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Paola Zaretti: femminismo e psicanalisi

Giancarlo Calciolari
(15.01.2014)

Leggendo Nel Nome della Madre, della Figlia e… della Spirita Santa. Femminismo e Psicanalisi di Paola Zaretti ci siamo trovati a attraversare in varie direzioni il suo palinsesto di scrittura. Riguardo alla riapertura di un dibattito cruciale per il femminismo italiano, quello tra Angela Putino e Luisa Muraro sulla questione dell’isteria, abbiamo scritto una nota di lettura (http://www.transfinito.eu/spip.php?article2072).

Altri strati dello palinsesto, altre questioni, come quella del rapporto tra femminismo, psicanalisi e politica, sono l’occasione per altre annotazioni. Rimanendo nell’aspetto di laboratorio aperto del testo di Paola Zaretti abbiamo scritto altre annotazioni sollecitando elementi linguistici e questioni che richiederebbero la scrittura di più di un libro. Questioni così sedimentate che richiedono la forza dell’ironia, e è la ragione del titolo, che rispetto al nome del padre teorizzato da Lacan, comincia con Nel Nome della Madre…

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In copertina figura tratta da un’opera di Maria Micozzi, "Sovvertire l’ordine", olio e inchiostri su tavola, 200x100

Il discorso medico e la psicologia, tra corporazioni e “psicherazioni”, sono aspetti eruditi del feticismo sociale, che si può intendere nella differenza tra pene e fallo. Ovvero sono aspetti del primato del fallo (non la medicina e l’intellettualità senza logìe) eretto pleonasticamente sulla presunzione maschile di essere portatori del pene, allucinati dalla vista del sesso femminile come mancanza del feticcio per eccellenza, che non è il fallo ma il pene. Questa è l’ignoranza dotta psicanalitica, che il femminismo chiama non a torto psicanalisi dei padri. L’impianto fallico, che ho avuto la gentilezza di qualificare di impianto del porco, ipotiposi per l’impianto del nome del padre, del padre morto, del totem e del tabù, non è messo in discussione che da rarissime psicanaliste e ancor più rari psicanalisti. Perché ne va anche del comfort della loro pratica clinica. Solo quando il fantasma d’esclusione trova carne per i suoi denti, ossia interviene un’esclusione, allora qualcuno può porsi come questione quella delle associazioni psicanalitiche. È il caso anche di Luiz Eduardo Prado de Oliveria. E se per le donne che rispetto alla gerarchia si trovano nella posizione di supporto e di supplemento dell’uomo, il fantasma d’esclusione può essere più semplicemente coglibile, rimane che per l’applicazione millenaria di questo impianto sociale e culturale è molto difficile assumerne l’analisi.

Si può intendere così nella sua portata intellettuale la necessità di demedicalizzare e di depsicologizzare l’isteria come modo di porre la questione donna, che è quello della psicanalista, filosofa e femminista Paola Zaretti. E l’elaborazione linguistica dell’isteria è posta da lei confrontandosi con gli anomali della psichiatria che sono stati Freud e Lacan, che sono rimasti in un compromesso fantasmatico con la psichiatria e è la ragione della persistenza dell’impianto fallico nella loro teoria. Si tratta di assume l’isteria come un’altra cosa, una cosa linguistica in un palinsesto (su cui non cessa la pressione dell’estorsione sociale dell’impianto) che occorre giunga all’altra cosa, che va con la dissipazione del fantasma di dominio dell’uomo sulla donna e dei suoi effetti reali. Mentre nel pensiero di Luisa Muraro l’isteria è mantenuta, sebbene nell’ordine simbolico della madre, che non le dovrebbe essere ostile, e invece la lascia nell’impasse.

