

La poesia è senza più soggetto, senza portatore, senza peso e ciascuno procede dalla croce più che essere portatore o portato. La poesia è la politica del fare senza più soggetto, nemmeno soggetto alla poesia. Solo questo presunto soggetto potrebbe dire:

Ma l’orologio ha massacrato

Ogni mio sogno
”.

Non offro che parole”.

Addirittura l’offerta è nella parola. Il dare, il donare- senza l’avere e senza l’essere quali verbi del soggetto- appartengono all’apertura stessa. Il regalo della poesia originaria.

Nessuna ironia sociale. La beffa intellettuale è l’apertura stessa.

Il folgorato bagliore della mia esistenza”.

L’interlocutore ignoto è infine noto? Per davvero la poesia di Antonio Spagnuolo si rivolge a una donna? O donna è schermo e non oggetto, come Dante?

Senza conoscenza, senza gnosi dell’interlocutore, la donna non è più presa nello strip-tease della verità, come ancora crede la teoria della donna come continente nero o come buco nero. Né donna enigmatica né sprovvista di enigma.

Cosa distingue il vero dal suo fantasma? Il sembiante della poesia.

Disseziono parole per vendetta”.


Ironia. Vanificazione del detto, dicendo, poetando.

La storia che attende

è portata dalla poesia, quell’ipotesi abduttiva non disgiunta dal fare. La poesia è quanto di più pragmatico ci sia. Nessuna idealità. E per questo:

Non importa essere parodia

D’una scienza
”.

Si tratta forse degli alfabeti ereditati o scontati della poesia di prima. Una rapina archeologica a fini di decostruzione? Ma nessuna poesia di prima fonda la poesia di dopo. Forse solo:

Cifre disposte a devastare rime”.

Disordine alfabetico?

Sono un libro inferocito”.

L’alfabeto è un trompe-l’œil.

Non le ceneri della vita ma la polvere di stelle dell’infinito in atto.
Nessuna gnosi della realtà. E la verità come teorema scalza il postulato degli umani per l’azione:

Spacco la verità

Nel bianco mosaico della tua pelle
”.

Nessuna rapina alfabetica di Antonio Spagnolo. Il titolo è ironico. Spagnolo inventa, attenendosi al numero della vita, alla sua aritmetica e al suo ritmo. Che cosa si dissipa? Il sogno del linguaggio autoritario, che tanto inquietava Giuseppe Pontiggia. Si dissipa la credenza in una sintassi comune, l’altro nome del cinismo.

Ti prego svelami il segugio

Che racchiude la mia disperazione
”.

La poesia originaria dissipa la credenza nell’originale e nelle sue copie. Nessuna decomposizione né decostruzione in elementi primari (che in quanto Sali si rivelerebbero sempre uno stuolo di elementi secondari) perché il primario è la negazione, per altro impossibile, dell’originario.

Nessun rifiuto della sintassi circolante, sociale. Semmai, non accettazione.

Sarò la voce fuori del discorso,

anche fuori del tempo
”.

Nessuna credenza nel male oscuro di vivere e della sua economia che propina la sopravvivenza a tutti, meno ai propinatori, sebbene poi scivolino nel tritacarne che hanno magicamente e ipnoticamente costruito.

Io

Sogno con indulgenza il terrore

Di una croce

Divorato dalle nostre assenze
”.

La poesia come politica della vita vanifica l’equazione progressista e trasgressiva della decostruzione dopo avere già dissolto l’equazione regressista e normativa della costruzione. Altra ironia.

Disseziono parole per vendetta

Confusa fra le crepe del silenzio
”.

La vita senza più credenza nell’albero di Eros e di Thanatos, versione ateniese dell’albero della conoscenza del bene e del male. Poiché

Non ho tempo a correggere i ricordi”.

Poiché l’albero politeista non era al cominciamento.

Spiega forse nei versi la sua storia col babbo?

Ed io ricordo che l’avrei cercato

In ogni verso

Purché fosse tornato
”.

Nessun alfabeto della famiglia. Semmai il padre come aleph zero. Lasciando aperta la questione del ritorno, che sospende la credenza nel possesso dell’alfabeto.

Nessuna rapina se non come proprietà del tempo, al punto che

Cristo non ha ricorsi contro il tempo”.

La poesia di Antonio Spagnuolo porta alle soglie della ragione ironica, del pensiero paradossale:

Il luogo che fuggivo da tempo era il tempo”.

E ciò che resta non è il passato, che talvolta tenta l’autore,

La mia condanna è perdere il passato”.

Perché resta la scrittura dell’esperienza:

Una poesia che sconfigge i fragori”.

Antonio Spagnuolo, medico, poeta, come Aldo Gerbino. E nella tradizione dei medici poeti, la poesia è anche il modo di vanificare il discorso medico che ricopre la medicina scientifica, poetica...


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30.07.2017