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André Breton organizzò per lei mostre a New York e Parigi

Frida Kahlo

Moira Bruni

"Viva la vida" recita la sua canzone, le ultime parole da lei scritte nel diario che tenne dal ’42 fino a pochissimi giorni prima della morte e che volle scrivere sulla sua ultima opera, rosse angurie tagliate.

(1.06.2004)

Perché scrivere su Frida Kahlo?
Perché da poco un film ne ha permesso la sua riscoperta?
Perché a Milano si è tenuta, fino al febbraio scorso, una mostra con alcuni dei pezzi più famosi?

A dire il vero ho avuto voglia di scrivere su di lei sin dall’inizio, da quando l’ho conosciuta proprio attraverso il film che Salma Hayek ha voluto a tutti i costi. E l’ho amata da subito: troppo affascinante come donna per passare inosservata, anche a un cinquantennio dalla sua morte.

Per quanto il film ne abbia messo in luce più il suo lato di femmina in balìa delle sorti di un amore, quello intenso e conflittuale con Diego Rivera, che non quello di donna impegnata sul fronte della lotta sociale, non riesco immaginare una donna neanche un po’ diversa da quella che appare attraverso gli occhi luminosi di Salma Hayek, attraverso la sua voce, quando canta per lei, o attraverso il suo corpo che balla quel tango, in maniera così erotica, con Ashley Judd.

Mi è piaciuto il suo amare non inquadrato in norme convenzionali. Citando le parole di una cara amica, Natalia Aspesi, ciò che ci fa innamorare non è il genere, il sesso di una persona ma la persona stessa. E, se anche Frida ha amato davvero solo il suo Diego (Rivera), è vero che ha saputo guardarsi intorno e scegliere comunque la vita. Amandola. Anche quando si è rivelata estremamente difficile, come nel suo caso.

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"Autoritratto I", 1926

Frida Kahlo nasce a Città del Messico, nel quartiere Coyoacàn, nel 1907, da padre ebreo di nazionalità tedesca (e di origini ungheresi) e da madre cattolica, di origini spagnole. Una miscellanea di culture che si intrecceranno a quella messicana, umile e popolare, cui la stessa Frida era profondamente legata, tanto da farla risaltare su di sé vestendo alla maniera tehuana.
Osservando i suoi lavori, si può ricostruire la vita dell’artista.

La sua attività di pittrice inizia a poco più di diciotto anni, durante la convalescenza seguita ad un incidente che aveva messo in serio pericolo la sua vita oltre che la sua autonomia: si trovava sull’autobus, assieme ad Alejandro, il fidanzatino cui dedicò la sua prima opera (Autoritratto I, 1926), quando uno scontro fece conficcarne il corrimano nella sua schiena, facendolo uscire dalla vagina (L’autobus).

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"L’autobus"

Nessuno pensava che sarebbe tornata a camminare, invece lei, con la forza che ha caratterizzato la sua intera esistenza, che l’ha scortata attraverso le sofferenze psichiche ed emotive, riprese l’uso delle gambe, compromesso da una poliomielite infantile.
Aveva già conosciuto Diego Rivera al tempo in cui dipingeva murales nella Scuola di Preparazione Nazionale da lei frequentata: fu a lui che si rivolse per sapere se la sua arte aveva un valore, se aveva qualche chances di farne un’attività remunerativa a sufficienza da renderla indipendente dalla famiglia, ormai economicamente provata dalle spese per la sua guarigione.

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"Diego e Frida", 1931

Diego era già molto famoso per i murales in cui lotta sociale e politica si fondevano attraverso la sua genialità espressiva. Era grasso, brutto e molto più vecchio di lei. Aveva già due matrimoni alle spalle e amava le donne. E le donne amavano lui.

Divennero quasi subito compagni di lotta politica e ben presto compagni nella vita, nonostante l’opposizione della madre.
Il panzòn, come lo chiamava lei, e la paloma, vestita alla maniera tehuana, si sposarono nel 1929 (Diego e Frida,1931) e restarono sposati, la prima volta, poco più di dieci anni, a causa dell’infedeltà di Diego.

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"Ospedale Henry Ford (o il letto volante)", 1932

Viaggiarono molto e vissero per un certo periodo negli Stati Uniti, soprattutto per i successi del marito. In quest’arco di tempo, la pittura di Frida si era evoluta e cominciava ad essere apprezzata. Nel ’38, il poeta e saggista surrealista André Breton organizzò per lei mostre a New York e Parigi, dove conobbe Kandinskj, Tanguy, Mirò e Picasso. Il Louvre acquistò persino uno dei suoi lavori.

Dall’iniziale ritrattistica, molto in voga in Messico, le sue opere avevano preso a riempirsi di simboli che riflettevano gli eventi dolorosi della sua vita: gli aborti (Ospedale Henry Ford, 1932), i dolori fisici per il peggioramento della sua già precaria salute, la sofferenza per i tradimenti di Diego, la nostalgia del Messico, l’insofferenza verso la mondanità che si scontrava così tanto con l’idea di giustizia sociale che li aveva accomunati (Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti, 1932; Il mio vestito è appeso là, 1933 ; Quello che vidi nell’acqua, 1938) .

