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La sessualità maschile

Marina de Carneri
(9.09.2013)

All’interno del museo archeologico nazionale di Napoli c’è una zona protetta che si chiama Il Gabinetto segreto. Si tratta di due stanze, la 62 e la 65, in cui sono raccolti tutti reperti di soggetto erotico ritrovati negli scavi di Pompei. All’epoca dei primi scavi, nel XVIII secolo, la scoperta di oggetti e dipinti francamente osceni per il nostro metro culturale non mancò di destare sorpresa e scandalo tra i contemporanei che si erano fatti un’idea molto più sobria della civiltà romana. Nel secolo successivo poiché l’esposizione di tali oggetti sollecitava i commenti poco lusinghieri dei visitatori che venivano a fare il Gran Tour dai paesi dell’Europa del nord, i Borbone decisero di separarli dalla massa di tutti gli altri e di raccoglierli in una zona riservata. Nel 1821 nacque così il Gabinetto segreto, il cui accesso era riservato solo a “uomini maturi e di provata moralità”. Con l’arrivo di Garibaldi, il Gabinetto fu reso pubblico e accessibile a tutti inclusi il clero e le donne. In seguito, durante il ventennio fascista, il museo segreto fu nuovamente chiuso. Fu riaperto nel 1967 e poi richiuso pochi anni dopo per motivi di restauro fino al 2000, anno in cui è stato riaperto definitivamente al pubblico.

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Opera di Christiane Apprieux

Ciò che scandalizzò gli archeologi e in seguito i turisti in visita agli scavi di Pompei, forse più del contenuto sessuale di molti reperti, fu la diffusione e la visibilità delle rappresentazioni erotiche nella vita familiare e pubblica della città romana: ovunque spuntavano simboli fallici, affreschi e sculture raffiguranti atti sessuali espliciti. In particolare, tra le sculture ce n’era una che apparve specialmente offensiva: si tratta di una riproduzione molto dettagliata e realistica del dio Pan che penetra una pecora (vedi immagine). Nella mitologia greca, Pan era un dio raffigurato come metà uomo e metà animale. Il nome Πάν deriva dal greco paein, cioè "pascolare", e infatti Pan era il dio delle selve e dei pascoli. È un dio potente e selvaggio con caratteristiche simili a Dioniso, che va per i boschi suonando, danzando e seducendo le ninfe. È quindi la celebrazione dell’ebbrezza e degli istinti primordiali.

Gli antichi attribuivano agli dei sia gli eventi naturali che i moti dell’animo umano che ritenevano di non poter controllare. In particolare sappiamo che il sesso era vissuto dai greci e dai romani come un forza potente che non poteva essere ostacolata e che sapeva soddisfarsi di qualsiasi oggetto umano o animale. Il dio Pan era un satiro, cioè una creatura mitologica di sesso maschile con corna di capra o di montone, coda e zoccoli. La copulazione con la pecora naturalmente sta a indicare che la pulsione sessuale maschile non si ferma davanti a nulla e che questa è la sua forza.

La scultura oggi custodita nel museo segreto ci dice qualcosa di importante su come era costruita la sessualità maschile nell’antichità classica e anche sulla sessualità maschile nel presente, purché si tenga conto che ciò che a Roma e in Grecia era pubblicamente praticato e celebrato, in epoca moderna si svolge in segreto e in privato, cioè in una dimensione protetta e separata dai luoghi dove si celebra la morale ufficiale. Ai giorni nostri la rappresentazione di atti sessuali continua vigorosamente, anche se non è più altrettanto rappresentabile in pubblico ed è chiamata pornografia (dal greco πόρνη, porne, "prostituta" e γραφή, graphè, "disegno" e "scritto, documento"), cioè “rappresentazione degli atti che sono compiuti dalle prostitute”.

Non bisogna pensare che, essendo cambiati i modi della rappresentazione, i fantasmi che abitano la sessualità maschile, siano sostanzialmente diversi da quelli di duemila anni fa. Quel che c’è di diverso nella nostra epoca—che giustamente si fa iniziare dalla nascita di Cristo—è il fatto che la sessualità è gradualmente scomparsa dalla scena pubblica e si svolge dietro al velo della vita privata protetta dal diritto alla libertà delle scelte individuali.

