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"Uomini e caporali", di Alessandro Leogrande

Elisabetta Blasi
(11.06.2013)

«Sono solo. E allora mi pare di vederli arrivare lungo i tratturi. […] Camminano a schiere, guardano avanti […], sono i morti. I caduti di tutte le guerre dei campi. I morti per la fatica e per le sofferenze patite,[….] ammazzati per essersi ribellati […] ammazzati ancora prima di essersi ribellati. […] Coloro che nessuno ricorda. Vengono dal loro Ade rupestre, […] dalle pianure rosolate e dalle brulle colline. Scavalcano i muretti a secco, impugnano le falci, si abbeverano alle gamelle. Succhiano pomodori o acini d’uva per farsi forza. […] La loro legione non ha epoca, le raccoglie tutte […] Vengono dalle tombe in cui sono stati accuditi e dai pozzi, dai torrenti, dai burroni, dalle cave dove sono stati buttati perché non avessero sepoltura. […] Sono stati sconfitti, spezzati, eliminati, indotti al suicidio. […] Sono muti, ma se parlassero, direbbero che […] vogliono solo essere considerati per quello che effettivamente essi furono: uomini, donne, bambini, ragazzi… […] E allora ho pensato al tale che parlò dell’angelo della storia, del cumulo di macerie eretto dai vincitori, e che scrisse che i fatti grandi non vanno mai disgiunti dai fatti piccoli, soggetti quasi sempre all’oblio.[…] Agli antenati asserviti di un tempo va dato un nome, un volto. […] Le rivoluzioni vanno fatte per i vinti di ieri, per chi non ha più voce, non solo per i vivi». (pagg. 250-251).

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Hiko Yoshitaka, "L’audacia e il rischio", 2012, cifratipo, acrilico su carta

La lunga citazione è tratta dal lirico epilogo di un saggio lucido ed agghiacciante, che, in un alternarsi, cadenzato e progressivo come uno scambio tennistico, di passato remoto e recente, affossa una volta per tutte l’idea di progressività in melius delle umane sorti.

Argomento, lo si intuisce: l’inverecondo sfruttamento della manodopera nei campi, nella Puglia rurale dei primi anni del ventesimo e ventunesimo secolo.
Un parallelismo tragico tra i fatti di Marzagaglia – località in agro di Gioia del Colle – nel primo ventennio del Novecento e di quelli del Tavoliere delle Puglie nel primo decennio del Duemila, si propone agli occhi, alla mente ed al cuore del lettore, chiedendogliene ancora e ancora, di cuore, per arrivare fino alla fine di quella che più che una lettura è un calvario. Di rabbia, di sdegno, di empatia e commozione.

Trait-d’union ideale tra le due epoche, o meglio tra le due tappe di un unicum di soprusi, crimini, asservimenti: Incoronata Di Nunno, una settantacinquenne, residente nel Tavoliere delle Puglie appunto, che per tutta la vita ha fatto la bracciante agricola – e dire tutta la vita NON è eufemismo, data la precocità dell’ingresso nel mondo del “lavoro” da parte di queste persone.
Incoronata apre il saggio, anzi la non-fiction, di Alessandro, a mo’ di lare vivente che, dando sepoltura a proprie spese, ad un povero maciullato corpo ignoto di un bracciante straniero – verosimilmente dell’est europeo – riunisce idealmente il proprio passato di sfruttata al presente, denotante simile se non peggiore sfruttamento, di questo poveretto.
Sì, perché Alessandro fa presto a svelare che proprio di bracciante si tratta. Ma non lo si può definire lavoratore, bensì in altro, orrendo modo: SCHIAVO.

E da qui comincia il viaggio nelle campagne del Sud pugliese, alla scoperta di – ironia della sorte – lager del ventunesimo secolo chiamati Paradise ed agguati mortali organizzati da massàri (1) del ventesimo secolo a braccianti, da loro stessi “assunti a giornata”, e perché? Per non pagarli, ovviamente!

Una differenza capitale, però, intercorre tra le due situazioni evocate in parallelo: nella Gioia del Colle degli anni Venti del Novecento, la reazione comunitaria, per quanto scomposta, quasi anarcoide, non si fece attendere. Perché di membri della comunità appunto si trattava. Ed un mutamento, cetuale più che sociale, era in atto e sarebbe poi sfociato in un miglioramento generale delle condizioni di vita degli agricoltori. Lento, contrastato anche dall’avvento del regime fascista, ma compiuto e consolidato da decenni di lotte sindacali, da dialettiche e reciproche concessioni ad opera dei due schieramenti partitocratrici che dominarono la scena politico-istituzionale nostrana fino alla caduta del Muro. Per chi non lo ricordasse: si chiamarono DC e PCI (per approfondimenti, si rimanda alla più che copiosa rendicontazione dei “fatti grandi” riportati nella citazione in apice di trattazione. Ove per fatti grandi ovviamente s’intende la Storia…).
Nei primi anni del Duemila, invece, il Muro è caduto, la globalizzazione erompe anche attraverso i nuovi schiavi. Che sono totalmente disancorati dal posto dove vengono letteralmente gettati a faticare e spesso a morire od ingrossare le fila dei desaparecidos di ogni dispotismo e consequenziale annichilimento di chi vi sottostà.