Dall’esigenza intellettuale di non lasciare l’isteria in mano alla medicina e alla psicologia all’esigenza inintellettuale di affidarla all’ordine simbolico materno, quando si tratta in ciascun caso di elaborazione e articolazione di una fantasmatica, ossia di un tentativo di padronanza e di controllo sulla vita.
L’intervento di Luisa Muraro (15) di riprendere l’isteria proprio quando la medicina e la psichiatria fanno a meno del suo nome può valutarsi solo a posteriori. Non siamo lontani da questa modalità che è la nostra di assumere la presunta rappresentazione personale e sociale del sintomo. Quando scriviamo dell’oro della balbuzie, facciamo questa operazione. E ci sono precedenti illustri, come Giordano Bruno con l’asinità, detta allora asinitade.

Quindi: “io che sono attaccabile con difficoltà, per l’autorità che ho conseguito facendo e scrivendo, sono isterica [Muraro non è sfiorata da fantasmi isterici]”. Ossia: “adesso avrete a che fare con me, e non sarà facile come con le altre isteriche”. Eccetera.

Rimane che la teorizzazione dell’ordine simbolico della madre va contro l’assunzione ironica del sintomo.

In tal senso la domanda isterica di un maître da irridere e su cui governare, chiedendogli di sapere del proprio indicibile desiderio, risulta una domanda sostanziale e mentale sulla quale governare spacciando un sapere magistrale. Là dove l’isteria sollecita una risposta intellettuale alla questione della gerarchia, del primato del fallo, del nome del padre, del principio paterno, della metafora paterna, la risposta di un ordine (medico, psichiatrico, psicanalista, femminista, psicoterapeutico…) chiude la questione. S’installa la questione chiusa e s’impiantano le inclusioni e le esclusioni. E le incluse nell’ordine simbolico materno (come gli inclusi nell’ordine simbolico paterno) sono soddisfatte e vantano i meriti dell’ordine. E il sovrano del nuovo ordine è la papessa, in competizione con il papa, come scrive Putino (16). La citazione conclusiva del libro di Paola Zaretti, Nel nome della Madre, della Figlia e… della Spirita Santa, è tratta da Luce Irigaray che annota come le donne incluse si sentano liberate e di come l’appropriazione nel possesso (di posti e di gadget gerarchici) sembri soddisfarle. Godere del potere?

Paola Zaretti ponendo la questione dello specifico della pratica psicanalitica, che viene perso nell’assunzione femminista della figura dell’isteria, s’interroga anche di ciò che resta isterico dell’isteria non più isterica del femminismo. E questa domanda va oltre il bersaglio polemico della guerra intellettuale all’ordine simbolico della madre. Per esempio, possiamo formulare la questione nel caso dell’assunzione della melanconia da parte di Judith Butler: che cosa resta di melanconico… Federico Zappino, traduttore del libro che stiamo citando, La vita psichica del potere, è sorpreso dal rischio che la melanconia divenga in Butler un tratto universale.

La figura materna in quanto “figura dell’origine” giunge sino alla costruzione teorica di un ordine simbolico materno (17). E si dovrebbe interrogarsi anche sul destino della figura filiale. Mentre la figura “donna” o figura “feminina” pare non meritare l’indagine. Intanto, già la figura non si declina: la figura non è materna e neanche paterna. Occorre l’impianto genealogico per definirla materna o paterna, per renderla circolare e quindi con inclusi e esclusi, supporti e supplementi…

Questa circolarità è anche quella che annota Zaretti leggendo Putino, trovando come l’ordine simbolico materno di Muraro non sia altro che la riproposizione sintomatica della posizione isterica (17).

Angela Putino (17): l’isterica insegue il familiare, ricalca il ritorno come mito […] manca la differenza e la esibisce come verificabile. Ritorno all’origine. Il principio del ritorno. Il concetto di ritorno. La significazione di ritorno. Principio delle differenza (come molteplicità di identità fittizie) sempre verificabile, falsificabile, invalidabile, controvertibile: dalla madre dell’ordine.
Paola Zaretti volge in domande le sue acquisizioni, quando paiono contestare protocolli sociali consolidati, e questa è una forma di cortesia, di non avversione ai mulini a vento. Quindi, senza il punto interrogativo: “L’ordine simbolico della madre non è altro che una delle tante varianti di quel Nome del padre, che può essere, per un soggetto, qualunque altra cosa, persino una Madre”(18).

