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Divagazioni e note leggendo "La materia intellettuale" di Giancarlo Calciolari

Alessandro Taglioni
(4.06.2013)

Numerose, nel libro, le note e le riflessioni intorno all’immagine. Un’ampia indagine che attraversa testi differenti sempre attenendosi alla cifra di un itinerario. L’indagine attraversa e analizza le varie forme di negazione del cibo intellettuale, fino all’approccio specifico e scientifico a una cucina che è linguistica, che è arte. Per arrivare a ciò occorre anche l’analisi della cucina “mondana”, della cucina spettacolo, della cucina che propone il cibo buono e il cibo cattivo, quello che fa bene e quello che fa male, con i suoi forni e fornelli, becchi, bocche, boccacce e bocchini.

Ma si tratta anche dell’uomo e dell’immagine, non propria. L’Autore si accorge di qualcosa che riguarda l’uomo e le sue finzioni. L’uomo che finge d’insegnare l’autenticità. Giancarlo legge di scrittori importanti che però saltano e parimenti evitano la nominazione. Saltano l’anonimato e l’innominabile: cosiddetti funzionari senza nome che navigano fra antropomorfismo e zoologia. Il nome agente, il nome del nome, il farsi nome il farsi immagine, come farsi animale. Ma, soprattutto, vi sono intellettuali organici che formulano organigrammi e ricette sulle tecniche per affiancarsi all’animale. Cioè, come scriversi addosso, nel sistema e nel discorso. Si giunge così alla scrittura sul corpo, al tatuaggio, che creano e individuano la corporazione, o la community, e l’accorpamento, per argomentare i limiti e le appartenenze di un corpo. Il corpo limite, concetto che alimenta ogni ideologia umana e divina.

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Hiko Yoshitaka, "Dal mito di Pigmaglione", 2012, cifratipo, acrilico su carta

Ma c’è ben altra scrittura: la pornografia “che si attiene”, quale scrittura della vendita, “alla grazia, alla carità, alla castità”.
Qualità e qualificazione. Una verità che non si sistema, che non si logicizza che non si lascia ridurre in logìa. Verità che lo scientismo pensa di interrogare con il discorso scambiando la struttura con la logica. La verità non si logicizza se è effetto. Appunto “da quale parte” inseguire la verità? Ecco il perseguire, il demonismo e il partecipare a qualcosa che viene al più percepito o intuito al di qua dell’effetto di verità. In questo senso, nel discorso dell’occidente sono ammesse l’eutanasia, la mediotanasia o la giustanasia.

Il modello scientifico dell’occidente è ancora e solo militare, quello che decide il destino di ogni categoria cui, però, come il rinascimento indicava, con l’invenzione del punto di fuga, qualcosa sfugge...
In questo modello, il nome di dio sta al posto del come. Con questa agenzia, non vi sarebbe ammissione dell’uno, ma si ammetterebbe una genealogia, divina, con svariate categorie, anche laiciste, e infinite discendenze, gnostiche. Il come della serie degli uno, non la carrellata, non l’erranza dei nomi. Innominabile e anonimo il nome che non concede deroghe al lavoro del lutto.
E c’è la dimensione in cui le immagini, che non trasportano concetti, non significano, contribuiscono alla memoria immemoriale, alla traccia, al segno senza alcuna possibilità di strisciare verso la significazione, perché, magari, proprio lì c’è una falda di cenere che impedisce al serpente di strisciare verso tale significazione.

Il ritorno. Tema grandioso e immenso. Non si rimuove. La rimozione non si assume neppure con l’appartenenza. “Il ritorno intraducibile con salvezza” perché “il ritorno del rimosso è dello zero nella sua funzione”.
L’albero senza genealogia è albero inconoscibile, non per chiunque. Ciascuno comporta l’albero dell’apertura, l’albero senza dicotomia, l’albero che non porta la condanna eterna per via di una mela. Mangia o sempre da mangiare?
Il calco di cui scrive l’Autore evoca il sigillo di cui parla Agostino nel De Trinitate.

E poi l’esplorazione e lo studium di Pierre Legendre intorno all’immagine nelle scaramucce e nelle guerre a colpi d’immagine: ma c’è sempre l’idea che sta sotto. Mai un’immagine senza commento e senza idea: nel tempo presente l’immagine è ammessa se sostanziale. Forse è un’immagine senza l’angelo, senza annunciazione.

