Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

"Autorità" di Luisa Muraro

Giancarlo Calciolari
(3.12.2013)

Lo scrittore Giuseppe Pontiggia scriveva da più di vent’anni sull’autorità, e era interrogato dalla figura di Gesù che a dodici anni discuteva con i dotti del tempio. Aveva autorità. Senza possedere eserciti. La sua equipe, compreso il tardivo Paolo, è stata smantellata da quel mondo a cui non apparteneva il suo regno. Quello che resta è più il ricordo di copertura che la restituzione del suo testo.

Nessuna autorevolezza, così invocata oggi dalla gerarchia dei cretini al potere, per governare su un popolo di candidati al loro stesso savoir-faire. Nessun autoritarismo, appannaggio dei figli del dio maggiore e nessun antiautoritarismo, appannaggio dei figli del dio minore. Dei che sono la negazione dell’istanza del monoteismo, che non è un teomorfismo tra politeismi.

JPEG - 65.3 Kb
Hiko Yoshitaka, "Logica del senso", 2013, cifratipo, acrilico su carta

Pontiggia in un’intervista mi dice d’aver scritto centocinquanta pagine sull’autorità, ma si tratta chiaramente di un brouillon e non di un testo compiuto. La moglie dello scrittore, scomparso nel 2003, pubblicherà le uniche tre pagine compiute. Su sua sollecitazione, nel 2002, mi ero permesso di suggerirgli la lettura dei testi della cifrematica, in particolare il numero di una rivista di diritto e psicanalisi dedicato all’autorità.

Gli avevo parlato anche dell’opera dello psicanalista e storico del diritto Pierre Legendre, e della sua teorizzazione del principio d’autorità. E volevo riprendere con lui la ricerca sui linguaggi totalitari fatta dal filosofo Jean-Pierre Faye. E forse avrei ripreso anche La lingua del terzo Reich di Klemperer. E perché no? Avrei parlato a Pontiggia anche della nazificazione del linguaggio elaborata dallo psicanalista Jean-Jacques Moscowitz.

Qualche anno dopo ho letto il saggio sull’autorità del filosofo Alexander Kojève, pubblicato postumo in francese nel 2004, dove è questione del principio di autorità e delle sue declinazioni storico-sociali. Sembrerebbe infatti un testo di sociologia dell’autorità. Dell’autorità senza principio, che interessava a Giuseppe Pontiggia, nessuna traccia.

Cerco ancora altri elementi sull’analisi dell’autorità nel libro della Myriam Revault d’Allonnes (Il potere degli inizi. Saggio sull’autorità), e nella sua sociologia trovo un altro archivio da leggere ma non risposte. Ho recensito lungamente questo testo francese, non tradotto in italiano.

È in questo itinerario di lettura dell’autorità che leggo l’opuscolo di Luisa Muraro dal titolo Autorità, edito da Rosenberg & Sellier nella collezione “Gemme”, nel 2013.

Com’è giusto, altro è il tessuto, la trama e l’ordito, della ricerca della filosofa femminista Luisa Muraro. Niente Kojève né Legendre, niente psicanalisi, sebbene il suo debutto pubblico sia stato la traduzione di un testo di una psicanalista, Luce Irigaray. Per altro, “Luisa Muraro e la psicanalisi” è un testo interessante da scrivere. Alla sua uscita ho recensito, anche in questo caso con dovizia, il suo Il Dio delle donne.

L’approccio di Luisa Muraro ha due aspetti distinti: l’uno quello di trarre l’insegnamento dalla sua stessa esperienza e l’altro quello del confronto con la mistica femminile e i suoi territori confinanti. È il caso del percorso di Simone Weil.

La propria esperienza è quella che sola può offrire la novità e l’invenzione linguistica corrispondente e il confronto con altre esperienze e con altri testi è esenziale anche per non deragliare e prendere un fantasma al posto del reale.

Luisa Muraro ha di fronte il principio d’autorità, esercitato quasi per intero dagli uomini, e dalle sue riformulazioni, come le tesi della new authority. Avverte che nella nostra cultura manca qualcosa in tema di autorità. E non abbocca; e imbocca la ricerca del senso dell’autorità. Non è questione del sapere dell’autorità e ancor meno della verità dell’autorità.

