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Luisella Mambrini, "Lacan e il femminismo"

Giancarlo Calciolari
(30.10.2013)

Che cos’ha a che fare Jacques Lacan con il femminismo? O bisognerebbe porre la questione in altro modo: cos’ha a che fare Lacan con i movimenti di liberazione della donna? C’è nell’opera dello psicanalista francese Jacques Lacan una teoria di liberazione della donna o elementi per una tale teoria e quindi per una pratica conseguente? La questione si potrebbe formulare ancora altrimenti: la pratica psicanalitica di Lacan dissolve nel suo fare quell’impianto millenario che tiene la donna in posizione di sudditanza rispetto all’uomo?

Oppure potremmo porre delle questioni apparentemente molto a lato del tema: Lacan e il femminismo. Perché molti poeti e molti filosofi italiani sono heideggeriani? Perché le ricercatrici dei gender studies sono per lo più foucaultiane? Perché alcune delle intellettuali più note, come Irigaray e Kristeva, emergono da una lettura di Lacan?

Opera di Hiko Yoshitaka

Altre domande: perché Luce Irigaray è stata scomunicata da Lacan e dall’Ecole freudienne de Paris? Per l’aver toccato il mito della madre? Curioso come la scomunica di Lacan dall’internazionale psicanalitica vertesse intorno al nome del padre. Perché Julia Kristeva, amica di Lacan, non ha fatto l’analisi con lui? Perché è diventata la “coquelouche” di André Green, ossia dello chef della sua associazione psicanalitica (secondo una definizione di una sua collega)? Come lo era Lou Andreas-Salomé per Freud?

Lacan come ciascun psicanalista si è occupato della sessualità femminile e ha scritto pure un intervento per un congresso dallo stesso titolo. Questo appena per riprende poi come la sessualità non abbia sesso, se non come passo del tempo.

L’elaborazione di Lacan entra in gioco nella formazione di migliaia di psicanalisti non solo in Francia. Due associazioni si dividono il campo formativo, una con a capo il genero di Lacan e esecutore testamentario, nonché curatore delle sue opere, Jacques-Alain Miller, formatosi all’École Normale e l’altra con a capo Charles Melman, formatosi come medico. Nel mezzo ci sono una miriade di gruppi e di gruppetti e di analisti indipendenti.
Sarebbe interessante un état de lieu della psicanalisi lacaniana nel mondo. Appena per accorgersi che leggendo l’opera di Lacan (tra la versione ufficiale e le varie registrazioni a disposizione) ci si imbatte ancora in ben altre cose.

Dall’ambito dell’Association Mondiale de Psychanalyse, fondata e diretta da Jacques-Alain Miller, e dall’italiana Scuola Lacaniana di Psicoanalisi proviene la psicanalista Luisella Mambrini, che ha pubblicato nel 2010 la tua tesi di docenza per L’Istituto Freudiano per la Clinica, la Terapia e la Scienza (Roma): Lacan e il femminismo contemporaneo, edito da Quodlibet. Il testo si attiene alla versione milleriana del lacanismo e quindi non mette in discussione né il testo di Miller né tanto meno quello di Lacan. Si tratta quindi della vulgata lacaniana, come si parla della vulgata freudiana o di quella junghiana. Leggere Lacan è un’altra cosa. E così leggere Miller, che è a capo di una organizzazione che dopo Freud bisognerebbe qualificare di religiosa e militare. La questione non riguarda esclusivamente le istituzioni fondate da Miller ma ogni istituzione fondata sul modello teologico-politico, come l’Associazione internazionale di psicanalisi fondata da Freud, che rincarò la dose con un supergruppo ristretto dell’ortodossia, che non evito le scissioni di Adler, di Jung, di Rank…

Il libro di Luisella Mambrini “si propone di passare in rassegna sia il femminismo italiano che quello statunitense”, senza tralasciare quel che sfugge a tale orizzonte e che si situa comunque nell’ambito di studi femministi. E in questa missione editoriale il libro è riuscito. Dopo l’introduzione e un capitolo dedicato a Lacan e un altro a Irigaray, segue un capitolo sul femminismo italiano e un altro sul femminismo statunitense. Per quanto riguarda l’Italia c’è un cenno al libro di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel (1974), ma l’attenzione va all’introduzione di Speculum di Luce Irigaray, tradotto da Luisa Muraro, che tuttora ha una posizione di leader del pensiero della differenza (sessuale) e in ambito più generale nel femminismo italiano.

Gli altri nomi del femminismo italiano le cui opere “passa in rassegna” Luisella Mambrini sono Rosi Braidotti e Nadia Fusini. Forse la rassegna avrebbe potuto inserire Adriana Cavarero e l’anomala e ancora più interessante Angela Putino.

