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L’altro genere. A proposito di Vera Tripodi

Giancarlo Calciolari
(10.12.2013)

Il titolo Filosofia della sessualità è fuorviante per il libro di Vera Tripodi sugli Gender Studies, che non riguardano né la filosofia della sessualità né la sessualità nella filosofia. Post-filosofia femminista della sessualità?

Occuparsi di quale sia la teoria della sessualità di filosofi come Deleuze e Derrida esporrebbe già a un’indagine sulla psicanalisi, tanto entrambi questi filosofi hanno lavorato tra filosofia e psicanalisi e non solo a proposito della sessualità. La teoria sessuale di Foucault, al quale si richiamano varie correnti dei gender studies, è filosofia? Michel Foucault era un filosofo? Era un sociologo? Data la sua tesi sulla malattia mentale era uno psicologo?

Occorrerebbe un termine nuovo, una catacresi, per indicare gli studi di genere. Non basta la parola studio per qualificare una ricerca nell’ambito della world culture, ovvero nel supermarket delle pseudo culture?

Opera di Hiko Yoshitaka

Vera Tripodi è dottore di ricerca in logica e epistemologia alla Sapienza di Roma. Si tratta allora di logica e epistemologia del genere o degli studi di genere? La quarta di copertina ci istruisce sulla sua attività che oggi si svolge presso il centro di ricerca Logos dell’università di Barcellona e si è svolta anche presso il Center for Gender Research dell’università di Oslo. Quindi se gli studi di genere si stanno diffondendo nell’università altre che da quelle americane è perché interessano il business e il controllo sociale. Il pensiero anticonformista sul genere (sessuale), com’è sorto negli Stati Uniti, è diventato un nuovo conformismo. E come tale comincia a essere letto, pur da prospettive differenti, come può essere quella della psicanalista Luisella Mambrini, che annota subito che gli studi di genere sono senza clinica e senza la nozione di inconscio. Ergo, sono consci, sono connotativi, sono il frutto di una pressione sociale, la cui dialettica è da valutare se non sia priva di etica, di estetica e di clinica come il conformismo che avversa.

Vera Tripodi offre il catalogo del settore gender studies del supermarket e questo aspetto tende a ontologizzare il supermarket, a far credere nella sua propaganda e nella sua realtà, che invece è fantasmatica, non essendo altro che un tentativo di padronanza e controllo sulla vita, ovvero un aggiornamento del pensiero greco incastrato tra Platone e Aristotele. Non solo gli umani sarebbero schiavi delle differenze di genere (biologiche o culturali è la stessa cosa), ma parteciperebbero attivamente alla liturgia e alla cerimonia della loro riproduzione. Università e supermarket compresi.

Gli studi di genere non mettono in questione nemmeno la nozione di genere, anzi hanno sdoganato la nozione di razza che adesso figura nuovamente al supermarket: Essenzialismi e costruzionisti in materia di sessualità (di sesso, di genere, di classe, di razza, di famiglia, di clan, di ceto, di banda, di cricca, di gruppo…) non mettono in discussione il primato del fallo. A mettere in discussione il primato del fallo (senza riuscire a sgonfiarlo dalla sua arte pneumatica) è rimasta l’isteria, che ovviamente non esiste più, da anni, tolta anche dal catalogo statistico a portata di mano della classe psichiatrica. E rimasta anche qualche tosse nervosa che per l’appunto non riesce a mandare già la panzana dell’esistenza del primato del fallo. La più grande cappella freudiana, in tutti i sensi possibili e impossibili immaginabili e inimmaginabili.

Vera Tripodi costruisce una rete di letture del pensiero post-filosofico, post-ideologico e post-mentalista dei gender studies. C’è che di farsi un’erudizione in materia.

Su una scheggia di sapere viene costruita una montagna di scienza del discorso che viene sollevata e scagliata in mare dal “perché” di un bambino o di una bambina. E’ sempre il caso del piccolo Sigmund: vale il gioco di porsi le questioni che si è posto via via per anni e anni. E anche quelle che non si è posto: per esempio sul perché il suo nome fosse Sigismund Shlomo e non Sigmund.

E come esempio di scheggia: con un briciola della teoria di Freud della melanconia, Judith Butler vince la palma del dibattito internazionale del femminismo con una teoria della soggettività che le permette di fare ciò che vuole nel supermarket della sessualità. Quindi il team gender studies è al giro di boa della rivoluzione del paradigma di Kuhn: sta vincendo ogni coppa, come le teorie cognitivo comportamentali stanno vincendo ogni Nobel a portata di mano di animale uomo.

Tra essenzialismo e costruzionismo, Vera Tripodi pare trovare la sua via nel secondo aspetto. Solo alcune sette e alcune frange fondamentaliste dei tre monoteismi sono rimaste giubilatoriamente essenzialiste.