Per Angela Putino “gli effetti non possono essere restituiti a nessun centro”(18).

Per volare occorre precipitare in fretta oppure occorrono le ali dell’asino Bruno.
Il sentimento tragico come argine all’edulcorazione della vita non sfugge all’altra parte del ciclo, il sentimento del comico.

Daniela Pellegrini: “Forse non sono neanche una donna”(22). Non accettazione del nome del nome.

Paola Zaretti: “Il solo nesso che oggi accomuna psicanalisi, femminismo e politica è un’avvenuta separazione a rischio della loro estinzione. […] la psicanalisi, nell’oblio più totale delle sue origini, è oggi ‘trapassata’ al rango di psicologia e di ‘terapia di Stato’” (36).

L’ordine simbolico della madre: perché non l’ordine simbolico delle donne? Nel senso che per Muraro persiste la sovrapposizione tra donna e madre, sino al “monopolio discorsivo” (Putino).

Il primato della relazione donna con donna compie la liberazione della verità dell’isterica, secondo Luisa Muraro.

Testi non scritti: Amiche mie paranoiche, Amiche mie schizofreniche, Amiche miei ossessive, Amiche mie perverse… E poi: La posizione paranoica e la necessità della mediazione, e così via…

“Si cerca così di passare dall’insensatezza alla ricerca di senso”(46). Modulo impiegato da Muraro anche nel libro Autorità, che avrebbe dovuto intitolarsi “Il senso dell’autorità” oppure “Alla ricerca del senso dell’autorità”.

Rilevare la mancanza del padre nell’ordine simbolico della madre non fonda né l’ordine né il padre mancante. Potrebbe anche essere presente, come nell’accenno a due ordini simbolici fatto da Muraro. Rimane la negazione del nome (che non è del padre né della madre) e la sua economia, anche nella forma di rapporti tra donne oltre che quella consolidata tra uomini. Rapporti tra donne che possono giungere alla produzione di una genealogia femminile, come scrive Carla Lonzi a proposito della pratica del gruppo Diotima e della Libreria delle donne di Milano.

Il primato paterno della psicanalisi (62) evita costantemente che mettendo in questione il primato del fallo si metta pure in questione il principio gerarchico.
Il nocciolo di negatività nelle relazioni tra donne (65) non ha nulla di gnostico: non risponde a una mistica del femminile, al lato oscuro della donna o della madre. Né continente nero né buco nero, l’economia del negabile - che si enuncia come principio dell’innegabile - è il fantasma in tutta la sua economia.
Luisa Muraro: “c’è una tipologia femminile che passa per la donna isterica, ed io mi metto tra queste”(65). Appunto, se era isterica non avrebbe avuto bisogno di mettersi tra le isteriche.

Ancora Muraro: “Ho modificato il mio inconscio e sono nell’ordine simbolico della madre”(66). Se c’è una cosa che non è specifica dell’inconscio è quella di appartenere a qualcuno/a. Non c’è il mio inconscio. E non c’è l’ordine simbolico della madre, come non c’è l’ordine simbolico del padre. La “copia”, il fantasma, nemmeno all’infinito può farsi passare per l’originario. Non lo raggiunge mai. E accade semmai che l’inconscio modifichi la modificatrice e la spinga, Muraro, a leggere il muro e a non riuscirci.

E poi c’è quasi una profezia negativa da fare: a un certo punto si troverà fuori dallo stesso placentare ordine simbolico della madre.

Per Luisa Muraro non è questione di fare la legge ma di farsi amare. Se non Gli scomunicanti di Pierre Legendre, a questo proposito, sarebbe il caso di leggere L’amore del tiranno di Giancarlo Ricci, scritto prima che lasciasse il “tiranno” Armando Verdiglione. È il tiranno che sogna di governare facendosi amare dal popolo, senza scomodare la scienza di Niccolò Machiavelli. È un modo di declinare il primato del fallo, anzi della falla, secondo il conio ilare di Paola Zaretti.