Nell’ambito del femminismo statunitense e dei gender studies si staglia la figura di Judith Butler, per il suo commercio intellettuale con l’opera di Freud e di Lacan. L’altra corrente è quella della scuola psicanalitica relazionale: da Jessika Benjamin a Nancy Chodorow.

Come accennato, il lavoro di rassegna e la sua vastità fanno sì che l’affondo teorico sia breve; inoltre applicando la lezione milleriana della psicanalisi la novità spronata da Luisella Mambrini è un postulato e non un assioma: ha un valore condiviso e connotativo nel campo del lacanismo (non solo milleriano) e nessun valore originario, denotativo.

Squillino le trombe: “La rivoluzione operata da Lacan rispetto a Freud nei confronti della femminilità, l’averla estratta dall’orizzonte edipico in cui era racchiusa, è stato davvero colto?” (8), che suonano ancora le stesse note nelle conclusioni (135). “Dunque si può dire con rammarico che il femminismo contemporaneo ha finora mancato quel che c’è di rivoluzionario in Lacan nell’approccio alla femminilità e che si declina solo rispetto a quanto in specifico è teorizzato da Lacan sulla questione, ma, più in generale sull’isteria e sulla riformulazione logica dell’imperativo etico della psicanalisi” (139-140).

L’attribuzione della “mancanza” all’altro, in questo caso al femminismo, appartiene all’autrice, che manca la lettura di Lacan, dovendosi attenere alla versione milleriana della lettura, altrimenti rischierebbe la scomunica come nel caso di Luce Irigaray. Il femminismo contemporaneo non manca Lacan e gli pone obiezioni insormontabili, come quelle che Carla Lonzi ha posto a Freud. Figure meno note e sicuramente più interessanti (la notorietà è una categoria della società dello spettacolo e non dell’intellettualità delle teorie), come Angela Putino, Paola Zaretti e Marina de Carneri, centrano e in nulla mancano la presunta rivoluzione operata da Lacan. Il primato del fallo è il suo ultimato: nulla di denotativo e quintessenza della connotazione. Fabbrica umana e maschile.

Dove s’impianta l’impianto? Intanto s’impianta all’istante accettando la divisione connotativa spacciata per originaria. E’ anche la questione della delega a dio quando lo si crea a immagine dell’uomo. Il principio di divisione è perpendicolare, scende dallo stracielo e lo taglia dalla terra, e prosegue dividendo in ricchi e poveri, in grassi e magri, in intelligenti e stupidi… E poi divide in razze, in classe, in generi, in famiglie, in clan… sino alla differenza tra uomo e donna, e oltre nella differenza tra ceti, ranghi, bolgie e altri club inclusivi o esclusivi. È il principio di divisione di A da non-A che esclude il terzo. E’ il principio del totem e del tabù. È il primato del fallo.
Rispetto a questo il godimento supplementare al di là del fallo: lo zucchero che Lacan offre alle donne, è emanazione dello stesso principio.

Dove s’impianta in Lacan il primato del fallo? S’impianta anche nella sua algebra e nella sua geometria (c’è chi ha scritto sul Lacan algebrista e sul Lacan geometra). Le formule della sessuazione di Lacan procedono dalla sua formazione liceale, che Taubes definisce “greca”. Ovvero mette la “x” per indicare il posto della donna e dell’uomo. Questa è l’impalcatura fallica, l’impianto della vita sostitutiva. Il primato della sopravvivenza.

Accettare la “x” è come accettare di immaginare gli uomini prigionieri nella caverna. Accettare la “x” per la significazione della sessuazione maschile e femminile vale a togliere un elemento linguistico dalla sua tripartizione.

Lacan, contrariamente a quello che scrive Luisella Mambrini non ha operato una rivoluzione rispetto a Freud nei confronti della femminilità, non l’ha estratta dall’orizzonte edipico: ha radicalizzato il primato del fallo (che giustamente è l’asse di spartizione nelle formule della sessuazione), ha reso strutturale la roccia basilare della psicanalisi, incollando le donne all’invidia del pene. Non c’è nessuna uscita dall’orizzonte edipico, perché resta la nozione di soggetto monumentale, di dio superiore, ovvero di super-Io. E soprattutto permane la rimozione della rimozione attraverso il nome del padre, che a chiare lettere Lacan dice che implica il padre morto. Il nome del nome (Lacan arriva sino alla formulazione di “nome di nome di nome”) è il nome totemico. Quindi nessuna differenza tra l’Edipo e il primato del fallo. Sono la stessa cosa.

La roccia della castrazione e la “faglia della struttura” (139) sono la stessa cosa”. Ma leggiamo un passo dell’elaborazione che segue all’affermazione precedente: “Giungere a questa zona [dove il godimento che procede dal super-io sarebbe distinto da quello fallico] consente di misurare che nel simbolico ci sono tanti nomi ma nessuno che possa dire del tutto il godimento, misurare l’inesistenza di quell’elemento di eccezione che consentirebbe di parlare de La Donna come universale, cioè che nel simbolico non c’è un termine che designi La Donna né il godimento supplementare”.