In epoca romana il termine pornografia non esisteva, non perché non ci fosse una copiosa offerta di bordelli e prostitute di ogni rango e per tutti i gusti, ma perché i maschi romani non vedevano ragioni di vergognarsi della propria sessualità e quindi non si vergognavano nemmeno di rappresentarla. L’assenza del concetto di pornografia come cosa tanto proibita quanto desiderata e di senso di colpa rispetto alla sessualità ha indotto molti studiosi a dipingere l’età classica come un periodo di grande libertà e innocenza sessuale guastata per sempre dall’avvento del cristianesimo. Si tratta di una percezione confortata da una antica leggenda. Secondo quanto scrive Plutarco nel suo trattato Sul tramonto degli oracoli (De defectu oraculorum) durante il regno di Tiberio (14–37 d.C.) un mercante fenicio a bordo della sua nave in partenza per l’Italia udì una voce misteriosa che si levava dalla riva gridando: "Annuncia a tutti che il grande dio Pan è morto!". L’indulgenza sessuale degli antichi era terminata, una nuova epoca in superficie molto più sobria ed ascetica era in arrivo inaugurata dal sacrificio del Cristo sulla croce.

A proposito della sessualità in epoca antica, in una nota a uno scritto intitolato “Tre saggi sulla teoria sessuale”, Freud ha osservato:
La differenza più incisiva tra la vita amorosa del mondo antico e quella nostra risiede nel fatto che l’antichità sottolineava la pulsione, noi invece sottolineiamo il suo oggetto. Gli antichi esaltavano la pulsione ed erano disposti a nobilitare con essa anche un oggetto inferiore, mentre noi stimiamo poco l’attività pulsionale di per sé la giustifichiamo soltanto per le qualità eminenti dell’oggetto. (p. 58)

Gli uomini moderni, dice Freud, hanno bisogno di nobilitare l’oggetto del desiderio sessuale, mentre greci e romani esaltavano la pulsione stessa “ed erano disposti a nobilitare con essa anche un oggetto inferiore”. Cioè nel caso degli antichi la pulsione sessuale era così onorata che l’uso da parte di un uomo di un oggetto sessuale inferiore implicava l’elevazione di tale oggetto e non invece una degenerazione dell’uomo stesso.

Ma l’osservazione di Freud rivela un pensiero inconscio ancora più interessante, l’idea che il sesso nobilita l’uomo che lo fa, cioè che l’atto sessuale sia un’azione che in ogni caso appaga e accresce il potere di chi lo compie. Da cosa nasce questa convinzione? E perché la sessualità era così presente nella vita degli antichi?

Generalmente si considera che l’atto sessuale vero e proprio abbia luogo quando qualcuno prende di mira i genitali di qualcun altro. Qual è il sentimento che accompagna questo gesto? Nello scritto “Tre saggi sulla teoria sessuale” Freud osserva:

La sessualità nella maggior parte degli uomini si rivela mescolata a un certa aggressività, all’inclinazione alla sopraffazione, il cui significato biologico potrebbe risiedere nella necessità di superare la resistenza dell’oggetto sessuale anche diversamente che con atti di corteggiamento. Il sadismo corrisponderebbe allora a una componente aggressiva della pulsione sessuale resasi indipendente ed esagerata, che usurpa […] la posizione principale. (p. 66)

Freud definisce “pulsione” sessuale, la spinta a prendere come oggetto il corpo dell’altro e chiama “oggetto della pulsione” la zona che funziona da bersaglio, mentre il soggetto della pulsione è l’individuo che la esercita. La pulsione sessuale, aggiunge Freud, è sempre mescolata a una certa aggressività dovuta alla necessità da parte del soggetto di superare “la resistenza dell’oggetto sessuale”. Freud dà per scontato che l’oggetto del desiderio non sia necessariamente entusiasta delle attenzioni che riceve e che quindi resista. Ma passiamo oltre, la resistenza dell’oggetto sessuale—dice Freud—si può superare in due modi: con il corteggiamento, oppure “anche diversamente”, cioè con la violenza. Il che ha il pregio di farci comprendere due cose: che dal punto di vista di un’analisi psicanalitica il corteggiamento è una forma si violenza dissimulata e che l’atto sessuale è, non occasionalmente, ma essenzialmente sadico perché il piacere della penetrazione non può avere luogo senza essere accompagnato da un impulso aggressivo.

