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Donne pericolose, di Compton Mackenzie

Monica Cito
(29.10.2013)

L’apoftegma o sentenza o motto

Quante volte la longinqua Longanesi ha inserito in un suo pocket-Grandi Successi una piccola nota biografica dell’autore, chiamandola “Presentazione”!

Essa, pur non essendo esaustiva, mi libera dalla tentazione di credere il Mackenzie un personaggio da telefilm degli anni Ottanta e considerarlo uno scrittore.

Come spesso accade, la casa editrice meraviglia! In copertina così scrive:

«Orge, travestimenti e peccati nell’ambiente internazionale di Capri».

In realtà, il libro è sull’omosessualità femminile – altrimenti detta lesbismo – e le orge non ci sono. Ci sono i tradimenti più che i travestimenti; c’è una certa concezione della donna, non soltanto lesbica, ma non ci sono orge. Peccato…! Me le avevano promesse in copertina e ci avevo creduto… C’è l’amore omosessuale, ma è visto troppo dall’esterno, troppo per moduli preconfezionati. Ma non c’è da meravigliarsene, dati i periodi storici d’ambientazione e composizione.

L’analisi procede su concezioni tipiche di un’epoca puritan/pruriginosa, eppure l’argomento si sente che vorrebbe decollare, esser studiato in chiave costruttivista.

Ma l’amore ronza intorno al concetto d’amore greco, incespica nella sua poetica ed accanto a piccoli suoi canti sull’amore del quale “ha sentito parlare”, forse anche troppo; fa rivivere i vecchi versi della tenutaria Saffo.

È difficile scassinare la presenza greca dal discorso intorno all’omosessualità. È difficile oggi e credo fosse ancor più complesso negli anni Cinquanta. Saffo, quindi, come caposcuola inconsapevole d’un dato pensiero che le sarà attribuito dai “successori”.

In realtà, Saffo non pensava in questi termini, e fu, dalla cultura dell’Otto, Novecento ed in parte anche dell’attuale, male interpretata oltre che sopravvalutata.

Perciò, un romanzo che si muova su queste linee non può dirci cos’è l’omosessualità. Non può, in più, qualunque romanzo diventare di genere, se per genere si voglia assumere una tendenza umana, e quindi non può essere d’essa precetto.

L’omosessualità non è legge e nemmeno costume; è quanto di più soggettivo possa esistere.
Nel campo del definibile non può essere assunta, anche se spesso, utilizzando i parametri dell’arte e della scienza, l’uomo si è prodigato in definizioni.

Ad un certo punto della storia della letteratura, anche letterati omosessuali sono caduti nella trappola definitoria. Alcuni per forza d’eventi, altri per l’esigenza di farsi conoscere come ed in quanto esseri umani senzienti, ed avendo la percezione dell’errata definizione, sono caduti nel medesimo errore.

La sentita necessità di porre un freno allo sproloquio altrui ha così determinato tali letterati ad estrinsecare la propria esperienza.

A chi quella e questa “nuova” letteratura abbia risposto non si sa. Non si sa se ha proposto al lettore una nuova chiave interpretativa.

Non è stata, a conti fatti, scuola. Non lo è stata, com’era immaginabile non lo fosse, dato che narrativa e poesia rimangono nel campo comunicativo intersoggettivo.

Ciò premesso, il libro che oggi vi si propone, letto da uno spirito illuminato contemporaneo, potrebbe non essere considerato degno d’attenzione, se non per l’essere uno dei tanti insulti perpetrati ai danni degli omosessuali nell’arco della storia.

Se ciò può – ed è, purtroppo – essere vero, ancor più vero è che l’omosessualità, in quanto questione umana, è essa stessa storia, e storia anche di persecuzioni.

In quest’ottica, questo tipo di libri acquista valore, e va letto e meditato.

La lesbica sessuomane e maschiaccia, la brutta che per disavventura con l’altro sesso diventa lesbica, la lesbica che, ogni tanto, si concede la parentesi di un rapporto “normale”: questi, ed altri ancora, sono i temi, apparentemente frivoli, che tutt’oggi nascondono una certa materialistica concezione della donna, mai fruitrice, per codesti “pensatori”, dei propri sentimenti.

Ancor oggi c’è chi pensa che la donna, e la di lei sessualità, vadano e debbano esser lette in un’ottica di servizio.

In quest’ottica viveva anche la tanto citata, e da molti ancora amata “racchia” Saffo.

I capitoli dell’opera mackenziana sono infatti aperti con i famosi frammenti della poetessa greca. Si susseguono l’un l’altro come ordinati termini da temario per poveri di spirito, pretendendo appunto d’infonderlo, lo spirito.

Saffo impera in quanto personificazione dell’amore greco.

L’autore combatte tra le due opposte idee di conformazione ad un passato illustre e nuova lettura del fenomeno. Lotta, poverino! Non vuole però lasciare il concetto d’amore saffico, e vira verso la resipiscenza dello stesso.

Lo sapevate voi che Saffo, finora poetessa indiscussa di certi intrighetti, aveva una rivale?

In un effluvio di richiami ad artiste passate e contemporanee, l’autore scrive scrive scrive. Salta da Saffo alla sua rivale, da questa a George Eliot.

Salta, anche, dalla guerra alla pace, dalla pace alle vacanze, da queste all’alta aristocrazia e ai suoi “vizi” non più occulti. L’omosessualità si svela, ma come?