Il rapporto di affidamento si configura per Muraro come riparazione femminile della grandezza materna e fondazione di un’autorità sociale femminile (68). Declinazione della fede in una operatività tra donne, senza più altra idea come operazione. La riparazione femminile della grandezza materna (che l’isteria perderebbe prendendo la madre come “castrata”) non giungerà mai al mito della madre, come mito del tempo, mito dell’altro tempo del fare e non del tempo ciclico che dalla madre va alla madre passando per la madre. Quanto all’autorità, essendo un aspetto del non dell’avere (della funzione di rimozione), non è né personale né sociale. I tentativi di edificarla compiono il ciclo della legge del capovolgimento (retournement) e si realizza l’inverso.
Dalla costruzione alla decostruzione, sino alla distruzione.

Daniela Pellegrini a proposito di Luisa Muraro parla di matricidio, proprio nell’esortazione a amare la madre (69). Morte della materia della parola, della sua denotazione, a vantaggio di una connotazione, in questo caso femminile.
Oltre che dall’autorità all’autoritarismo lo scivolamento è tra autoritarismo e antiautoritarismo.

Paola Zaretti rileva come la questione del dar senso ai sintomi isterici non c’entra nulla con la pratica analitica, e risponde all’affermazione di Luisa Muraro: “In breve il femminismo è stato per l’isterica come un teatro che ha dato senso ai sintomi” (75), quando il sintomo per Freud è già “controsenso”, “senso sessuale”.

“Il patriarcato è vivo, vivo più che mai…” (76). E in tal senso dire che il primato del fallo è un fantasma non toglie che la sua applicazione sia il patriarcato in atto di cui parla Zaretti.

Per Carla Lonzi i valori della cultura maschile sono gerarchici e categoriali (78). E come l’accorgersi che nella cultura maschile la donna è supporto e supplemento della gerarchia non fonda nessuna ontologia, che tra l’altro risulta prescrittiva e proscrittiva per donne e uomini.

“Tutto ciò che appare esistenzialmente senza identità riconducibile all’esercizio di un ruolo sociale, [la cultura maschile] lo cancella”. Ecco perché il mulino a vento è la piramide sociale, che si sgretola non togliendole il credito e la credenza, ma andando in direzione della qualità, non più in un viaggio circolare ma lungo una “curva anomala”.

Il principio dell’innegabile (così il fallo e il suo primato per gli psicanalisti) è un aspetto dell’impianto gerarchico, angelologico (sino all’angelo necessario di Cacciari) o demonologico (ivi compreso l’Acheronta movebo di Freud). E il principio dell’innegabile si esercita come economia del negabile di ciò che appare: lo sovrasta con l’episteme o gli sottostà con la sub stantia. E quel che forse è più evidente per le donne vale anche per gli uomini: “Tra le donne socialmente vale chi non vale e chi vale esistenzialmente non vale socialmente” (78). E questo scritto da Carla Lonzi che chiama la scalata dell’ordine gerarchico “scalata al fallo”.

L’altra psicanalisi (81), quella che non è mai nata al di fuori dalle scuole dei padri, non è stata inventata perché le donne analiste, come gli uomini analisti, hanno trovato comodo prosperare all’ombra della scala fallica. E oggi siamo nella parte calante del ciclo della prosperità.

Come l’insalatina (botanica fantastica), la tabula rasa dei miti ha fruttato e frutta altri raccolti. Ovvero è il femminismo che tabulando raso con l’autocoscienza (citazione di Carla Lonzi, 81) si trova rasato e senza tavola intellettuale a ogni piè sospinto, come accade alla psicanalisi con i continui attacchi a Freud. E certamente ci sono obiezioni da porre a Freud, ma nulla che valga l’attacco, l’altro nome dell’inquisizione. Ecco perché il libro di Paola Zaretti è un atto di guerra intellettuale, che procede dall’apertura e non dalla sua rappresentazione in amica/nemica. E in tal senso tiene conto della lezione ironica di Angela Putino che ha scritto Amiche mie isteriche e non “Nemiche mie isteriche”. Nessuna personalizzazione della battaglia, come per Putino (84). Semmai questione di etica (Putino) e di clinica (Zaretti), nel senso che l’attraversata del fantasma isterico senza l’analisi è “quasi” impossibile.