E solo la presenza di un consolato polacco ha potuto mettere faticosamente insieme una reazione, un contrasto, allo schiavismo di oggi.
Ma i nuovi schiavi non sono solo polacchi: sono romeni, cingalesi, nordafricani… Tutti vittime tagliate fuori, ad opera di meccanismi macroeconomici iniqui e ciechi che ancora osano definirsi capitalistici, dal mondo del lavoro delle loro madrepatrie, strappati dal loro habitat microsociale dalla deprivazione di un futuro qualsivoglia. E che ne cercano uno in posti che paiono loro offrire un tantinello di opportunità per sopravvivere.

Edenici annunci di paghe allettanti spingono poi anche membri di ceti non (ancora) risucchiati nel bisogno, a farsi una vacanza-lavoro per pagarsi dignitosamente l’università in patria.
Malissimo gliene incoglie: prelevati e trasportati dietro lauto compenso (a titolo di “spese d’intermediazione”) dal portone di casa allo sterminato e anonimo agro del nord pugliese, sud italico, sbattuti in tuguri che pure è eufemistico definire tali, alleggeriti di un altro po’ di centinaia di euro (a titolo di “spese per vitto e alloggio”), privati dei documenti d’identità, infine condotti a faticare dall’alba al tramonto, quasi sempre senza neanche il necessario per mangiare e bere. E mai o pochissimo pagati, condotti a fare una ben misera spesa da kapò(rali) che li sorvegliano a vista. Maciullati, picchiati – e le donne anche violentate selvaggiamente: macabro copione che si ripete in ogni latitudine ed in ogni asserzione di potere assoluto – se osano ribellarsi o semplicemente non ce la fanno più a “produrre”.

A coronamento di questo romanzo dell’orrore – che romanzo, giova ricordare, NON È – la giornalistica narrazione delle vicende e dei protagonisti che hanno portato alla cattura ed allo sgretolamento di una delle organizzazioni delinquenziali transnazionali organizzatrici della tratta, e del non facile lavoro giurisdizionale d’individuazione della fattispecie criminale, necessaria per ricostruire capi d’imputazione e nessi si causalità ai fini della condanna dei negrieri che si è riusciti ad imprigionare.
Pesci medi e piccoli, per dirla in gergale.

Un grazie accorato, prima di terminare queste righe, sento di dovere ad Alessandro, mio coraggioso conterraneo che questo grido di dolore ha lanciato, per aver rotto un colpevole muro di disattenzione dei grossi media che ha avvolto questi “fatti piccoli”. L’autore ci ricorda infatti che solo piccole reti locali hanno documentato le vicende intorno alla liberazione del Paradise e quel che ne è seguito.
E per locali intende che hanno una copertura neanche regionale; speriamo che le cose migliorino col digitale terrestre…

(1) Gerenti di masserie, ovvero complesse unità di produzione agricola e zootecnica, che assicurava – ed assicura ancor oggi, quando è ancora adibita a tali usi – non solo l’autosufficienza alimentare, ma anche il commercio del sovrappiù. Erano e sono siti bellissimi, una specie di abbazie laiche, se si vuole, disseminati nelle amene e varie campagne pugliesi. Hanno costituito occasione di formazione di un ceto piccolo-borghese – i massari appunto – che, dopo aver gestito la produzione per i latifondisti, acquistavano la struttura. Ad oggi, come detto, non tutte le masserie sono in uso: spesse volte abbandonate, altre adibite a strutture alberghiere di ogni tipologia: dall’agriturismo al lussuoso resort.

Elisabetta Blasi, maggio 2013

Alessandro Leogrande è nato a Taranto nel 1977.
Dalla sua bio-bibliografia in bandella di copertina, si evince un impegno sociale nel microcosmo dell’immigrazione. È infatti vicedirettore del mensile Lo straniero, e vanta collaborazioni editoriali con varie testate giornalistiche e Radiotre. Nel 2008 è stato selezionato, dopo aver prodotto tre opere – tra il narrativo e il saggistico come quella appena commentata, pare evincersi – nell’antologia tematica A occhi aperti. Le nuove voci della narrativa italiana raccontano la realtà per i tipi di Mondadori, con cui, nello stesso anno, ha pubblicato questo “Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud” (in neretto nel testo).

Elisabetta Blasi è nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968.
Laureata cum laude in Scienze Politiche (indirizzo storico-politico) con una tesi sul femminismo americano negli anni Settanta del Novecento, ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia).
Recensisce prevalentemente letteratura e saggistica sociale su Transfinito.eu.


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26.04.2017