Transfinito edizioni

Fulvio Caccia
Rain bird

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Jasper Wilson
Burger King

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Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

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Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

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In morte del Tribunale di Legnago

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Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

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Pornokratès. Sulla questione del genere

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Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

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La mano

Stefano Fiini
(11.06.2013)

Il racconto della vita è fatto di immagini, di piccoli lampi in cui si rischiarano, e prendono un senso, emozioni e ferite. Il racconto della vita segue il sentiero della fiaba e del gioco, e resiste alle tempeste che l’attraversano solo vestendosi della corazza della leggerezza, che solo uno spirito disincantato può narrare, impugnando nella propria mano la realtà nel suo scorrere.

Dare in pasto ad un foglio bianco la storia di un cammino popolato di emozioni, negative o positive che siano, richiede lucidità e il coraggio di spogliarsi rimanendo vulnerabile e nudo agli occhi del lettore. Così , in questo stato d’animo e con questo spirito, ti narro una breve storia che mi ha attraversato.

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Hiko Yoshitaka, "Gerundivus modus", 2012, cifratipo, acrilico su carta

Io, Francesco, provengo da una famiglia non abbiente ma onesta, intrisa di valori etici che oggi, allo sguardo di chi mi circonda, sono come quelle medaglie appiccicate su qualche torace, tirato a lucido, reduce da una qualche carneficina bellica. I miei genitori mi permettono di andare contro corrente rispetto alle attese economiche e di realizzazione sociale e mi permettono di seguire il sentiero umanistico nel senso più ampio, cazzate come la letteratura, la musica, la poesia, l’arte, la filosofia, la psicanalisi; in una parola mi danno la facoltà di poter sognare e di rendere la vita sia un incubo che una piacevole commedia. Come spesso capita ai sognatori, do importanza più ai desideri degli altri, diventandone oggetto percorso e segnato, che a far entrare nella mia stanza onirica qualche compagno di viaggio. Mi innamoro e ,sovente, non rimane altro di questo castello fatto di aspettative e di corpi aggrovigliati che una consapevolezza di solitudine. Si muore soli ma anche si ama soli. Questo mi ha reso corazzato contro il dolore, contro la delusione, ho divorziato dall’aspettativa e ho rinunciato a quell’amante capricciosa chiamata speranza. Il dimenticare, l’oblio, è un fiume prezioso che sgorga dal mio rubinetto e mi rende così dannatamente fragile da andare in pezzi e sapermi ricostruire nella mia interezza con una disinvoltura e celerità impressionanti. Il male non ha alcun cappello appeso all’attaccapanni del mio ingresso.

Tale manifesto, fatto di realtà e di certezza, non può che essere, come tale, menzoniero. E’ la bugia che ognuno si racconta per illudersi , per poter resistere, per non lasciarsi andare, per non vivere fino in fondo: solamente esistere. Ma in ogni vita capita di intersecare una via percorsa da un’altra persona al cui contatto cambia ogni certezza, tutto viene di nuovo messo in gioco, in un altro gioco, in cui le regole si scrivono a quattro mani, in cui due mondi, due pensieri, due modalità di cammino esistenziale si mescolano, non per giungere all’uno, tomba dell’amore, l’identità, il rendersi uguali, ma per moltiplicarsi, per provocare parole stridenti, per scrivere una storia che sa di coralità e non di stupidi e sterili assoli. Così mi specchiai in Sara. La vidi da giovinetta, me ne innamorai e , impacciato dalla giovane età, la persi senza averne contatto e più immagine. Ma il destino intreccia e ordisce una trama che non spetta a noi decifrare e neppure possedere. Trascorsi venticinque anni, quale insignificante e piccola traccia rispetto all’infinito, l’ho rivista, in una bellezza senza fine, a se stante, gli stessi lineamenti che il tempo ha modellato, raffinato, resi degni delle unghie e dei sorrisi da opporre al fato. Ma se l’innamoramento è tale non si sofferma sulla banalità dell’aspetto o al fascino del corpo ma instilla nel suo modo di ragionare una scintilla di follia che non sa leggere ma che diviene l’elemento di quella inaspettata gioia e di quel benessere che sa superare ogni difficoltà, che sa pazientare dove altri se ne andrebbero, che sa osare anche quando si trova di fronte ad un muro di ghiaccio. In cui il corpo è solo uno strumento imperfetto di una situazione che lo prevalica, lo rende in fondo inutile. Amare è vivere l’amore, senza spiegazione, senza obiettivo, solo nella parola e nel silenzio, nella presenza, nell’esser-ci: l’essere abbracciati insieme.

Così una sera, durante un viaggio pirata, in cui le bandiere che ci rendono conoscibili vengono ammainate e si attraversano mari sconosciuti, si parla. Ci si racconta ciò che la vita mette a indovinello e inciampo sulla nostra strada e tutto diviene lieve, non c’è più il peso da trainare, l’ostacolo da superare ma tutto viene visto con altri occhi, nessuna scadenza, nessun tempo da abitare, da ritagliare e farsene abito. Sostare su una panchina in un parco, tra il chiaroscuro di un lampione, guardare se c’è la luna e capire che ti ha voltato le spalle solo perché non ama vedere la felicità altrui; contare le falene e le zanzare che si rincorrono alla fioca luce e vogliono confondersi con le sparute stelle, quanto opache rispetto al bagliore di quell’attimo, dell’attimo in cui si accende una sigaretta e il fumo sa della stessa sostanza di cui parliamo: i ricordi, e di questi l’ultimo pezzo lo fumo io. Un io non più solo. Un castello chiuso che completa la scenografia e una coppia, distante qualche metro, che si scambia lascive carezze tra una foto e l’altra: quale vana disposizione dell’anima voler fissare il nulla sulla pellicola, il nulla del viso e di un sorriso stantio rispetto al vivere quel viso e quel sorriso. Da un bar alle nostre spalle le ciance senza significato urlate tra il tintinnio delle stoviglie. Ma non sono maestro e lascio che ognuno si cibi del profumo ebbro del vino e delle briciole, così come raccolgo quelle che cadono dai tavoli altrui e ne faccio pane di scrittura. Dipinta questa cartolina siamo saliti sulla macchina e durante il viaggio di ritorno, chissà poi perché si ritorna sempre, forse per comprendere ciò che abbiamo conquistato e toccare ciò che abbiamo cambiato, ho preso la sua mano nella mia e senza pensiero ho lasciato che ciò che non posso dire con la parola lo facessero le mie dita in una carezza continua, nella voglia di ascoltare ciò che la pelle cela e a cui non diamo peso. E’ stato il racconto dei difetti, il mettersi in gioco, l’amare senza rete, parlare per un attimo a labbra chiuse con lo stesso anelito e rimandare ciò che non può essere vissuto, ciò che non può essere accettato: la paura di viversi, di nascondersi in una menzogna detta di sottecchi al mondo.

Ma quale verità non si maschera? Quale bugia non è più appetibile della verità da credere?

L’illusione è forse preferibile alla dura realtà? Quale pegno la vita esige da un cuore che desidera, malgrado il suo ritmico e noioso pulsare, malgrado il vocio della gente lo voglia convincere della sua pazzia?


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14.02.2017