L’imperdonabile noncuranza della psicanalisi per la miseria maschile (83) la si constata anche nel divario tra gli studi dedicati all’invidia del pene e alla sessualità femminile e la quasi totale assenza di lavori sulla protesta virile e sulla sessualità maschile. Miseria della sessualità maschile resta da scrivere in quel al di qua del fallo che mai Lacan ha varcato, se non nell’indicazione (in bilico tra ironia e sarcasmo) alle donne analiste di scrivere “Al di là del fallo”.

La cifra della lettura di Angela Putino dell’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro, quella di una costruzione materna dispotica è l’occasione per Paola Zaretti di proseguire nell’analisi del dispotismo e della tirannide visibili del discorso maschile e anche delle tracce invisibili di tentativi dispotici al femminile: “dietro le quinte del progetto femminista” (85).

“Senza pastori e senza papesse” (106), ovvero senza genealogia e in particolare senza teologia politica, dato che pastori e papesse sarebbero riflesso dell’ordine divino in terra.

“Sono un santo o un buffone? si chiedeva Nietzsche”(110). È una domanda posta nel più e nel meno, come se ci fosse anche una scala che va da un termine all’altro. Anche in questo caso l’essere è sospeso dalla funzione di significante.

La trasformazione congiunta fra corpo femminile e corpo sociale (113) è quella di un soggetto o di più soggetti. Il soggettuale (che in effetti è evento e avvenimento) come effetto del tempo, della sua trasformazione. Inoltre non c’è sessuazione del corpo della parola, e neanche socializzazione, se non come modi di accettare l’inaccettabile.

La relazione madre-figlia non è omosessuale. L’omosessualità non segna dall’inizio la relazione, non determina l’apertura.

“Dall’orrore e dal rifiuto del femminile non si guarisce: è questa l’ultima parola di Freud” (115). Orrore per quella posizione di sottomissione che è rifiuto del femminile anche da parte delle donne nella forma dell’invidia del pene.
Incurabile è la malattia presunta. E se la base di questo fantasma si qualifica come isteria, la protesta virile non è assente da nessun altro fantasma. La “roccia” è una figura dell’inanalizzato, l’aspetto della sostanzializzazione; mentre la mentalizzazione è quello che appunto appare come malattia psichica.

Ecco un passo decisivo nel proseguimento dell’elaborazione: “Il rifiuto del femminile - e con esso la messa a morte di ogni possibile relazione vivibile tra i sessi - è dunque già inscritto in tale ordine [maschile] e l’accettazione della femminilità, stante il primato neutro-maschile-universale di tale ordine, comporterebbe, per uomini e donne, la rinuncia alla propria rappresentabilità al suo interno” (115). Il rifiuto del femminile, per quanto paia riguardare la posizione di sottomissione e di passività, comporta il rifiuto delle donne. E ecco anche perché tra il rinascimento e oggi si parla dell’irruzione delle donne nella scena civile. Molto interessante è la formulazione di Paola Zaretti di che cosa comporterebbe l’accettazione del femminile (e della donne nella scena civile): la rinuncia alla rappresentabilità all’interno dell’ordine (che la rappresentabilità sia “propria” è già improprio). Ancora un passo e si giunge al teorema: non c’è più rappresentazione. Non c’è più ontologia. Si rinuncerebbe all’ordine che non c’è. L’ordine del fallo. Ordine della rappresentanza, della figurabilità e dell’immaginabilità (Platone) delle cose. E come non comporti nessuna rinuncia per Paola Zaretti di teorizzare senza più il fantasma dell’ordine simbolico della madre, così semplice è anche non fare più ricorso all’ordine patriarcale, ovvero non sorreggerlo in termini teorici (così fan tutti). Che gli umani, in particolare gli uomini, cerchino di governare la vita con un fantasma (tra “nevrosi” e “psicosi”) non toglie che fantasma sia e fantasma resti. Non c’è un superuomo incensato dalla sua epoca che non risulti poi un caso di sopravvivenza e di fallimento. Un caso inintellettuale. Spesso anche tra i presidenti e non solo tra i dittatori.

