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La sofferenza degli animali

Paolo Giomi
(17.09.2013)

Domenica 7 aprile 2013, nell’ambito del programma del Bet Midrash in collaborazione con il Dipartimento Educazione e Cultura, il Collegio Rabbinico Italiano dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e l’Associazione Hans Jonas, è stato presentato, in via Farini 4 a Firenze, il volume LXXVIII della «Rassegna Mensile di Israel», edito da Giuntina, la casa editrice fiorentina dell’ebraismo a portata di libro: Gli animali e la sofferenza. La questione della shechità e i diritti dei viventi, a cura di Laura Quercioli Mincer e Tobia Zevi.

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Opera di Hiko Yoshitaka, "Senza titolo", 2011

Dopo il caffè di benvenuto, la presidente della Comunità ebraica di Firenze, Sara Cividalli, ricorda che non solo la vita degli uomini ma anche quella degli animali è sommamente degna di rispetto, perché dipendono da noi ed è nostro compito essere attenti al loro dolore. Spesso, invece, procuriamo un’enorme sofferenza, agli animali da compagnia, considerati alla stregua di pupazzi, e a quelli destinati a finire sulle nostre tavole, per i quali il momento finale della morte non è quello della maggior sofferenza, se comparata a quella che causiamo loro negli allevamenti, per ottenerne latte, uova e infine carne: vita non vita, implicante devastazione dell’ecosistema e incognite per le generazioni che verranno. Sentirsi in colpa per come maltrattiamo gli animali e riportare alla luce il nostro senso di responsabilità nei loro confronti, simile a quello che abbiamo nei confronti delle persone che in tutto o quasi dipendono da noi: neonati o disabili. A Enrico Fink, assessore alla cultura della Comunità, già attivo nel movimento animalista, il convegno pare un atto dovuto per il tema e l’importanza della «Rassegna Mensile di Israel» e, formulando la speranza che Firenze possa tornare al centro dei flussi culturali della Penisola, lascia la parola a Rav Joseph Levi, Rabbino Capo di Firenze che ci introduce alla prospettiva vegetariana nella visione di Rav Kook.
Primo Rabbino Capo dello Yishuv, Rav Kook visse dal 1865 al 1935, prolifico scrittore, leader spirituale, mistico.

Secondo il pensiero di Kook, il permesso di mangiare carne è una concessione provvisoria, poiché Hashem ha creato un mondo di perfetta armonia; accordare agli uomini, per sempre, di uccidere animali per mangiarli, implicherebbe la variazione dell’originario progetto creativo. Ai tempi di Nòach gli uomini avevano un livello terribilmente basso di spiritualità; probabilmente sarebbero arrivati al cannibalismo, incapaci com’erano di controllare la loro smania di mangiare carne. Le norme della macellazione rituale e le restrizioni della kasherut mantengono in vita un senso di rispetto per l’esistenza e accrescono la consapevolezza di ciò che realizziamo quando ci alimentiamo. La macellazione rituale è pensabile come una forma di auto-disciplina: molto più semplice sarebbe non assumere carne. Tuttavia, dal momento che il desiderio di sfamarsene, per molti, è qualcosa di irresistibile, la Torà lo permette. Ma con tutte le complicazioni e gli ostacoli che il consumare carne implica, non sarebbe più funzionale astenersi dal mangiarla? Secondo Rav Kook l’insistente richiesta di carne da parte degli uomini è una manifestazione di passioni negative, piuttosto che una effettiva necessità e nell’Era Messianica, quando tutti gli uomini saranno vegetariani, anche gli animali godranno degli effetti benefici della aumentata conoscenza e i sacrifici nel Tempio consisteranno in sacrifici vegetali, comunque graditi al Signore. Nel futuro come all’inizio né l’uomo, né gli animali mangeranno carne e nessuno causerà la morte di esseri viventi, neppure per nutrirsi. Adottare oggi la dieta vegetariana, tornando all’alimentazione dei primi uomini sarebbe dunque un obiettivo, un piccolo passo da compiere verso l’Era Messianica. Come scrive Rav Albo, uccidere gli animali abitua a uccidere e Rav Levi conclude ricordando l’opera di Rav Moshè David Cassuto, già Rabbino di Firenze, autore di un profondo commento alla Genesi e all’Esodo, già tradotto in inglese ma, purtroppo, non in italiano, dove leggiamo che l’intento originario della Torà era che l’uomo doveva astenersi dal mangiare carne e quando a Nòach e ai figli di lui viene fatta la concessione di nutrirsene, ciò ha luogo a patto di rispettare il divieto di cibarsi del sangue e quindi di rispettare la vita degli animali. È importante, dunque, mantenere viva la prospettiva futura di diventare vegetariani: sospesi o in cammino fra un tempo, quello edenico, e l’altro, che verrà, dell’Età messianica, non possiamo fare un passo e modificare le nostre abitudini alimentari, per diminuire la sofferenza delle creature?
Ilana Bahbout, coordinatrice del Dipartimento Educazione e Cultura Ucei, mette in risalto che il numero della Rassegna, pubblicata ora da Giuntina, promuove e approfondisce il concetto di responsabilità e consapevolezza nei confronti del mondo animale, inserendo il dibattito nell’orizzonte contemporaneo della Bioetica, vero e proprio antidoto alla cieca barbarie. Scienza, diritto, filosofia, letteratura e arte, si interrogano sui diritti dei viventi e sulla responsabilità dell’uomo chiamato a sorreggerli; tuttavia, se «per gli animali Treblinka dura in eterno», dopo Auschwitz non dobbiamo dimenticare come il processo di reificazione della persona può giungere al suo apice, quando il diritto di essere trattati come uomini viene revocato da un momento all’altro.