L’autore, nel discorso occidentale, viene inseguito come rappresentazione dell’autorevolezza nelle opere cosiddette d’epoca, mentre viene ignorato e surclassato dall’idea (che ognuno ha) di opera, che prevale nel commento. L’autore, la firma, il nome vengono inseguiti nella trafila delle genealogie, delle attribuzioni e delle smentite, nel caso delle opere dell’antichità.
Qual’è il valore di tutto ciò rispetto alla memoria?

Il tempo ritenuto presente nella contemporaneità rappresenta la funzione di nome, che rimuove e esclude l’opera in favore dell’idea sociale, del concetto, della performance.

Il tempo, che invece si rappresenta nel passatismo, quindi nelle opere di epoche precedenti, cerca il nome dell’opera per guadagnare dal tempo, per trattarlo e speculare su di esso. L’autore viene inseguito per appropriarsene, come un dominio sul tempo.

Il tempo nelle opere più antiche, storicamente, va a caccia dei nomi per creare o distruggere genealogie, fra autoritarismo e autorevolezza, correzioni e corruzioni, di nomi e di opere, soprattutto attribuzioni e smentite, cancellazioni e scoperte.

Ma ciò che interessa, invece, è l’autenticità dell’opera che ne custodisce così l’anonimato, pur nella fanfara degli autori e dei nomi. Vane le ricerche del vero nome del vero autore, vane anche quelle di un genio come Harold Bloom. Quasi fosse l’esperienza a decidere il destino della nominazione. Interessano il nome, l’opera e la bellezza. Bellezza della memoria e del viaggio. Memoria immemore.

Oggi, l’altra faccia dell’immagine istituita di cui parla Legendre dove sta? Il controllo del seme e il controllo del gene, forse, è proprio l’apoteosi della burocrazia, il controllo prima che le cose incomincino. Questo nuovo idolo cui biblicamente si opponeva il divieto di costruire immagini che va ben oltre il controllo delle nascite.

Vi sono dei brani di finissima poesia nel testo di Calciolari, per esempio quando pone l’io narrante e il tu epistolare. Narrazione e poesia in cui l’immagine della parola affiora come cristallo, si specifica nel testo epistolare: chiarezza, semplicità e precisione.

Jung è forse la reazione a Freud? Non avanza alcuna dissidenza. La pietra è inavvicinabile, inancorabile, irrappresentabile eppure viene cercata lo stesso, non al colmo del portale o dell’arcata etrusca e romana, ma al colmo della denigrazione, al di qua dello sdegno, con qualunque boicottaggio, oltre l’inciampo. La pietra senza paragone resta distante o vicina. Il problema si pone quando accanto a un’opera si impedisce la lettura portandosi appresso l’idea. Allora è un’idea davanti all’opera che talvolta può ignorare l’opera o impedire la vita dell’opera. Agisce così la paura presa per la coda?

“La gioia è sensazione della cifra”, e “la funzione di non dell’avere è la funzione di accesso”. Enunciati interessanti e in qualche modo anche francescani.

Il modello distributivo viene dal modello militare, senza particolarità e senza singolarità e spera invece nell’esistenza della pluralità. Impossibile parlare di, in generale, e ancora di più parlare addosso alle opere. Come sarebbe possibile distribuire l’opera, il testo, il disegno, in modo plurale? Con l’ideologia di Warhol.
In Legendre il grado zero dell’impalcatura immaginifica è nel modello europeo distributivo dello standard, forse lo stesso standard burocratico che trova un nuovo dio nella distribuzione globale. Non serve più neanche una teologia politica con questa liturgia burocratica. L’immagine nei modelli distributivi c’entra solo perché anello della costante circolarità del cambiamento e aggiornamento degli standard. Mai l’eccellenza, mai l’anomalia, mai il Mediterraneo.

Questa immagine fantasmatica è apoteosi del concetto o dello standard. Impossibile la qualità della vita in questa rivoluzione celeste del maneggio del cane, dentro o fuori casa, o del maneggio finanziario globale. Questa tabula rasa dello standard è il premio del soggetto. Soggetto della rappresentazione di un quadro dove le guerre, sempre civili, diventano fiction. E ogni film delle grandi distribuzioni, anche le love story, diventano film di guerra.

Dobbiamo aspettare che la cultura nordeuropea della “pseudo vita” elabori la lingua mediterranea? L’enunciato agostiniano ad imaginem dei non si incontrerà mai con l’ideologia dell’imago dei; occorre ben altra linguistica per incontrare la pax mediterranea. L’imago nordeuropea è annotata anche da Régis Debray, è quella della nascita dell’immagine “che è strettamente connessa alla morte”.

Giancarlo Calciolari, "La materia intellettuale", Transfinito, 2013


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19.05.2017