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"Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti", 1932

Frida era già diventata un’icona del un’icona del femminismo libertario durante gli anni della rivoluzione contadina guidata da Zapata e Pancho Villa e mal tollerava lo stile di vita che il marito aveva assunto nel soggiorno statunitense.

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"Il mio vestito è appeso là", 1933

Il ritorno in Messico, le innumerevoli relazioni, omosessuali e non, che Frida intratteneva forse per rivalsa sul marito, l’amore incondizionato per lui, il suo Dieghito, non servirono ad evitare la rottura, peraltro mai definitiva. Scoprire la relazione con la sorella Cristina, fu per Frida la goccia che fece traboccare il vaso: se ne andò, nonostante le difficoltà economiche e tagliò quei meravigliosi capelli corvini tanto amati dal Diego. In un autoritratto dell’epoca, appare infatti in versione mascolina, circondata dai capelli tagliati.

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"Quello che vidi nell’acqua", 1938

Testimone dello stato di dolore, Qualche piccolo colpo di pugnale, del 1935, in cui Frida, riproduce un avvenimento di cronaca dell’epoca: un uomo aveva ucciso la moglie accoltellandola e, davanti al giudice, si era proclamato innocente esclamando: "È solo qualche piccola punzecchiatura!". Ironizzando amaramente, forse, sulle parole che lo stesso Diego le diceva ogni volta che gli veniva scoperto un tradimento: "È stata solo una scopata!".

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"Autoritratto con i capelli corti"

Fu di questo periodo la storia con Lev Trotsky, in esilio in Messico dopo il trionfo di Stalin.
Sempre dell’epoca, famosissimo, il suo quadro più grande (172 x 173 cm), Le due Frida.

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"Le due Frida", 1935

Emblematico dello stato di dolore inferto dalla sofferta separazione (le ferite sul vestito bianco) e della determinazione con cui lei invece tentò di superarlo (lo sguardo altero, sottolineato dalle folte sopracciglia e dalla peluria intorno ad una bocca che sembra tenuta chiusa a forza). Lo sdoppiamento della Frida amata da Diego, vestita da tehuana, che tiene in mano il ritratto di lui da piccolo e che ha il cuore ancora integro, sembra dar forza, con la mano e con il cuore, a quella vestita all’europea, che invece perde sangue. Dietro ad entrambe, però, il cielo è scuro e carico di brutti presagi. Non c’è speranza, quindi, per nessuna delle due.

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"Qualche piccolo colpo di pugnale", 1935

Del 1944, La colonna spezzata, testimone della dolorosa consapevolezza di un corpo ormai allo stremo. Lei e Diego si erano risposati quattro anni prima a patto che non avrebbero avuto più rapporti sessuali. Le erano state amputate alcune dita del piede destro e lo sguardo di Frida parla da solo. I chiodi che trafiggono tutto il corpo evidenziano il suo stato di sofferenza costante. Di lì a poco, sarà operata ancora: le vennero fuse quattro vertebre con delle scaglie d’osso prelevate dal bacino e alla colonna vertebrale venne inserita un’asta di metallo come rinforzo.

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"La colonna spezzata", 1944

Come pochi, Frida ha saputo utilizzare il mezzo pittorico quale espressione narrativa della propria vita, interna ed esterna.
Quasi ognuna delle sue opere, racchiude un evento culminante della propria esistenza o lo stato emotivo che vi si raccoglie.

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"L’abbraccio amoroso dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il Signor Xòlotl", 1949

Temi come la sofferenza fisica e spirituale, la morte, il senso di protezione e della tenerezza per Diego, la speranza di poter essere portatrice di vita, caratterizzano in maniera dominante i suoi lavori, paralizzanti ad occhio nudo, non solo perché percorsi dal dolore ma proprio in quanto trasmettono la forza e la drammaticità dell’attimo che esprimono.
E’ praticamente impossibile restarne indifferenti. Anche di fronte a quelli meno drammatici (L’abbraccio amoroso dell’universo..., 1949 ; Radici, 1949).

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"Radici", 1949

Frida Kahlo morì nel 1954. Era riuscita appena ad assaporare la soddisfazione di una mostra personale, finalmente nel suo paese. Vi era andata facendosi trasportare direttamente nel letto. Le avevano amputato una gamba fino al ginocchio e il medico le aveva proibito di alzarsi per non peggiorare la gravissima polmonite: lei gli aveva ubbidito.

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"Meloni. Viva la vita", 1949

"Viva la vida" recita la sua canzone, le ultime parole da lei scritte nel diario che tenne dal ’42 fino a pochissimi giorni prima della morte e che volle scrivere sulla sua ultima opera, rosse angurie tagliate.
Dal 1958, nella stessa casa, nel quartiere di Coyoacàn, ove era nata e vissuta, il Museo Frida Kahlo conserva tutti i suoi oggetti.
Le sue opere sono conservate in collezioni private e musei di tutto il mondo.

Moira Bruni, poeta, scrittrice, lettrice d’arte e di cinema.


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30.07.2017