Laura Quercioli Mincer dopo aver ringraziato Daniel e Shulim Vogelmann, proprietari della Giuntina e quindi padrini spirituali della Rassegna, la più antica e importante rivista dell’ebraismo italiano, parla dell’assidua e paziente presenza degli animali nella letteratura yiddish ed ebraica, caprette che vanno al mercato dove scoprono che la merce migliore è la Torà, galli allevati come figli che manifestano riconoscenza pregando per l’anima della benefattrice defunta, cani, gatti, tori, non meri figuranti di scenario, ma con decoro umano, capre dal volto semita illuminate da angeli, Chagall e la sua pittura, dove uomo, natura, mondo animale, diventano componenti alla pari, tutti creati per celebrare il Divino Artefice. Ed ecco appare la monumentale opera di Louis Ginzberg Le leggende degli ebrei dove scopriamo il significato del miagolamento del gatto: «tutto ciò che respira loda il Signore» (Salmo 150,6). Laura Quercioli Mincer mette in mostra i gioielli raccolti nella sua memoria e ci arricchisce con il bagliore delle perle tratte dalla narrativa di I. B. Singer, di cui legge un passo del racconto “Il macellatore”, dove il tenerissimo rabbino, incaricato della macellazione rituale, prima di togliersi la vita, constatando che i filatteri son fatti di cuoio e la stessa Torà scritta su pelle animale, sente una voce suggerirgli che Dio è il Macellatore supremo, l’Angelo della Morte. Di Shalom Aleichem viene suscitato lo sguardo degli animali su noi, interpreti di un dio irridente e selvaggio il quale reclama incessanti tributi di morte. In qual modo la nostra legge si riflette nei loro occhi? L’amore per Dio e per il Suo Alto Nome, diventa un pretesto per giustificare i supplizi ai quali gli uomini li sottopongono.
Rimangono le caprette del Baal Shem Tov a salvarci dall’orrore del severo giudizio sul nostro operato, le quali si alzano sulle zampette posteriori all’arrivo del santo uomo per tributargli l’onore o per pregare insieme a lui. La letteratura chassidica è intrisa dell’interesse degli ebrei per i loro compagni meno fortunati, e Buber, Agnon, fra i molti, sono stati attenti testimoni di questo sguardo diverso, ed ecco uomini in grado di intendere l’idioma degli animali e ancora capre, mucche, galli, giocolieri e angeli. Ma il percorso si fa arduo e corriamo da Chagall alla pittura di Chaim Soutine, che a Parigi nel 1920 dipingeva animali macellati e si sente il peso di una frase di Paolo De Benedetti: «La sofferenza degli animali è il problema più grande che la teologia non ha affrontato».