Sartre aveva fondato la rivista l’idiota internazionale, ripresa poi da un idiota nazionale. Eppure questo modo, che è quello che non ha salvato la vita a Giordano Bruno, è interessante: assumere l’accusa, che poggia su un fantasma o in altri termini su qualcosa che non esiste. Allora se il fallo è anche il bastone, così pregiato nell’ideologia tedesca (Schaft), in cui forgia termini come comunità e dominio, è chiaro che senza più questa rappresentabilità fallica abbiamo sopra tutto l’imbecille: ossia senza bastone. Nulla di negativo. L’imbecille: un intellettuale per il terzo millennio! Dopo l’accademia degli asini fondata da Bruno: l’accademia degli imbecilli. L’iscrizione rimane gratuita.
Lacan era giunto sino a dire che il faut être dupe de la psychanalyse, ma occorre anche essere imbecilli della psicanalisi. Senza bastone, senza feticcio… senza più il primato del fallo.

Il fallo, che Verdiglione ancora mantiene nella catacresi del “diagramma della nominazione”, è il rifiuto del femminile. Il fallo è il penetrante davanti nell’invidia del pene e il penetrante di dietro nella protesta virile. E si capisce benissimo perché tale fantasma sia oggetto d’invidia e di protesta.

La più grande stagione d’oro della psicanalisi tradizionale (116) è senza l’oro della parola, senza traccia della moneta insituabile.

Angela Putino irride la teoria dell’ombrello (121): nessuna copertura, nessun lenzuolo di idee fisse. Sulla scia dei tagli e buchi di Lucio Fontana e dei cretti di Alberto Burri, non c’è più crepa che sia colmabile, riempibile. Il disguido simbolico rispetto ai protocolli gerarchici è il modo e la guida dell’esperienza originaria. E dall’impossibile genealogia delle identità – l’assenza di un filo che la segni (121) – si va in direzione del non c’è più identità, dell’assenza di quel principio aristotelico scritto come argine millenario dell’emergenza della differenza, che è anche in identità.

Bella citazione di Luce Irigaray: “La nostra differenza è irriducibile a una gerarchia, a una genealogia, a una storia. Non può essere stimata in termini di più e di meno: ciò significherebbe il suo annullamento” (In tutto il mondo siamo sempre in due, p. 39).

Paola Zaretti legge Luisa Muraro:”Salvare la Madre sopprimendo il Padre, anche se il desiderio di questa soppressione verrà negato” (123). E anche salvare la madre partecipa all’economia del negabile in cui è preso il padre. Proprio come principio dell’innegabile della madre. Solo nel matricidio la madre è da salvare. Nessuna teoria della salvezza; termine col quale Paolo traduce “ritorno”. Ritorno che invece è il funzionamento stesso del nome: la funzione di rimozione. E così il ritorno alla madre operato da Muraro funziona come un nome del padre, che insegna Lacan è il padre morto (secondo la legge).
L’incubo fallico, il suo impianto, la fantasia del capovolgimento (cit., 123): il principio d’ordine è circolare e così la gerarchia. Tale è l’incubo. Incubo della castrazione: l’incubo dell’invidia del pene e l’incubo della protesta virile. Questa la faccia tragica. L’industria del porno svolge la faccia comica, senza nessun soprassalto di riso. Nessuna traccia di motto di spirito e di umorismo.
Luisa Muraro più che il bastone sceglie la spada e la pianta nel ventre (questo è l’impianto e il fondamento del feticcio) ma non taglia mai fuori nessuna dal gruppo. Eppure Angela Putino, con le sua parole taglienti (Muraro dixit), pare che si sia trovata proprio nella posizione di tagliata fuori, di chi non vale…
Luisa Muraro ha ricercato l’ordine che potesse darle l’indipendenza simbolica (125). Appunto. L’ordine ricercato è senza ordine linguistico e quindi poi si realizza come disordine dispotico, che taglia fuori, corto e grosso, nel più e nel meno. Ci sarebbe anche da prendere in considerazione l’indipendenza letterale e l’indipendenza cifrale: l’ordine simbolico della madre è nella dipendenza letterale dal testo della madre-maestra-papessa (che s’impone come tiranno per farsi amare) e nella dipendenza clinica, ossia nella credenza nella psicopatologia (ossia anche del comportamentismo e del cognitivismo). Da qui la credenza nel femminismo psicoterapeutico (che Carla Lonzi rifiuta) e la credenza nello psicofarmaco (che sta al posto della sessualità femminile).

