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Il valore assoluto

Giancarlo Calciolari
(9.02.2014)

Indago da quasi quarant’anni, tra svariate materie, il primato del sistema, primato della nomenclatura, primato della casta, primato della qualità ontologica, primato dell’autorità, primato del nome, primato del padre, primato della madre, primato del figlio, primato dello spirito, primato del fisco, primato dell’inquisizione, primato dell’uno, primato di unità, primato totemico e tabuico, primato del fallo… E sin da allora mi confronto in particolare con il testo di Freud, di Lacan e di Verdiglione.

Qui più che di note a margine della lettura de L’Affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo di Armando Verdiglione, si tratta di sollecitazioni del testo e del modo di acquisizione che è il mio. Modo di “parlare” Verdiglione e di non esserne parlati.

Dalla prima pagina del testo delle 160 conferenze il filo d’Arianna è il valore : “Il valore, questione e istanza” (11) e “La questione del marchio è la questione del valore” (839).

Dall’assioma alla cifra, da ciò che vale e che non si stabilisce, come crede Gödel, al valore assoluto, indeducibile dalle premesse. Valore abduttivo, né universale né esistenziale. Valore esperienziale. Il viaggio del valore. Senza il viaggio il valore è standard, connotativo, sociale, gruppale, comunitario, sistematico. Valore e disvalore. Valore buono e valore cattivo.

Il valore è denotativo, attiene alla notazione, alla scrittura dell’esperienza. La connotazione è l’impossibile padronanza e controllo della denotazione, nell’accezione di Peirce, che prende il termine da J.S. Mill. Connotativa è la scrittura dei trombetti, gli umanisti per Leonardo.

Il valore come questione? Il valore come significante, come nome e come altro dal nome e dal significante. Il valore singolare, il valore per ciascuno: assioma che nessuno può stabilire, né il soggetto né la comunità.

Il valore procede dalla questione aperta, dall’apertura, dall’inconciliabile.

Il valore è un’istanza del viaggio, che non va da A a B. Valore e viaggio indimostrabili, indecidibili (nessuna facoltà di scelta), inconsistenti, incoerenti per l’assiologia dominante.

Istanza del valore. Istanza della proprietà del viaggio. Istanza della qualità, istanza dell’approdo alla cifra, istanza della cifratura, istanza della marcatura, istanza della tipografia del paradiso.

La questione del valore è intellettuale, senza fondo, senza più negazione del femminile. Nessun valore del primato del fallo, che opera come principio di divisione dei valori sociali. Nietzsche avverte la questione della trasmutazione dei valori, la trasvalutazione, ma non va in direzione della qualità assoluta, la cifra, ma insegue la decifrazione, che poi in Derrida si chiamerà decostruzione. Trovando il divino nell’umano (e trovando l’umano nell’animale) vale ancora l’impianto che si edifica tra Platone e Aristotele. L’impianto della sua follia.

Se la questione si chiude, e per lo più è data come inesistente, vale il primato del fallo, la mitologia dell’ordine gerarchico, il principio teologico politico, autentico rebus per i filosofi della politica. Il principio del feticismo, anche delle merci in Marx, femmes folles de leur corps.

Come si evita la questione e l’istanza del valore? Con i tre principi dell’antivita: principio di non contraddizione, principio d’identità e principio del terzo escluso. La logica matematica sancisce l’evitamento della contraddizione e quindi il suo valore è logico-deduttivo. La verità è logica per Tarski, non pragmatica.

Chi è l’homo oeconomicus che si definisce anche come animale razionale o politico? E’ l’uomo gerarchico, creato applicando il principio d’identità, il principio di non contraddizione e il principio del terzo escluso. E’ l’uomo come x, come incognita. L’uomo che entra nella sillogistica e si lascia argomentare dai sillogisti, poi algebristi, e infine risulta entrato nell’aritmetica senza analisi. E può rotolare fuori dal centro come fantastica Nietzsche senza per questo dimettere i panni della creatura teologico politica immaginata da Platone e formalizzata da Aristotele.

L’uomo fallico, diviso, come il soggetto dell’inconscio per Lacan. Tale uomo economico ha già perso mezza vita ancora prima di cominciare e non comincerà mai, non debutterà mai, girerà in tondo sino a lanciarsi nel futuro per ritornare dal passato e ritrovarsi sempre in stallo in A, punto di partenza e punto di arrivo. Può percepire il suo doppio, come insegna Dostoevskij. Senza per altro avviare un’analisi, nemmeno linguistica.

L’homo oeconomicus nasce prima della sua registrazione nell’Economico di Senofonte: nasce schiavo in Egitto, o ancora prima come adoratore del serpente. Applica la metafora animale, data come errore tecnico in Bereshit.
L’uomo economico è il facitore di idoli, di immagini e crea dio a sua immagine.

Quale casa è intellettuale? Quali sono le leggi dell’ambiente? L’economia è la spartizione dell’ambiente: tale è il nomos per Carl Schmitt, che ha il problema del Gross Raum. Il grande spazio geometrico inseguito da Adolf Hitler, a torto ritenuto un algebrista mentre era un geometrista. Tra i complottisti c’è chi fantastica che l’algebrista di Hitler sia stato Heidegger.

L’ambiente diviso: il due per mille ha la proprietà del millenovecento e novantotto per mille e il millenovecento e novantotto per mille ha la proprietà del due per mille, e forse anche molto di meno. Il principio di divisione è fallico e non lo capisce pressoché nessuno quando si analizza la divisione sociale, mentre molte donne lo capiscono quando si analizza la divisione sessuale del lavoro, anche quello onirico.