Non si può non chiamare a raccolta Saffo. Non si può ambientare il racconto a Mitilene scegliendo la Campania. Non si può non dire che l’omosessualità è una questione di psicanalisi e contemporaneamente non si può non tentare di minarla cominciando ad imbrigliarla nelle solite ipertrite e consunte definizioni.

Possiamo, ancora una volta, leggere, in un romanzo, le influenze freudiane; pare infatti di leggere Psicogenesi di un caso di omosessualità in una donna!

Perché, mi chiedo, qualche editore non inizia a raccogliere in collana questi lavori? Non vorrei però che la collana si chiamasse “I classici dell’omosessualità”; suggerisco “I classici sull’omosessualità”.

Adesso che parecchie idee si sono involute sul tema, si potrebbe iniziare a raccogliere l’excursus storico sull’argomento e sue vecchie e nuove argomentazioni.

Credo anch’io nella questione creativa di genere? Forse sì, e me ne dolgo, ma anche la storia va scritta, ed interamente, non soltanto quella che si è voluta sino ad oggi insegnare.

Un libro quindi che, come tanti sul tema, va riletto e rimeditato, soprattutto da quanti ancora credono che bisogna fermarsi a domandarsi «perché le donne che voglion mettere i calzoni al loro nome scelgono così spesso Giorgio?» (pag. 73) e che asseriscono esistere «soltanto due modi di godersi la suprema bellezza e contemplarla in un silenzio o celebrarla col massimo rumore possibile» (pag. 225).

Ancora, per chiudere, sono troppi quelli che sottoscriverebbero le seguenti parole di Compton Mackenzie: «I corteggiamenti di Mitilene vengono complicati dal fatto che i due protagonisti sono ambedue femmine. Spesso, si capisce, una delle due, e qualche volta tutte e due, si danno arie maschili che resistono però raramente alla difficile prova. Inevitabilmente sono costrette a fare a turno la parte della vergine inseguita. E tanto l’una che l’altra sono esposte in una crisi emotiva a diventare passive, come una qualunque donna ordinaria, circostanza un poco umiliante, riflettendoci bene» (pag. 187).

È stata emessa la sentenza?

Dato che qui rivive troppo e male la Grecia antica, asserirei che è stato dato άπόφτεγμα… (1)

«Saffo è la più antica poetessa della storia europea. Nacque a Lesbo intorno al 640 a.C. La sua famiglia aristocratica. Trascorse la maggior parte della sua vita nella città principale dell’isola, Mitilene. Il padre si chiamava Scafandro, la madre Cleide; ebbe tre fratelli. Si sposò ed ebbe una figlia, chiamata anche lei Cleide. La sua poesia, destinata a essere cantata con l’accompagnamento della lira o di altri strumenti a corda, nasce in larga misura per seguire i vari momenti della vita del tiaso (un’associazione femminile collegata al culto di Afrodite) che la poetessa dirigeva: le feste comuni, le danze, le preghiere alla dea protettrice, lo sbocciare di sentimenti e di amori tra le giovinette…»

Da: I miti di poesia, Arnoldo Mondadori s.p.a. , Milano, 1996.

Queste poche righe introduttive non sono firmate.

L’edizione italiana qui commentata di Extraordinary women, fu pubblicata da Longanesi nel 1967, con traduzione di Maria Napolitano.

(1) Detto memorabile, sentenza breve e arguta, spesso di carattere proverbiale (Dalla “Grande Enciclopedia”, Istituto Geografico De Agostani, Novara, 1974, vol. II)

Compton Mackenzie nacque nel 1883 nel West Hartlepool (contea di Durham). Nove e passa lustri orsono probabilmente era ancora in vita, pur se più che ottuagenario. Studente di Oxford, vi diresse il giornale The Oxford point of view. Ufficiale di marina durante il secondo conflitto mondiale, rimase invalido, e gli fu affidato il ruolo apicale nel Servizio Segreto dell’Egeo. Il suo esordio in narrativa risale al 1908 con Carnival, per tre volte riprodotto cinematograficamente. La Longanesi pubblicò tutta la sua notevole produzione letteraria, fra cui segnalava Né carne né pesce.

Monica Cito è nata a Telese Terme nel 1972.

Avvocato perfezionato in diritto penale minorile ed articolista di portali letterari e giuridici, anche di rilevanza internazionale.
Si è formata alla Scuola per Amministratori – S.P.A. 2012. Nello stesso anno pubblica, su commissione del Movimento Cristiano Lavoratori, il saggio Attività amministrativa della Pubblica Amministrazione e attività amministrativa dei privati, Simple edizioni, Macerata.

È altresì autrice, per TBM (canale 212 digitale terrestre Puglia), di una rubrica di deontologia forense.

Curatrice dell’antologia Storie a Mezzogiorno, edizioni Simple Macerata 2009; giurata di “Parlami d’amore”, edizione 2012, del caffè letterario “La luna e il drago”, ad ideazione e cura della scrittrice Anna Montella; proviene da numerose esperienze redazionali, tra le quali Il Cavallo di Cavalcanti Azimut editore Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma. Per il quale le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel dizionario Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Dopo un’intensa attività di volontariato all’interno dell’Associazione Italiana Celiachia, costituisce il Comitato Autonomo Gluten Sensitivity, per dare voce, attraverso la convegnistica, ad una nuova cittadinanza attiva per il mercato del senza glutine e la libertà e salute alimentare.


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19.05.2017