Il lato oscuro del femminile, oltre a essere una formulazione gnostica, comprendente l’odio per la madre, il rapporto negativo e irrisolto con l’altra donna in posizione di madre-maestra-papessa-vestale, enuncia semmai l’odio per la gerarchia che la contempla come supporto e supplemento. E anche l’invidia del pene è coniata come rifiuto del femminile: si tratta di rivolta femminile. Rivolta femminile e protesta virile. Esatto: gli uomini protestano e non si rivoltano, convinti di avere molto di più da guadagnare delle donne nell’accettazione dell’impianto fallico. Ogni uomo preferisce trapiantarsi il fallo al posto del pene e i risultati sono ascrivibili alla miseria della sessualità maschile. Il fallo è anche il preservativo sociale di “ogni” uomo, peraltro pleonastico, poiche “uomo” è già una presunta categoria universale.

L’onda del viaggio per Angela Putino presenta la curva dell’anomalia (129). È una delle sue più belle frasi. Il viaggio è singolare, non è circolare né rettilineo. Quello che conta è la curva dell’anomalia. Nessun principio della somiglianza e nessun obbligo alla dissomiglianza. “Il divenire […] induce una non conferma dell’identità” (130). Al punto che oggi è possibile sputare su Aristotele e i suoi tre principi del sistema. I gerarchi della filosofia in Platone (che richiedono la vagina pubblica per funzionare) divengono tre bastoni, tre pilastri, tre principi: non contraddizione, identità, terzo escluso. I fondamenti dell’impianto fallico, quelli stessi del feticcio convocato da Angela Putino (131).

Il simbolico per Angela Putino è sempre sotto il segno della discontinuità e del taglio (131): è per l’appunto la sintassi della parola, sul sentiero della notte, quello della rimozione. Allora interrompere l’atto designativo (134) è in direzione dell’instaurazione della sintassi del godimento, che non ha più nulla di fallico e quindi non si offre più alla contabilità sociale. È una sorta di epoche, di sospensione della designazione, che invece è pratica e sport gerarchico.

La piega di un divergere di Angela Putino (135) risente dell’elaborazione della piega di Deleuze. La versione del viaggio rispetto ai protocolli di viaggio sociali è avvertita come divergere, ma in effetti sono i viaggi politicamente corretti che sono autentiche diversioni dalla vita originaria: tutto qui il divertimento.
Ciascuna via che si attiene all’originario è una via non somigliante, appunto anomala, inedita, inaudita. E Paola Zaretti lo constata nella via irripetibile di Angela Putino.

À plus fort raison, il femminismo teorico dovrebbe porsi a una distanza infinita dalle condizioni di assoggettamento, di omologazione o d’impotenza presenti ovunque (138). È rispetto a questo che prima o poi lo stesso pensiero della differenza farà i conti. E questo vale anche per la psicanalisi: l’altra psicanalisi, quella che Lacan invita ciascuno/a reinventare, non può che confrontarsi e mettere in questione la struttura delle associazioni psicanalitiche per le loro condizioni debitrici dell’impianto fallico, alias gerarchico. E l’ipotesi di anarchia, per l’assenza di gerarchia, è negazione dei dispositivi da inventare ciascuna volta nella vita di una associazione.