Se il problema fosse solo quello della macellazione rituale basterebbe forse, al momento di affilare la lama alla pietra, inumidirla con le lacrime, come ci racconta Agnon? «Persino il nostro essere qui può costituire una colpa», enuncia Emidio Spinelli che ci ha fatto percorrere alcuni versanti del pensiero di Hans Jonas intorno alla sofferenza degli animali. Non dobbiamo aumentarla bensì diminuirla: la colpa che può essere ridotta è quella per abuso al di là della necessità quando promuoviamo il bene umano. Per decenza, dovrebbe essere evitata la crudeltà nei confronti degli animali, anche se la «scelta del comportamento da adottare nei loro confronti negli ambiti della sperimentazione» pare ad Hans Jonas «questione del tutto marginale». La sperimentazione «dovrebbe essere attuata solo per scopi utili, inclusa l’uccisione, forse perfino la tortura, fino al punto di infliggere supplizi agli animali da esperimento». Se la sperimentazione, con tutto ciò che comporta, può servire a eliminare malattie come l’Aids o altre, allora la sperimentazione si può fare. L’inizio della colpa, secondo il parere del filosofo, va piuttosto individuato in ciò che facciamo ai nostri animali domestici che sfruttiamo intensivamente a scopo alimentare, mossi da inarrestabile volontà di profitto, da semplice esigenza capitalistica. Questo richiede, secondo Jonas, una riflessione: su «quali motivi sono utili, difendibili». Secondo lui non ha senso attribuire diritti agli animali; soggetto di diritti è un chi detiene la capacità di riconoscere i diritti altrui. Possono gli animali riconoscerci in quanto titolari di diritti? Leggi, necessità della vita, sono caratterizzate da spietatezza e abbiamo il dovere metafisico o ontologico di ridurre al minimo il nostro inevitabile, distruttivo, impatto sull’ambiente, sulla biosfera. Jonas allarga, appunto, il concetto di etica e di responsabilità alla biosfera. Parola ancora nuova per molti, oggi. L’uomo, al vertice del creato e investito di grande potere e responsabilità, dovrebbe trovare indecente il gusto a lasciare soffrire un altro essere senziente. Pur essendo, biblicamente, ricapitolazione stessa del creato, «molte le cose terribili ma nessuna si rivela più terribile dell’uomo», scrive Sofocle. Talvolta, nel confronto tra uomini e animali, conclude Emidio Spinelli, gli animali si mostrano migliori di noi e questo dovrebbe darci un motivo di più per rispettarli. Auschwitz è opera d’uomo.

Mino Chamla, docente di filosofia presso la Scuola ebraica di Milano, interviene raccontando la propria scelta di diventare vegetariano «viscerale» e di aver provato orrore, molto presto nella vita, all’idea di mangiare animali o alla vista di carni destinate all’alimentazione, quasi corrispondesse, tale vista, a «uno svelamento della morte», a un degrado che lo riguardava, riguardando l’umanità intera. Timore e tremore davanti all’animale morto, ma anche «rinvio a un tabù ancestrale, quello del cannibalismo», come leggiamo anche nello luminoso pezzo scritto da Mino per la «Rassegna Mensile di Israel», articolo da leggere tutto di un fiato nella sfavillante veste editoriale data da Giuntina a un argomento così vicino al sentimento ebraico nei confronti degli animali. Ricorda, Mino, nel suo intervento, anche il libro di Jonathan Safran Foer, pubblicato in italiano da Guanda con il titolo Se niente importa, reportage sulla moderna industria alimentare, la quale trasforma gli animali in alimenti destinati a finire sulle tavole di miliardi di esseri umani. Il libro racconta di crudeltà esercitate su animali ancora vivi, la costrizione fisica di detenuti per tutta la vita, l’inquinamento globale, l’enorme spreco di energia e di risorse ambientali causato dagli allevamenti intensivi. Tutto questo non dovrebbe spingerci a fare un piccolo passo verso l’Età messianica, anticipandola, rinunciando a cibarsi di carne? E riconoscere l’alterità inquietante e assoluta dell’animale, la sua diversità che non dovrebbe mai cadere nell’oblio?

La questione della shechità viene affrontata da Tobia Zevi, Presidente dell’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas, e da Rav Gianfranco Disegni, coordinatore del Collegio Rabbinico Italiano Ucei e biologo ricercatore presso il CNR. Interessanti anche questi interventi condotti a fine mattina, prima del pranzo vegetariano delle 13,30. Ancora una volta ricchi, complessi, difficili da sintetizzare in poche righe e comunque reperibili estesamente nel coltissimo volume dato alle stampe da Giuntina. Scorgiamo alla fine l’intreccio fra politica, immigrazione, osservanza delle norme religiose, l’esigenza di rimodulare
l’obiettivo di ridurre la sofferenza degli animali destinati alla macellazione, utilizzando tecniche moderne elaborate secondo i progressi della scienza e della tecnica. È possibile anestetizzare o stordire l’animale prima di sottoporlo alla shechità? Tali azioni, finalizzate a diminuire la sofferenza dell’animale da sacrificare, non ne compromettono la kasherut? Ad oggi, in Italia lo stordimento preventivo dell’animale non è permesso e il tentativo di vietare la macellazione rituale fatto nel 1998 è naufragato per l’intervento dell’UCEI, che ha ostacolato la proposta del partito dei Verdi. Sarà possibile, in futuro, trovare metodi di stordimento tali da non compromettere in alcun modo l’integrità dell’animale e quindi ammissibili dalla Halakhà? Ai posteri la sentenza ardua.
Di fatto, la complessità della discussione e la presa in carico del dibattito sulla sofferenza indicano forse un’altra strada percorribile, se vogliamo. Non dobbiamo, tuttavia, sentirci in alcun modo obbligati a fare i primi passi verso il Tempo, promesso, in cui nessun vivente ucciderà altri viventi.


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19.05.2017