In queste condizioni che cosa produce l’appagamento nell’oggetto del desiderio? Freud risponde che è necessaria una particolare inclinazione psichica che chiama “disposizione masochistica”, e la descrive così:

La designazione di masochismo abbraccia tutti gli atteggiamenti passivi verso la vita sessuale e l’oggetto sessuale, e di questi l’estremo appare essere la congiunzione del soddisfacimento col patimento di dolore fisico o psichico cagionato dall’oggetto sessuale. (p. 66)

In altre parole, l’oggetto del desiderio se vuole godere dell’atto sessuale deve imparare a fare bene l’oggetto, cioè deve imparare a desiderare attivamente di essere reso oggetto, cioè che l’altro eserciti una certa violenza fisica o mentale su di lui. Freud non contento, rincara la dose:

Il sadismo e il masochismo occupano tra le perversioni una posizione particolare, poiché la coppia antitetica attività-passività che ne è alla base appartiene ai caratteri generali della vita sessuale.
Che la crudeltà e la pulsione sessuale siano intimamente connessi ce lo insegna senza alcun dubbio la storia della civiltà umana. […] Si è anche affermato che ogni dolore contiene in sé e per sé la possibilità di una sensazione di piacere. Limitiamoci all’impressione che questa perversione non è stata affatto spiegata in un modo soddisfacente e che probabilmente in essa più impulsi psichici si uniscono in un effetto. (p.67)

Si può non essere d’accordo con Freud su molte cose, ma non si può certo accusarlo di avere peli sulla lingua. Con tutti gli sforzi che si fanno per legare sesso e amore, chi oserebbe oggi dire apertamente che il sadismo e il masochismo sono i caratteri generali della vita sessuale? Il significato del masochismo però è problematico perché è possibile immaginare il piacere dell’aggressione e della crudeltà, ma è molto più difficile concepire che qualcuno ami esserne vittima. E naturalmente la questione del masochismo va di pari passo con la questione della sessualità femminile che è considerata essenzialmente passiva. Si potrebbe ipotizzare che esistano due pulsioni sessuali, una attiva e penetrativa e l’altra passiva e ricettiva, una sadica e una masochista. Tuttavia Freud ha sempre sostenuto che non esiste una pulsione specificamente maschile e una specificamente femminile, ma che la libido è una sola. Solo che nel caso della femminilità la libido è costretta a ricercare mete passive, cioè masochiste. Freud osserva:

È nostra impressione che alla libido sia stata fatta maggior violenza allorché la si è costretta al servizio della funzione femminile e che […] la natura tenga meno conto delle esigenze di quest’ultima funzione che non di quelle della virilità. E ciò può avere il suo motivo—sempre ragionando teleologicamente—nel fatto che la realizzazione della meta biologica è stata affidata all’aggressività dell’uomo e resa entro certi limiti indipendente dal consenso della donna. ("La femminilità" p. 530)

In altre parole Freud non ritiene che le donne effettivamente traggano piacere dall’essere oggetto della pulsione sessuale maschile (cioè non pensa che le donne siano essenzialmente masochiste), ma conclude che la natura ha voluto in un certo senso fare loro torto perché l’atto che porta alla riproduzione può aver luogo anche senza il loro piacere e il loro consenso. In questo senso, per Freud la natura è l’anatomia e l’anatomia è il destino.

Tuttavia l’anatomia è un destino solo se crediamo che il principio regolatore di tutti i rapporti umani sia e debba essere la forza. Certamente molte persone ne sono convinte e considerano che questo sia un principio universale, una sorta di legge cosmica. In verità, il principio della forza e della prevaricazione sono i fondamenti di un sistema che è storico, quindi né universale né inevitabile, è il sistema patriarcale.