Sono in gioco per Angela Putino “differenze non unificabili, né comprensibili in una differenza designabile; il piano in cui le differenze coesistono è un’evoluzione disgiuntiva” (139). È l’apparente paradosso della schisi e del sinodo. Sintomo, impasse e schisi sono le tre vie della parola: metodo, esodo e schisi. L’evoluzione disgiuntiva di Putino è uno dei nomi della schisi. Le cose in viaggio giungono alla divisione, al tempo, nell’intersezione tra metodo e esodo. La schisi è la divisione del tempo: il tempo stesso come divisione. Non è divisione personale (sino al soggetto della divisione nella presunta schizofrenia) e non è divisione sociale, dalla divisione del lavoro alla divisione sessuale. Quando la schisi s’instaura, ovvero quando la parola si divide e un’altra immagine acustica suona, questa è la via dell’etica, dell’estetica e della clinica. E al colmo della singolarità, la schisi ha come via il sinodo, l’andare insieme nell’irrappresentabile via intellettuale. Infatti la via regia di cui parla Freud non è il sogno (come scrivono errando anche i supereroi della psicanalisi) ma l’interpretazione del sogno, scrive Freud: l’altra lettura, quella dell’altra psicanalisi. E non c’è lettura senza la divisione della parola, senza il tempo come schisi.

Nel libro L’autorità Luisa Muraro non si confronta con la lettura dell’autorità femminile fatta da Angela Putino (Amiche miei isteriche, 51): “Con l’autorità femminile si configura […] un medesimo centro condiviso che divide tra un più e un meno. Qui si compie il circolo”. L’autorità femminile gira in tondo (come peraltro l’autorità maschile), in un circolo infinito che è anche una retta infinita. E non c’è asse fallico più fallico di questo bastone che si spezza ma non si piega. Tutto ciò rientra nel più e nel meno, nella percorribilità nei due sensi della scala di tutte le ascese e le discese, di tutti i trionfi e di tutte le disfatte.

Paola Zaretti è attenta alla struttura delle società psicanalitiche, la cui analisi l’ha spinta a fondare nuovi dispositivi di ricerca, di formazione e di analisi, e la compara alla struttura dei gruppi femministi: “c’è qualcosa che accomuna, c’è un’inquietante somiglianza tra alcuni stereotipi di comportamento degli/delle appartenenti alle ‘comunità’ analitiche e i comportamenti di alcune femministe fondatrici di Comunità” (145). Si tratta dello stesso asse delle inclusioni e delle esclusioni; nei termini della filosofia politica si tratta della questione teologico politica. Per quanto il titolo possa sembrare ironico: Il Dio delle donne di Luisa Muraro non valuta il rischio di questa assunzione, peraltro legittima, come l’assunzione dell’asinitade di Giordano Bruno o dell’assunzione del niente di Daniela Pellegrini. È comunque il dio delle donne che fa di Luisa Muraro una papessa, quello che Julia Kristeva, citata da Paola Zaretti, chiama “la fabbricazione di una qualche ‘capo’ al femminile” (146).

Non trattandosi, per parafrasare Irigaray nella citazione che conclude il libro di Paola Zaretti, del sua capo, del sua fallo e del sua pene come posta in gioco per ogni donna che si declini nel quantificatore universale (ovvero che si sdrai nei letti dei potenti e degli impotenti), non resta che un’assunzione ilare, giubilatoria, rabelesiana e bruniana, quella che Paola Zaretti affigge nel titolo del libro: Nel Nome della Madre della Figlia e della Spirita Santa, il modo in cui sono andate le cose in Italia (149).

[La numerazione delle pagine, anche delle citazioni di altre autrici, è quella del libro di Paola Zaretti, Nel Nome della Madre, della Figlia e… della Spirita Santa. Femminismo e Psicanalisi, Confine, 2013]


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19.05.2017