Transfinito edizioni

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Giancarlo Calciolari
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La cabala di Giordano Bruno

Giancarlo Calciolari
(19.11.2013)

Quando è stata pubblicata da Spirali l’edizione della Cabala del cavallo pegaseo di Giordano Bruno, nel 1998, lo abbiamo letto, ma non con la cura che avremmo desiderato. Il libro ci bruciava in mano. Come ci brucerà poi con la lettura della biografia romanzata del Nolano scritta da François Rinaldi, giornalista francese, L’homme incendié.

Poi abbiamo letto un piccolo libro sugli atti dell’inquisizione di Giordano Bruno. E la leggerezza e la chiarezza delle risposte di chi ancora è chiamato un “mago” del rinascimento, e invece è un intellettuale, che non poteva negare la sua esperienza, contrasta in modo assoluto con la soluzione inquisitoriale di mandarlo al rogo. Com’è noto è stato bruciato vivo in Campo dei Fiori a Roma nel 1600.

Ma adesso, rileggendolo a distanza di quindici anni, che cosa ricordiamo? Ricordiamo la sua guerra agli accademici aristotelici, che ancora oggi sono la maggioranza nell’impianto del loro ragionamento. In Inghilterra aveva polemizzato con i dottori di Oxford (come Paolo a Atene, già sulle orme di Gesù), oltre a avere incontrato e discusso con Shakespeare, non il figurante teatrale, l’uomo di Stratford, ma quello vero, John Florio, che si accontentava e per questo godeva.

Attacca l’intellighenzia al potere, di corte e di curia, ma non basta per frenare se non bloccare l’attacco contro di lui, partito con il suo insegnamento pubblico. Chi offre la buccia di banana all’inquisizione è il mercante veneziano che voleva imparare da Bruno l’arte della memoria e si lamenta che non gliel’ha insegnata per davvero. Mai un errore tecnico d’insegnamento è stato pagato col rogo. Ovviamente questo è il falso nesso.

Quindi lo avevo letto come una sfida al potere dei dotti il cui contrattacco lo aveva incendiato, fuor di metafora. Ma riprendendo il libro in mano, già dall’introduzione di Carlo Sini, che indica come il dialogo non ha intenti faceti e vada al cuore della sua filosofia, altre questioni sono emerse, in particolare quella dell’insegnamento. A parte chi deve insegnare qualcosa per mestiere, che si attiene a un protocollo sociale e lo reitera pedantemente (i pedanti e gli aristotelici sono il suo bersaglio), chi invece è in viaggio in un’esperienza originaria come comunica i risultati del suo lavoro quando la dotta ignoranza al potere lo ritiene un asino? Tre secoli dopo Gottlob Frege dirà in modo logico matematico che la collettività potrebbe essere nel falso e anche uno solo nel vero. E’ la situazione di Bruno. E sempre con una leggerezza impensabile per gli inquisitori, Peirce affermerà d’essere letto solo dal suo correttore delle bozze. È noto il numero di lettori che si attribuiva Manzoni… Lo scrittore Philippe Sollers si accontenta di cinque lettori, autentici.

Come Gesù Giordano Bruno (andrebbe letta in dettaglio la sua imitatio Christi) parla per parabole e non per trattati filosofici o rabbinici. Afferma la sua ignoranza e asinitade proprio dopo aver dato gli elementi di base della qabbalah, al punto poi di riformularla come cabala dell’asino alato. Animale fantastico.

Giordano Bruno non bara quando assume l’asinitade, oppure quando tra i personaggi che inscena parla con la voce di Saulino, che prima d’essere quasi il cognome della madre, Savolino, è piccolo Saul. Il piccolo Paolo. O se vogliamo l’asino di Paolo. Asino divino, alato, asino d’oro. L’animale anfibologico non è l’animale totemico, significato dalla morte del padre. E’ animale come ipotiposi dell’apertura. È un modo dell’apertura, com’è anche uomo e donna, ebreo e gentile, padrone e schiavo per Paolo.