Eppure il primato del senso dell’autorità le fa prendere il sapere dell’autorità femminile come verità dell’autorità della madre. Ma questo è il discorso di Luisa Muraro come causa, non è la parola nel suo atto originario. È la sua linguistica che procede dall’apertura e non dalla versione dell’Uno al femminile, che l’ha portata anche a presumere un ordine simbolico della madre quando anche quello paterno non è altro che una credenza in babbo natale. Scrive Luisa Muraro: “La lingua che parliamo esercita una meravigliosa forma d’autorità”. E poi sottolinea: “Chi scrive scommette principalmente sull’autorità della lingua”. Sarebbe da concludere qui la bella citazione, ma emerge nuovamente il “discorso”: “… e sul riconoscimento che può venire da chi legge”. Invece il riconoscimento, come la distinzione, non è sociale. La manipolazione di chi legge da parte del discorso imperante è anche un monopolio del riconoscimento.

La parola riceve l’autorità? Così presume Luisa Muraro. Oppure l’autorità è nella parola oltre che della lingua? I datori dell’autorità sarebbero i lettori? Precisare ulteriormente lo statuto dell’autorità della lingua richiede almeno un confronto con la linguistica della psicanalisi, in particolare quella di Lacan e di Verdiglione, ma nessuno dei due gode di buona salute tra i lettori. In breve, non sono letti. Stesso destino per Freud.

L’excursus storico di Luisa Muraro identifica nel rinascimento il rigetto del principio d’autorità. Per l’appunto la distinzione da porre è quella tra principio di autorità e autorità. Anche tra concetto di autorità e autorità. Il rigetto, come la rottura, è un modo del principio di autorità. E così la contestazione dell’autorità della gerarchia, come nella riforma protestante, ha creato solo un’altra chiesa. E così la rivoluzione scientifica di Galileo Galilei è ancora compromessa con l’ordine gerarchico, come nota giustamente Muraro, che riporta il destino delle due figlie di Galileo lasciate senza eredità e rinchiuse in un convento per lasciare tutto al figlio maschio.

Una definizione di autorità di Luisa Muraro è quella di “forza simbolica”, intrinseca alla parola stessa. E questo è orientamento e occidentamento dell’esperienza. Quando poi affronta il fondamento mistico dell’autorità, che è una citazione da Montaigne, il rischio è quello dello sbandamento. L’originario quando è indagato con un sapere come causa si mostra come mistica, come mistero e come segreto. Ecco una perla di questo sapere saputo: “Ogni autorità, quale sia la sua fonte, attiene all’ordine simbolico”(30). Eppure l’autorità non si iscrive nell’ordine dei quantificatori: universale e esistenziale.

L’ordine simbolico non è statico, non è ontologico, e nemmeno suddiviso in femminile e maschile.

Luisa Muraro oscilla tra discorso e scienza della parola: “l’autorità non ha un fondamento, essa è un fondamento”(36). Altrimenti non sarebbe autorità ma un simulacro del potere, strumento del trionfo dell’autoritarismo. Modo di porre l’autorità fuori dalla parola, evidentemente mal ripartita tra detentori del potere e detenuti ribelli.

Non stiamo dicendo che il tema affrontato da Luisa Muraro sia facile e chiaro. Quando Luisa Muraro nella lettura di Montaigne s’imbatte nella questione del nome si trova dinanzi alla questione assoluta. Si chiede: “E il nome è solo una mutevole condizione umana?”(41) E nuovamente la scienza dell’esperienza e non quella libresca la spinge nella giusta direzione: “L’autorità della legge è l’autorità di una lingua e di un nome”. E proseguiamo nelle sfumature. Lacan parlava di lalangue, la lingua, tutto attaccato, mentre Verdiglione ha coniato il termine: l’alingua, per indicare l’impossibile padronanza sulla parola. Resta tuttavia che la funzione di nome, quella che Freud chiama funzione di rimozione, è anche funzione di zero e funzione di padre. Non funzione paterna come in Lacan e nel lacanismo. E dire “un nome” è come dire “uno zero”: invece o è zero o è uno.

