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Jules Verne, "Il castello di Transilvania"

Il lato oscuro di Verne

Marina Monego
(21.04.2013)

Intere generazioni di ragazzi sono cresciute fantasticando sui romanzi di Verne: da “Ventimila leghe sotto i mari” a “Cinque settimane in pallone”, da “Dalla terra alla luna”, che già immaginava le missioni spaziali, a “Viaggio al centro della terra” e molti altri. Spesso adattati in versioni cinematografiche, questi libri hanno appassionato un vasto pubblico e sono stati considerati degli autentici classici per l’infanzia.

La produzione dello scrittore francese è però molto vasta (sessantadue romanzi, diciassette racconti e vari altri lavori) e comprende opere minori certamente meno note e brillanti di quelle principali. “Il castello in Transilvania” è una di queste. Pubblicato nel 1892, ci racconta di un oscuro castello abbandonato da molti anni, nel quale gli abitanti del vicino villaggio di Werst scorgono strani fenomeni. La superstizione popolare fa circolare la voce che nel castello agisca il Chort, il diavolo in persona.

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Hiko Yoshitaka, "Dio, l’economia, la finanza", 2002, cifratipo, acrilico su carta

Una piccola spedizione esplorativa composta dal giovane Nick Deck, una guardia forestale impavida e disinvolta, che non crede alle leggende, e dal sedicente medico del villaggio – in realtà è infermiere – Patak, un ometto grasso, basso e pauroso, non ottiene altro risultato se non quello di confermare le paure popolari.

L’arrivo al villaggio del giovane conte Franz de Télek sembra poter cambiare le cose, egli promette infatti agli abitanti la liberazione da qualsiasi fantasma, ma si troverà davanti a fatti imprevisti e visioni sconvolgenti. Il castello era infatti la dimora del barone Rodolphe de Gortz, ultimo sfortunato discendente dei signori di quei territori, un personaggio strano, appassionato di melodramma, scomparso misteriosamente nel nulla.

La vicenda rivelerà un finale inaspettato con tanto di quelli che oggi si chiamerebbero effetti speciali. È bene non anticipare altro della trama, per non rovinare la sorpresa del lettore.

Aspetti interessanti del romanzo sono la fiducia positivista di Verne verso la scienza e la presenza di tecnologie d’avanguardia per l’epoca: ologrammi, trasmissione delle immagini, amplificazione dei suoni e loro trasmissione.

Evidentissima una certa ironia autoriale verso gli abitanti di Werst: creduloni, ignoranti e superstiziosi, legati alle loro leggende e dicerie ed estremamente paurosi. Paiono inchiodati nella loro ignoranza e a nulla valgono a convincerli i ragionamenti di Franz o le spiegazioni di Nick, più propenso alla praticità e alla concretezza.

I personaggi sono ben delineati con le loro varie caratteristiche e abbondano le descrizioni dei luoghi e dei fenomeni solo apparentemente soprannaturali.

Verne non si smentisce quanto a precisione, solamente l’atmosfera – complice l’età dell’autore e le sue vicissitudini biografiche – è più cupa e oscura.

Il titolo potrebbe far pensare a una storia vampiresca ante-litteram – Dracula arriverà cinque anni più tardi – ma non è così, non siamo all’horror, la scienza spiega molto, quasi tutto, tranne la totalizzante passione amorosa – al limite del feuilleton - che condiziona e stravolge le vite dei due aristocratici personaggi.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Jules Verne (Nantes, 1828 – Amiens, 1905), scrittore francese.
Jules Verne, Il castello in Transilvania, Piano B (collana Controtempo), Prato 2013, p. 152 Traduzione Martina Grassi
Marina Monego, aprile 2013


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