È perché gli accademici non hanno inteso il suo libro Lo spaccio della bestia trionfante che Giordano Bruno scrive il suo seguito, questo Cabala del cavallo pegaseo. Lo spaccio dell’asino trionfante. L’apoteosi. Dopo il primato della bestia trionfante, l’ultimato in forma di cabala. “Avete inteso?” dice l’Asino. Micco gli risponde: “Non siamo sordi”. Invece…

Duecento anni dopo Giacomo Leopardi assumerà la figura del coglione, ovvero quella che la società dello spettacolo sforna per lui. Sembra una risposta connessa a un fantasma isterico: se io sono un coglione, voi (che siete i veri coglioni) chi siete? Non coglioni? Vi basta per sopravvivere?

Assumendo, come facciamo, le maschere che ci vengono rivolte, noi siamo coglioni, senza cuore, nani, balbuzienti, ebrei, slavi, la feccia del verdiglionismo, magnifici porci, osceni, intrattabili, infrequentabili, animali, permalosi, paranoici, isterici, nevrotici ossessivi, folli, banali, idioti, illusi, non istruiti, pretenziosi, permalosi, ubriachi senza vino, doppi, ciarlatani, bugiardi, falsi, iniqui, empi, teisti, atei, fascisti, qualunquisti, neo cripto marxisti, smarriti, apodittici, ieratici, trancianti, figli di puttana [ero minorenne e il capo della banda lo formulò con il se: “se io ti dicessi che sei figlio di puttana”. Lo invitai a una rissa a due]…

Nessuno ci ha dato dell’asino, ancora. Certamente se Giordano Bruno è un asino, noi non possiamo che appartenere alla sua accademia dell’asino, dove non ci sono esami da superare e è aperta a tutti. Non so se l’ex amico artista che mi ha dato del porco, accusandomi di avere svenduto la mia rivista Transfinito alla pubblicità porno, mi stava accusando anche d’essere ebreo. L’etimologia di marrano gli era nota. Devo dire che da porco mi spiace molto di non aver mai fatto questa pubblicità porno e vorrei farla, e sopra tutto guadagnare quei soldi che l’ex amico ha attribuito all’operazione, ma Transfinito non ha appetibilità come spazio pubblicitario. Per questo aspetto la rivista è proprio fatta da un asino. Inutile filosofare come uno psicoanalista accademico e contrattaccare con una gigateoria della proiezione e dire che il porco in questione è l’ex amico che ha pensato questa porcata al mio posto. No e poi no. Arriva come un’annunciazione l’elemento linguistico “porco” nella nostra vita. La tentazione intellettuale è di scrivere La cabala del porco, senza nemmeno le ali, perché le ha già la cabala. E in effetti, con altri titoli, sto pubblicando dei testi dell’accademia del porco, anche questa, per carità e per grazia, aperta a tutti, come Transfinito. Uno dei prossimi titoli: L’ultimato del fallo, proprio mentre il primato del fallo pare godere di una salute invidiabile da tutti gli asini e anche dai dotti. Quindi senza più concorrenza con l’accademia dell’asino. Si possono fare le due iscrizioni. In queste accademie non vale il principio del terzo escluso e neanche gli altri due principi della logica di Aristotele. Ah, questi aristotelici. Qualche anno fa i dottori di Oxford e non solo hanno firmato un manifesto affinché Shakespeare sia l’autore dei drammi di Shakespeare. L’uomo di Stratford è stato eletto cavallo di razza e a John Florio non resta che il posto dell’asino, quando invece è l’inverso. Questa cancellazione non è giunta ancora al suo ultimato, alla sua vanificazione.

La cancellazione del corpo di Giordano Bruno ha cercato inutilmente di togliere la sua ironia. Invece rimane, nonostante qualche altissimo prelato magnifichi ancora i ragionamenti dell’inquisitore. Ma siamo proprio degli asini: pensavamo a Giordano Bruno ma il dettaglio riguarda il caso Galileo…

Da anni la pagina del proemio sull’infinito di Giordano Bruno è il manifesto della rivista “Transfinito.eu”.

Citiamo, per non concludere, l’Asino:

“Maledetto il regno, sfortunata la repubblica, desolata la città, desolata la casa, onde è bandito, distolto e allontanato l’asino! Guai al senso, coscienza ed anima dove non è partecipazion d’asinità!”

Giordano Bruno, Cabala del cavallo pegaseo, Spirali, 1998 [1585]


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19.05.2017