L’indistinzione è appesa al primato del fallo, quello che è messo in discussione ma non senza oscillazioni e sbandamenti. E sono anche impossibilità di analizzare certune formulazioni, che sono connotazioni sociali così stratificate e quasi sostanziali da sembrare materiali, originarie, come per esempio la “condizione umana” quale grande tema della filosofia di Montaigne. La condizione nella lingua non ha nulla di umano, può anche risultare abietta, immonda, aberrante. Così lo specchio, lo sguardo, la voce. Ovvero i tre aspetti dell’oggetto della pulsione: nessuna prerogativa del soggetto, che inutilmente può suddividersi algebricamente in maschile e femminile, oppure in cinque generi offerti al supermarket dagli gender studies.

L’autorità può agire senza i mezzi del potere e del dominio (50). L’azione è della parola e non il frutto dell’ideologia è neanche dell’idea, a meno di dire che l’ideazione è inconscia e non è la facoltà di immaginare. Ma quando si declina al femminile l’autorità è tolta per il suo principio, che è anche principio dell’innegabile, su cui si fonda la negazione dell’esperienza. Scrive Luisa Muraro: “dell’autorità femminile abbiamo fatto un principio politico […]. L’autorità femminile dà la parola a esperienze mute che sono state escluse dall’opera della civiltà” (54). E tutto questo è preso dalla mascheralità maschile.

Impossibile per altro dare la parola o prenderla. La presa è della parola, senza prendere questo come malattia, come ha fatto anche Lacan, che parla della parola come di un cancro. Chi dà la parola a un/a muto/a è un/a vociferante. Chi dà la parola agli esclusi è un/a incluso/a. Malgrado o buon grado, senza il grado dell’esperienza originaria. Allora non c’è più l’originario ma l’origine. Ecco la tesi di base di Luisa Muraro: “l’autorità ha origine nella relazione materna, intesa come rapporto biologico che diventa relazione umana man mano che si traduce in gesti, segni, parola” (55). Questa ominizzazione della natura, che troviamo anche in Claude Lévi-Strauss, è l’altro nome dell’impianto totemico e tabuico. E volgerlo al femminile non modifica l’impianto.

Interessante quando Luisa Muraro obietta a Simone Weil che scrive: “La gerarchia è un bisogno vitale dell’anima umana” e afferma: “a me pare che in una gerarchia prevalgano sempre i rapporti di potere” (56). Ma una connessione tra la gerarchia e l’ordine simbolico della madre non la fa. E così propone di “combattere il circolo della forza con la forza simbolica dell’autorità” (59). Senza intendere che combattere il circolo lo fonda come prigione necessaria. È un modo della riproduzione della prigione. Così la trasgressione e la rivolta magnificate da Luisa Muraro (63).

La ricerca del senso di autorità, sino all’approdo nel suo possesso, sono senza nominazione, senza materia della parola. Si tratta di psicologismo, antropologismo, misologismo.

La voglia di farsi capire e di scrivere in modo semplice trae con sé persino gli occhi della mente e la magia della parola, d’accordo ripresa da Florenskij. Allora è anche facile credere che, per esempio, la crisi dell’autorità sia innegabile: tesi d’algebrista in attesa di geometrista, esecutore. Oppure credere in Aristotele, ossia non sputare su Hegel, credendo che noi siamo “animali simbolici impastati di parole” (96). Credendo quindi all’impastatore e all’impastatrice, ai loro ordini simbolici, al senso femminile e al senso maschile dell’autorità.

La mia non è una diretta presa di parola maschile (101), semmai preso nella parola, nella sua logica e nella sua politica, mi trovo in un viaggio linguistico singolare, in cui attenermi all’autorità del nome funzionale è “l’antidoto di ogni idolatria” (106). E anche di più, oltre l’aspetto farmaceutico dell’idolo, ondeggiante tra rimedio e veleno.

La negazione dell’originario non basta mai, occorre reiterarla come il supplizio di Sisifo. Il bisogno d’autorità, caro a tante ideologie, è quello del suo principio.

Tale è la ragione che per non continuare a galoppare verso la totale incompatibilità fra l’umano e il cosmo possiamo ritrovarci come Nietzsche a abbracciare un cavallo percosso, che come sostituto impossibile del padre umiliato indica l’apertura dalla quale procedere. E occorre dirlo? L’apertura non è un fallo né una falla.

Luisa Muraro, Autorità, 2013, Rosenberg e Sellier, pp. 110, € 9,50


Gli altri articoli della rubrica Filosofia :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 |

16.05.2017