L’inconscio sarebbe senza nominazione quale logica e sarebbe un insieme chiuso in cui ci sono tanti nomi. E non è detto che ognuno possa costituirsi come nome del padre o che ci sia anche un nome del padre che governa la serie. Questo insieme chiuso dei tanti nomi di una serie finita si espone ai paradossi della teoria degli insiemi. Se l’universale non può che essere infinito attuale è chiaro che non c’è l’universale di tutti gli universali. Quindi anche la pretesa che l’uomo sia una categoria universale è falsa come è vacua più che falsa l’affermazione che nel simbolico non c’è un termine che designi La Donna né il godimento supplementare, nel senso che questo non fa dell’indesignazione de La Donna e del godimento supplementare qualcosa di strutturale più che fantasmatico. Chi decide che l’iscrizione sessuata più che il godimento supplementare siano strutturali più che fantasmatici? Dobbiamo chiederlo a Jacques-Alain Miller? E se com’è il caso, Jacques Alain Miller fosse su una falsa pista rispetto a Lacan, che risulta un personaggio fatto a sua immagine e somiglianza, e sopra tutto “stabilito” nel suo testo, a chi altri ci rivolgiamo? Rainer Maria Rilke scrive nelle Elegie di Duino: Ma chi mi udrebbe, anche qualora io gridassi, dalle schiere degli angeli. Ecco, il primato della gerarchia e la sua credenza in gradi differenti degli angeli. Ma il punto vuoto non risponde e Jacques –Alain Miller, come ciascun psicanalista, può occupare la posizione di oggetto della pulsione ma non è l’oggetto, non è sembiante.

Chissà che scandalo sarebbe se l’elemento di eccezione esistesse e consentisse di parlare della Donna come universale. Mi pare invece che sia il caso quando si scrive “sessualità femminile”, perché la sessualità come politica del fare non ha sesso. Invece cercando di misurare che nel godimento ci sono tanti nomi e di misurare l’inesistenza dell’elemento d’eccezione, rileva l’aspetto geometrico (esecutivo) dell’attenersi all’algebra millero-lacaniana. Resta quindi che le obiezioni poste alle varie autrici femministe valgono anche per non questionare in altro modo la teoria milleriana post-lacaniana.

Certo, è interessante accorgersi che Luisa Muraro insegue l’ordine de La donna più che l’ordine della madre, ma non c’è l’interesse per questionare l’ordine dell’uomo di Lacan e poi di Miller.

Di Luisella Mambrini, più che il capitolo sull’etica e quello sull’omosessualità femminile (teoricamente un “razzismo” celato), sono interessanti sia il capitolo sulla cancellazione dell’isteria che quello sulla lingua e la scrittura.
In breve, l’isteria è anche un modo della dissidenza dell’inconscio (in tal senso è sia femminile che maschile) rispetto alla pretesa dell’impianto fallico. Quindi la cancellazione dell’isteria, anche dalla rubricazione statistica della psichiatria è valsa solo a randellare le donne con il fallo che, pur simbolico e fantasmatico, ha effetti reali pesantissimi. Ma non seguiamo più Luisella Mambrini quando accetta l’elaborazione di Lacan sull’argomento come se fosse una questione chiusa. Anche i quattro o cinque “discorsi” di Lacan, tra i quali il discorso dell’isterica, non reggono all’indagine e risultano fantasmatici, come fantasmatico ha trovato Lacan che fosse Totem e tabù di Freud.

Il capitolo più interessante è quello sulle donne e la scrittura, dal titolo menzionato. Certamente, senza la scrittura dell’esperienza le donne sono condannate alla psicotizzazione, ossia all’essere madri nel cosiddetto (sopra tutto dopo Lacan) rapporto sessuale (lo sono anche nel rapporto prostituivo). La condanna alla non uscita definitiva dall’Edipo lanciata da Freud è la stessa cosa nel freudiano Lacan. È altrettanto certo che senza Lacan non ci troveremo oggi su questa altra pista di lettura. Quindi si può leggere Lacan senza uscirsene abbracciati al fallo o senza più fascinazione per la bella seminuda che porta a spasso un maialino al guinzaglio, come in Pornokratès di Félicien Rops.

Questa nota di lettura avrebbe potuto intitolarsi “Alla fin fine”, perché è un modo di dire che si ritrova in tutto il testo di Luisella Mambrini e è più importante di tutta la teoria millero-lacaniana che vi è dispiegata. Ma la pulsione, Trieb, secondo la traduzione di Lacan è deviazione. E abbiamo scritto questa altra cosa.

Luisella Mambrini, Lacan e il femminismo contemporaneo, Quodlibet, 2010, pp. 144, € 18


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15.11.2017