Nel caso della civiltà di Roma, la società era organizzata in modo da favorire una precisa classe di persone che si era garantita il diritto difeso per legge e per costume di desiderare attivamente, cioè sadicamente tutti gli altri. Questi erano i cives romani, cioè tutti i maschi adulti nativi di Roma. I cives godevano di una pletora di diritti che erano negati agli altri: il diritto di voto, il diritto di candidarsi a cariche pubbliche, il diritto al possesso e alla vendita di proprietà, il diritto a ricorrere in tribunale, il diritto di non essere torturati, frustati o condannati a morte se non per tradimento e in quel caso di non essere comunque messi in croce. Inoltre solo i cittadini romani avevano il diritto di sposarsi legalmente. Sposarsi legalmente significava diventare pater familias, cioè diventare titolari di un’azienda, la familia appunto, sulla quale avevano autorità assoluta e che comprendeva la moglie, i figli, gli immobili, il bestiame e gli schiavi.

L’espressione più diretta, chiara ed efficace del potere assoluto dei patres su tutte le altre classi della società romana era il loro diritto di godere dei corpi dei sottoposti in qualsiasi momento e senza condizioni. L’uomo romano (e anche greco) era educato alla bisessualità, non perché si volesse espandere la gamma delle sue sensazioni erotiche, ma perché l’atto sessuale era il modo più immediato ed efficace per manifestare ai sottoposti la misura del suo potere su di loro.

L’atto sessuale era quindi un atto politico che istituiva le relazioni tra dominanti e dominati. Ecco perché la sessualità a Roma non era un fatto privato, ecco perché doveva essere anzi praticata, rappresentata e pubblicizzata il più ampiamente possibile, ed ecco perché l’immagine di un dio che copula con un animale non faceva scandalo. Attraverso la mitologia, come oggi attraverso il cinema o la televisione, gli uomini greci e romani tramandavano agli uomini delle generazioni successive l’etica della virilità che era un etica del potere e del dominio espressa attraverso l’esercizio dello stupro.

La mitologia greca e romana è piena di episodi di stupri su donne e fanciulli (il ratto di Europa, di Ganimede, Leda e il cigno), chiamati eufemisticamente “seduzioni” o “ratti”. In latino raptus, significa rapimento di una ragazza in età da marito per sposarla; esiste poi il termine stuprum che indica un rapporto sessuale forzato e violento. Ma la violenza era percepita solo se la vittima era di elevata condizione sociale ed era intesa non tanto contro la persona uomo o donna che la subiva, ma contro l’uomo che ne era il proprietario in quanto padre, fratello, marito o padrone. Insomma non si poteva desiderare la donna d’altri o la roba d’altri. Per i romani, come per noi fino a pochi decenni fa, lo stupro non era un reato contro la persona, ma contro la morale. Di conseguenza, tutti gli uomini e le donne delle classi inferiori (stranieri, schiavi, liberti) potevano essere liberamente stuprati.

Come esperisce il sesso qualcuno educato a considerarsi un libero oggetto di stupro? Questa persona potrà sviluppare un’indifferenza difensiva verso il sesso, oppure potrà diventare quel che si dice un “masochista”, cioè qualcuno che ha imparato a godere della propria condizione di oggetto.

Il masochismo è difficile da comprendere perché Freud non l’ha guardato dalla giusta prospettiva. Il masochista non è qualcuno che per ragioni misteriose sceglie di godere nell’essere oggetto di violenza, ma è prima di tutto qualcuno che è stato obbligato a subire. Il sadico gode dell’esercizio della crudeltà, là dove il masochista è stato obbligato/educato a subirla e eventualmente a goderne. Non c’è nessuna misteriosa dinamica inconscia nel masochismo. La disposizione masochista prima di essere un inclinazione sessuale è una posizione di sottomissione sociale.

