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Amici miei violenti

Giancarlo Calciolari
(25.06.2013)

Quando la violenza scende dal suo scanno originario nell’ordine impossibile della parola, che non ha parallelismo in quello degli umani, si svincola dal tempo (la sua percezione è il terremoto, le traveggole) e si distribuisce non egualitariamente. Il monopolio della violenza è maschile: dalla guerra dei sessi alla guerra planetaria. Nonostante tutta questa estimità (il contrario di intimità), la cosa rimane invisibile tanto il meccanismo di copertura lavora al massimo. Le guerre sono diventate missioni di pace, al punto che è diventato politicamente scorretto menzionarlo. La violenza sulle donne, prima addirittura senza nome, poi si è chiamata delitto passionale e oggi femminicidio. Viene accusata una cultura medioevale e sessista condivisa e coltivata nella famiglia, nel villaggio e nel resto del paese, come se nella cultura transmoderna ci fosse chi tra gli uomini possa trarsi fuori dalla questione del femminicidio per stigmatizzarlo in una sola parte degli uomini.

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Hiko Yoshitaka, "Dal mito di Galatea", 2012, cifratipo, acrilico su carta

Non c’è termine linguistico che possa arginare il principio di violenza al cui soldo si pone ogni uomo. Ognuno, ogni uno. L’uno che non differisce da sé, l’uno unico unificante centrale. Il figlio del totem, che è sempre animale anche quando è ligneo. Il figlio animale, più o meno razionale. L’homo duplex: fuori buono, emancipato, persino femminista, e dentro porco, lupo, belva. È sempre l’impianto del porco (quale sostituto impossibile del padre, che non è il genitore). L’impianto del nome del padre, che precisa Lacan è il padre morto. In questo impianto la donna è supporto dell’uno o supplemento. Oggetto e merce. E assume anche il tempo: oggetto e merce deperibile. Il mito della donna parallelo alle fasi della luna (Atena, Afrodite, Era, Ecate); mentre non è colto il continuum maschile: dio-demone-uomo-animale-vegetale-minerale.

Quelle rare volte che gli uomini hanno messo in discussione l’ordine simbolico del padre, da Gesù a Spinoza, da Francesco a Freud, sono stati macellati dalla storia. Anche la settimana scorsa è uscito l’immancabile riduzione a frattaglie dell’invenzione freudiana nel supplemento domenicale del “Sole 24 ore”, autentico osservatore religioso e militare dello status delle gerarchie.

Quello che non è messo in discussione è la gerarchia, l’impianto perpendicolare della gestione sociale, oggi camuffata da una orizzontalità che è la sua più recente metamorfosi. La gerarchia è applicata e narrata in oriente, come nell’arte della guerra di Sun Tzu e diviene quasi nello stesso tempo filosofia, logica. I principi della gerarchia sono i principi dell’antivita di Aristotele (il cui dio è bestia): principio di non contraddizione, principio di identità e principio del terzo escluso, quando invece i principi della vita sono: principio di contraddizione, principio di differenza e principio del terzo dato. Gli x-men uccideranno sempre i non-x, che verranno anche definiti non-uomini, come nel progetto nazista di sterminio degli ebrei e anche dei malati mentali, degli omosessuali, degli zingari, dei testimoni di Geova. Mentre per gli oppositori politici non c’è neanche il campo, non c’è scampo (ex campo): vengono uccisi all’istante.

C’è chi scrive che il maschilismo è una bestia sistemica e viene interiorizzato, trasmesso e perpetrato anche dalle donne stesse. La direzione di questo ragionamento va verso la colpevolizzazione delle donne che in qualche punto mette in discussione. Le donne anche quando partecipano al sistema, la cosa non accade in quanto “x”. Anche quando erigono un ordine al femminile rimane un supplemento, come quel supplemento di godimento non fallico che il fallicissimo Lacan attribuisce alle donne. Le donne e gli uomini non sono e non saranno mai riducibili a delle “x”.

Queste annotazioni tengono conto appunto delle profondissime radici storiche del maschilismo. L’impianto fallico-logo-antropo-centrista non è messo in discussione che da rare donne e da ancor più rari se non rarissimi uomini, nessuno esente dal ricorso alla padronanza e al controllo degli umani. Le istituzioni sono d’impianto divino e quindi anche bestiali e per questo troppo umane. Per esempio, chi non accetta il compromesso sulla macellazione animale, accetta la macellazione universitaria (cos’altro è il precariato e la competizione in corso?).

Il principio di contraddizione è dell’apertura, inconciliabile. Ciascuno, ciascuna procede dall’apertura in direzione della qualità. Il viaggio non è circolare, ma una curva anomala, libera, leggera, indipendente, come nell’itinerario di Angela Putino, dal quale ho anche tratto spunto per il titolo.

[Testo scritto per "Helios Magazine" di Reggio calabria, diretto da Pino Rotta]


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14.02.2017