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La declinazione del potere nell’anomia : una lettura improbabile

Stefano Fiini
(13.05.2013)

Il potere non può che essere rappresentato come possibilità o come forza soverchiante a cui soggiacere o a cui opporre resistenza, come gioiello che ammalia ogni gazza sociale anelante nel desiderio di realizzarsi e, per questo, pronta ad essere assoldata nell’esercito di coloro che annuiscono al primo pifferaio latore di promesse. Il potere è l’immagine dell’Altro e di ciò che può declinare nel fare, nel sapere e nel volere e nella probabilità; è immagine di un Io che passando per l’Altro costruisce una realtà che è capovolta, è desiderio riflesso, sintomo improprio. L’idea di potere implica l’impotenza, l’irrealizzabile, il non conoscibile, il non del tutto, il mai completamente. Chi pensa di detenerlo, come nel mito della caverna platonico, esperisce una verità accecante: la libertà, che rende inumano l’esistere, automa ogni gesto, umbratile il fare, essendo il potere solo esercizio rispetto alla cosa e non coincidendo con la persona: l’anomia dell’ Io che assume la pulsione a dogma di vita. L’anomia intesa non solo come assenza di legge e, quindi, per contro, dell’instaurazione di un sistema che elegge a comandamento il desiderio di ciascuno a scapito del bene comune, ma anche di quell’anonimato che colpisce chi si identifica nell’uniforme sociale, nella truppa omologata al consumismo dell’etichetta e del linguaggio stereotipato che comunica senza dire, la parola svuotata di vita: la ciarla.

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Hiko Yoshitaka, "Il viaggio oltre la politica", 2012, cifratipo, acrilico su carta

Il potere si insinua negli interstizi del bisogno e della disperazione annullando la singolarità di ogni uomo, azzerando lo spazio vitale che separa l’unicità di ogni essere, e , soffocando la creatività e lo slancio vitale di ciascuno, impone il percorso forzoso della sopravvivenza annichilendo la dignità: ecco la nascita del mitologema del totalitarismo. Il particolarismo che si assolutizza, l’anomia che diviene l’anarchia dell’uno replicante, il polimorfismo della personalità dell’unico.

Il potere deve creare un nemico e un valore assoluto che si contrapponga al disvalore che produce nel suo esistere per creare un “sistema” in equilibrio e al tempo stesso svolge una funzione- finzione paterna di guida e punizione a cui ogni “figlio” guarda come modello imitativo e come limite da non superare. O, per contro, da uccidere per prenderne il posto come nel mito edipico.

Il potere svolge una funzione di guida ammaliatrice e al tempo stesso richiede il sacrificio idolatrico che, attraverso la seduzione della propaganda, può giungere all’immolarsi in un martirio dell’ideologia defraudata della dinamica dialettica e democratica delle forze contrapposte ma finalizzate al benessere dello stato.

Il potere diviene forza topologica, unisce luoghi e persone sotto l’egida della sicurezza, dell’opulenza e di una felicità possibili. Come un fiume in piena implementa la sua efficacia persuasiva inglobando nel suo agire “personalità” dai fini apparentemente diversi, ma caratterizzati dalla stessa bramosia egemonica, sotto lo stendardo di un credo che vede nella sua quotidiana attuazione la manifestazione dell’onnipotenza sacrale e divina : non conosce ostacolo e fine la sua corsa rituale di fuga dall’individualità e dall’ignoto esperibile nell’unicità per l’oceano della massa.

Il potere, se assolutizzato, non declina il tempo, non vi è escatologia ma infinita immanenza: l’immortalità dell’opera, la visione della città geometrica e imperitura, la coreografia dell’ordine e la cancellazione del diverso e dell’imperfetto.

Ognuno esercita e detiene un potere, anche nell’esercizio del sapere, e solo nella consapevolezza della corporeità, caduca e finitima, si può trovare l’antidoto a qualsiasi desiderio soverchiante di dominio o di egemonia passiva quale può essere il vittimismo: il potere di piegare su di sé il bisogno dell’altro.

Nella peculiarità unica del soma (corpo), come luogo delle passioni e dei desideri, delle pulsioni e del pensiero si attua il ridimensionamento di ogni aspettativa che trasduca il qui e ora dell’esistenza. Solo annichilendo la volitività algebrica del sistema capitalistico di mercato e assumendo la componente dell’arte e del pensiero si può giungere alla metamorfosi del potere nell’ideale umanistico di un “io minimo” che trova nel fare dell’artista-letterato artigiano l’antidoto alla genitrice di qualsiasi malefatta chiamata pulsione di morte: sema, la tomba che identifica nel nome e nel tempo il corpo senza vita.

Tumulo di ogni potere.

Stefano Fiini, 9 maggio 2013


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