Nelle società antiche la classe dominante dei paterfamilias poteva imporre con la forza il proprio desiderio sessuale a tutte le altri classi sociali e quindi la pornografia non aveva bisogno di essere nascosta gli occhi dei più. Oggi viviamo in regimi democratici in cui ci viene insegnato che tutti i gli esseri umani sono uguali indipendentemente da sesso, età, razza e censo. Ai giorni nostri non esiste più l’istituto della schiavitù, ma esiste ancora la subordinazione di fatto delle donne alle quali vengono affidati ruoli e compiti separati e ben definiti per i quali sono considerate insostituibili. Il primo è naturalmente la riproduzione, il secondo è l’accudimento dei figli, degli anziani e dei malati, il terzo è la prestazione di servizi sessuali. L’educazione deve servire ad adattare le donne all’esercizio di queste tre funzioni e allo stesso tempo deve insegnare agli uomini a dominare le donne e a considerarle come oggetti del desiderio. Nell’educazione maschile, la pornografia in tutte le sue manifestazioni dalle più innocenti alle più perverse occupa una posizione cruciale e di grande efficacia purché la sua azione rimanga discreta. Per questo la sua esistenza è pubblicamente deplorata, ma privatamente tollerata e anzi incoraggiata. Nell’immaginario sessuale maschile di oggi permangono codici di dominazione e di violenza che sono ufficialmente disconosciuti dal discorso pubblico. La pornografia insieme con l’istituto della prostituzione è il Gabinetto segreto in cui gli uomini possono riversare tutti i desideri e i sentimenti di carattere sadico che non sono più tollerati dalla morale pubblica ufficiale.

La divisione della libido in attiva e passiva e l’attribuzione del polo attivo alla parte maschile serve a manifestare, erotizzare e giustificare la divisione sociale tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Per altro tale divisione è legittimata, come è sempre stato, attraverso teorie anatomiche, genetiche o biologiche. Di conseguenza, mentre le idee di eguaglianza e di reciprocità si sono fatte strada in molti ambiti, nella dimensione sessuale si ama credere che debba per forza esistere una parte attiva e una passiva. Si pensa che i ruoli sessuali sono opposti e che si possono al massimo invertire, ma non cambiare e che se una persona si sente troppo attiva o troppo passiva per il suo sesso biologico fa bene a migrare anche chirurgicamente verso il sesso opposto.

Non si è ancora sufficientemente compreso che la differenza sessuale è un effetto della differenza sociale. I sessi portano una maschera di genere (il genere è la messa in scena del sesso) che non deriva dalla genetica o dalle funzioni biologiche o sessuali, ma dalla funzione sociale a cui sono stati da tempo immemorabile destinati. Il fatto che il patriarcato abbia un’origine che si perde nella notte dei tempi crea l’illusione che la diseguaglianza dei sessi e quindi dei generi corrisponda all’ordine naturale delle cose. La divisione della libido in due polarità opposte è il fondamento simbolico su cui si costruisce la dominazione maschile. È per questo che la sessualità è tuttora per gli uomini, non tanto una manifestazione di amore o di semplice attrazione, ma il modo più semplice e diretto di affermare la propria superiorità di genere marcando il proprio potere sull’altro.

Il legame tra sesso e potere nella costruzione della sessualità maschile è tanto stretto da produrre fenomeni di sfruttamento sistemici come la prostituzione, la pornografia e la pedofilia. La diffusione di queste tre forme si sfruttamento sessuale e l’ardore con cui spesso vengono difesi in nome della libertà individuale dimostra che, al di là delle leggi, moltissimi uomini continuano a ritenere che sia loro diritto poter disporre di donne e bambini quali oggetti di godimento sessuale.

A ben guardare, tutti i tratti caratterizzanti della sessualità maschile derivano dal desiderio di esprimere il senso della padronanza. Per gli uomini la sessualità è qualcosa che si misura e si conta perché quel che si misura e si conta serve a quantificare il potere, a valorizzare la forza e a legittimare capi e gerarchie. Per questo molti uomini si vantano (o si preoccupano) della taglia del proprio organo e tengono il conto delle donne che hanno “posseduto” e per quante volte, oltre a misurare il tempo in cui sanno sostenere un’erezione. D’altra parte l’orgasmo femminile è concepito come una ricompensa per la tecnica amatoria maschile e l’eiaculazione precoce o la “disfunzione erettile” non sono percepite semplicemente come una normale vicissitudine del desiderio, ma come un segno di “impotenza”, cioè un segno di debolezza che squalifica l’uomo in quanto maschio.

