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Dell’illusione e dell’Altrove. “Il discorso melanconico” di M.C. Lambotte

Nicola Rosti
(13.05.2013)

Nello scritto di Marie-Claude Lambotte – Il discorso melanconico – la melanconia compare come una malattia atipica, una malattia “della verità” la cui fenomenologia sembra richiamare da vicino proprio il processo analitico. Da queste premesse, si può immediatamente intuire la stretta correlazione che intercorre fra questi tre termini: “verità”, “melanconia” e “psicoanalisi”. Al cuore di questa affezione clinica è insita una particolarissima modalità di relazione con l’amore e con l’Altro ed è su questa relazione che si tenterà di formulare alcune considerazioni.

Nel testo che qui vogliamo presentare e commentare,l’autrice ritorna costantemente sulla connessione esistente fra l’affezione melanconica ed il suo costitutivo esistenziale fondamentale: il niente. Il soggetto malinconico pare infatti identificarsi con questo significante, a fronte di una perdita fondamentale – l’io – e di un guadagno altrettanto essenziale – la tensione verso il Sapere Assoluto, nella sua pura veste formale. Benché nello studio dell’autrice non si faccia esplicito riferimento a questa figura dialettica, ritengo che la fenomenologia della melanconia e dunque anche la sua dinamica, sia inscrivibile all’interno della cornice esistenziale che possiamo ritrovare all’interno del IV capitolo della Fenomenologia dello Spirito hegeliana: la coscienza infelice. Su questo punto faremo esplicito riferimento più avanti.

Per quanto riguarda i presupposti psicoanalitici, la melanconia compare negli scritti freudiani già nel 1895, precisamente nella Minuta G a Wilhelm Fliess:

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Nicola Rosti
Dell’illusione e dell’Altrove
“Il discorso melanconico” di M.C. Lambotte
JPEG - 28.9 Kb
Hiko Yoshitaka, "Brainworking", 2012, cifratipo, olio su carta

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