I gender studies, e non solo Vera Tripodi, guadagnerebbero molto, ancora prima di confrontarsi con la psicanalisi di Freud, di Lacan e di Verdiglione, a leggere Peirce, in particolare la sua distinzione tra denotazione e connotazione, essendo il socialmente costruito pura connotazione. L’indagine sulla denotazione, che in Freud è quella sull’inconscio, svincolerebbe già la ricerca dall’essenzialismo, che è senza notazione, senza tripartizione del segno. Il socialmente costruito (comprensibile come macchina di guerra contro l’impianto fallico e la sua significazione) rinvia alla coscienza e al conscio nell’elusione dell’inconscio. Il simbolico e il reale impediscono l’ipotesi del supermarket delle costruzioni sociali.

Il dibattito per stabilire un confine netto tra natura e cultura, tra innatismo biologico e costruzionismo sociale (entrambi disponibili all’acquisto per i totalitarismi) è in stallo da sempre. Ovvero le categorie sono connotative, il che corrisponde a cercare quando il punto si fa linea (Kandinskji), quando l’uomo si fa donna e viceversa, quando il corpo si fa mente e viceversa… Nessuna questione di cifra è posta nel modo particolare e specifico del caso intellettuale di Vera Tripodi: rimane la separazione delle carriere, ovviamente senza mai poter trovare la distinzione ricercata. Rispetto al dualismo corpo/psiche è da leggere il contributo radicale di Leibovitz, che avverte l’impossibilità di una risposta.

Il compito massimo di Vera Tripodi, che è quello universitario (e si potrebbe indagare quanto della costruzione sociale universitaria richiede l’agente esecutore del protocollo), è di “tracciare alcune distinzioni terminologiche”. Così quello che è un preliminare del viaggio, e del suo glossario, è dato già come fine. Tra l’altro è impossibile tracciare la traccia, che trova la sua condizione della distinzione, che è un aspetto dell’oggetto della pulsione, anche come sguardo, come straniante, come “io”, che è tutto meno che soggetto. Mentre se esistesse il soggetto – la creatura gnostica a disposizione di ogni teoria teologico politica – avrebbe a disposizione ogni cosa: dall’identità della razza, dalla classe sociale, al genere che per definizione è gerarchico. Ma non tutti sono uguali, alcuni sono più uguali, seletti e eletti nell’iperinclusione fallica, mentre altri sono esclusi. Al massimo possono beneficiare del supplemento, come nell’ipotesi del godimento femminile al di là del fallo, teorizzato da Lacan.

Quella dei gender studies non è un’analisi del genere, ma una sua algebra tra le infinite algebre. L’aspetto geometrico, esecutivo, dallo chef executive allo schiavo executive, è quello degli infiniti modi d’essere uomo e dei modi di essere donna. L’inconscio non permette questo infinito potenziale, e per l’appunto è l’infinito in atto, l’intervallo stesso che procede dall’apertura e ha la sua condizione nel sembiante. Nulla di apparente, nulla di socialmente costruito. L’oggetto indistruttibile è anche incostruibile, né da parte dei dominanti né da parte dei queer.

I gender studies sino alla distinzione terminologica di Vera Tripodi inseguono il contro-l’albero delle divisioni classificate e canoniche, ovvero santificano lo stesso albero, lo stesso totem ligneo al quale immolano la loro vita per l’esclusivo vantaggio della sopravvivenza, anche quella del termine razza. Leggiamolo nello scaffale del supermarket globale: “È solo utilizzando una precisa nozione di razza che per esempio è possibile pensare a una società più equa, combattere discriminazioni sociali o difendere i diritti dei gruppi oppressi e subordinati”. In quanto sociologicamente facente parte dei gruppi oppressi e subordinati non abbiamo nessun bisogno della nozione di razza, che è indice non decaduto di razzismo. Questo fair play nell’uso del razzismo linguistico non ha impressionato neanche Heidegger quando nel 1936 ha accettato di tenere una conferenza a Roma il cui ingresso era proibito agli ebrei.

La libertà sessuale spronata ai gender studies è quella del soggetto, del prigioniero della caverna platonica, che per altro è solo immaginata da Platone per l’amico Glaucone (l’algebrista e il geometrista). La punta teorica degli studi di genere è offerta da Judith Butler che insegue le teorie della soggettività e dell’assoggettamento, ovviamente senza riuscire a distinguere l’una dall’altro, perché sono la stessa cosa: un’ipotesi chimerica.

In breve, anche con il libro di Vera Tripodi ci ritroviamo dinanzi a un archivio, anche sulla questione della pornografia, la cui lettura resta da fare. Nella migliore delle ipotesi, l’università è una fabbrica di archivisti. E non sarà per domani la fabbrica di lettori.

Vera Tripodi, Filosofia della sessualità, Carocci, 2011, pp. 128, € 11.00


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15.11.2017