La divisione taglia l’economia stessa in privata e pubblica, in domestica e sociale. Economia individuale e economia politica. Distinzione fallica, doppi emblemi fallici: figli del dio maggiore e figli del dio minore. Entrambi dèi senza padre, senza nome, senza legge.

La legge inconscia è particolare, non è la legge generale, universale, esistenziale, ontologica, metafisica. Non l’equivalente generale dei valori, che può essere il fallo come il denaro o come la metachimica. Le psicodroghe e gli psicofarmaci come equivalenti delle merci, di ogni cosa ridotta merce. E non è ancora terminata la riduzione degli umani a merci.
L’uomo economico persegue il bene supremo, personale e sociale. Valori coincidenti: la mano dell’uomo economico ammette il ricoprimento dell’invisibile mano di Dio. Almeno così per Adam Smith con la sua credenza nel dio degli economisti. Poi arriverà Blankfein con il suo dio dei finanzieri.
Ma per ogni homo oeconomicus c’è almeno un non-x. Un non uomo economico, un sub-uomo, che ridotto a “musulmano” nei campi di sterminio, come Primo Levi, non è più in condizione di “leggere” lo sguardo dell’homo oeconomicus Pannwiz che decide della sua vita, della sua libertà. E diventa l’enigma insormontabile della sua vita. Primo Levi dice addirittura che se capisse quello sguardo avrebbe capito l’essenziale della vita.

Che cosa accade quando la questione del valore è scambiata per la questione della ricchezza? Che il fallo impera.

E la questione della povertà? Comporta la credenza nel fallo degli esclusi. Il ricco e il povero sono senza intellettualità. Ricco povero è una figura anfibologia dell’apertura

Ricchezza intellettuale? O ricchezza come possesso e accumulo dei beni? E l’economia dei mali? Non tutti i mali vengono per nuocere?

Il bene e il male come valori, nel principio del circolo vizioso, che trova all’interno quello che vi viene pre-messo.

Ho i miei assiomi: sono ricco, sono povero, sono nato ricco, sono nato povero… Si tratta invece di postulati, impalcature che possono leggersi e dissiparsi.

La società stessa ha i suoi postulati, che richiedono l’assiologia e non l’assiomatica. Il postulato non approda alla cifra ma al massimo valore possibile. Il valore relativo che procede dalla relazione chiusa. Chi si attiene ai postulati (solo un’analisi che affronta la terzità può distinguerli dagli assiomi) è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era nelle sue intenzioni. Parafrasi di Adam Smith. Questa è una caricatura del sinodo, in cui ognuno evita la schisi e si rappresenta come folle. Follia personale o sociale. La mano del finalismo economico e del finalismo finanziario. Padronanza dell’oggetto e controllo del tempo. La mano invisibile della padronanza e del controllo. L’economia e la finanza del male. Il bene è mantenuto come ideale.
“C’è un altro valore, un’altra istanza: il più valore” (13). Questione del plusvalore. La crema. La crematistica, la tecnica, l’arte della crema.

L’idea di bene, e di male, è l’idea di padronanza e di controllo. Padronanza degli oggetti e controllo dei soggetti. Imperio spacciato per interesse pubblico: è l’altra mano di Smith, più lavora per il bene comune e più cura i suoi interessi privati. E’ l’arcano dei politici di partito. Nel finalismo delle cose e degli umani che vanno da A a B. E così i chierici, non solo quelli della teologia, della teologia politica e della politica, ma anche quelli dello scientismo, arrivano a ipotizzare il viaggio nel tempo, nella circolarità di una linea chiusa dell’universo. L’universo come questione chiusa. E non c’è pluriverso o multiverso che la riapra.

Che cosa assicurano i chierici? Non solo la visione del viaggio ma anche la previsione. La pre-verità. Come la verità logica risiede già nelle sue premesse, così il valore è previsto, atteso, pronosticato. E si realizza per un valore più alto, ideale, come quello di tornare dal passato, dopo essersi lanciati nel futuro, e uccidere il padre prima d’essere nato, secondo l’ipotesi ironica di Stephen Hawking.

La circolarità di questo sistema è la stessa del sistema economico e finanziario, dell’icona, del governo del principio di somiglianza. In base alle sensazioni il toro sale e l’orso scende. Animalità fantastica circolare, sferica: topologia uroborica.

Apoteosi di Desargues che prepara la strada a Gödel. Apoteosi dell’asfera di Lacan, apoteosi del soggetto bipolare che non percepisce l’opera della psichiatria bicamerale. Non percepisce la linea che all’infinito è un cerchio. Non percepisce che nella circolarità non c’è viaggio. Ognuno allinea le cose al valore connotativo, sbandierato dalla propaganda fallica. Connotazione algebrica e geometrica, feriale e festiva, costituzionale e istituzionale. Connotazione spacciata per denotazione originaria: scrittura del discorso spacciata per scrittura dell’esperienza. Tale è anche l’atto mancato di Pierre Legendre, che introna il fallo come strutturale: non esita a parlare di principio totemico, di principio d’autorità, di principio del padre.

Il valore fallico, che è anche quello dell’equivalente generale e esistenziale dei valori, non è valore intellettuale. Lo possono credere i portatori del pene, che non dispongono nemmeno di una nozione come quella di penisneid, invidia del pene, per interrogarsi.


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14.09.2017