Dal punto di vista del codice sessuale maschile non c’è relazione o condivisione sessuale, ma solo un atto sessuale che si definisce attraverso la penetrazione e l’eiaculazione. Se non c’è penetrazione non c’è stato davvero sesso, come ha cercato di argomentare anche il Presidente Clinton quando fu interrogato a proposito della sua presunta non-relazione sessuale con Monica Lewinsky. Tutto quel che non è penetrazione appartiene alla dimensione dei “preliminari”, che come dice la parola sono da intendersi come degli atti mancati ovvero delle mere azioni propedeutiche e introduttive.

Nel codice sessuale maschile, nel passato come del presente, esistono anche dei tabù. È proibito tutto ciò che insulta la dignità dell’uomo in quanto dominus. Per esempio sappiamo che tra i greci e i romani, un uomo che voleva avere rapporti omosessuali doveva farlo con qualcuno che fosse di grado inferiore perché gli uomini liberi non potevano essere umiliati da una penetrazione che era un segno di femminilizzazione, cioè di sottomissione. Questa è la ragione per cui l’omosessualità è sempre stata invisa o quanto meno strettamente controllata nella maggior parte delle società patriarcali. Il secondo tabù—che esiste tuttora anche se non in maniera così perentoria—era quello del sesso orale: il sesso orale era un servizio ben accolto quando era ricevuto come segno di sottomissione da parte di un altro uomo o donna, ma in nessun caso un uomo rispettabile poteva praticarlo ad altri.

Nell’antichità la ripartizione attivo/maschile - passivo/femminile era rigorosamente definita in tutte le pratiche sessuali, ma naturalmente per ogni proibizione esiste la corrispettiva trasgressione e gli storici romani ci hanno tramandato i vizi degli uomini illustri, tra cui quelli di Cesare, che secondo quanto ci riferisce Svetonio era “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”. A Roma, come oggi, nonostante la disapprovazione sociale, l’omosessualità passiva tra uomini di pari grado era diffusa, ma non era pubblicamente rappresentabile perché mostrare un uomo penetrato da un altro uomo minava le basi del potere maschile.

Bisogna allora chiedersi perché nel passato come oggi molti uomini prendano la via dell’omosessualità passiva.

Freud ha osservato che quando si parla di masochismo bisogna distinguere fra masochismo femminile e masochismo maschile. In particolare, solo il masochismo maschile, non quello femminile, è considerato una perversione. Perché è definito una perversione? Pervertire significa rovesciare il giusto ordine delle cose. Il masochismo maschile è una specie di gioco di ruolo in cui un uomo temporaneamente prende una posizione femminile, cioè di sottomissione rispetto a un altro, ben sapendo però che si tratta di una finzione, anche se naturalmente può comportare qualche rischio. Il masochismo femminile è diverso da quello maschile perché a una donna non è concesso di uscire dalla sua posizione di subordinazione simbolica e sessuale. Il masochismo femminile non è considerato quindi una perversione, ma è la normalità. Il masochismo maschile invece è un gioco per uomini, anche se il tramite (la “dominatrice”) può anche essere una donna. La sua funzione è il capovolgimento temporaneo dei ruoli di dominato e dominatore. Così chi comanda può avere il brivido di essere sottomesso e chi è sottomesso può pensare, nella sua vita sessuale, di essere il dominatore. E’ il gioco di Cesare, generale, console e dittatore che dall’alto del suo scranno può concedersi di tanto in tanto di essere la moglie di tutti i mariti senza davvero scalfire il suo potere.

Opere citate:

S. Freud, "Tre saggi sulla teoria sessuale" (1905), La vita sessuale,(Torino: Universale Bollati Boringhieri, 1970, 2009)

S. Freud, "La femminilità", Introduzione alla psicoanalisi, (Torino: Universale Bollati Boringhieri, 1969, 2004).


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3.04.2017