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Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Dictionnaire linguistique médiéval

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Fulvio Caccia
Rain bird

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Jasper Wilson
Burger King

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Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

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Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

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Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

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Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

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Pornokratès. Sulla questione del genere

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Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

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Luciano Troisio, "Locations, impermanenza. L’Amore al tempo del pc"

Silvio Ramat
(9.04.2013)

Aleggia da un capo all’altro del libro, colorata di mestizia, la parodia: senza confini e inesorabile. Prorompe, desolata, una confessione della «insopportabile solitudine»: siamo ormai verso l’epilogo (p.122), e l’autore non si camuffa più né si deride.
Ma la parodia soffia già nel titolo: quell’Amore con l’A maiuscola, il richiamo a un celebre testo narrativo (García Marquez), la stupida espressione invalsa al posto dell’italiano “sede”, l’impoeticità e durezza (per quel prefisso di spoliazione) del vocabolo «impermanenza». Titolo e sottotitolo non mi paiono indizî da trascurare. L’«impermanenza» nega ogni eventualità di vacanza come sosta e riposo. Vien da pensare che spesso la vacanza — o trasferta che sia – abbia il valore di una “assenza”, una specie di castigo (terapeutico? catartico?), non saprei dire se meritato o no. Spetta una noticina anche alla denominazione. della collana in cui esce questo libro: «Riga tremante»! è uno scherzo? di che cose e perché la «riga» trema? E la dedica «ai pronomi deittici», insomma ai “questo” e ai “quello”, che cos’altro vela e copre? La raccolta però non ne abusa, di deittici (a scuola ci mostrarono quanti ne aduna, in breve spazio, L’infinito leopardiano…).

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Hiko Yoshitaka, "Une trace indicible", 2012, cifratipo, acrilico su carta

Parodia di chi? di che cosa? Troisio, vagabondo confesso (p. 8, p. 48 e nota biografica di p. 132), si esercita in una parodia continuativa (oltre che in una dissacrazione e in un declassamento) degli scrittori di viaggio (De Amicis? Barzini? Gozzano, Parise e via nominando?) con i loro reportages e magari con i loro poemi localizzati in un punto preciso e suggestivo dell’universo. E vastissimo è anche il bacino degli autori saccheggiati da Troisio in sintagmi e formule da riutilizzare, con effetto calcolato di straniamento, per lo più teso al paradossale e al comico. Tra i fornitori ci sono Pascoli, Cardarelli e Petrarca; Dante, Leopardi e Fortini; Montale, Cielo d’Alcamo e Gozzano; Sbarbaro, Palazzeschi e Ungaretti; Valeri, Foscolo e Calvino; Bruno e Kundera; Erba e Manzoni…
Quanto agli scrittori di viaggio: un tempo il lettore li invidiava. Come sarebbe bello che fossi là anch’io! era il suo tacito commento. Ma nell’“esotico” libro di Troisio (e non per colpa dell’ informatica, che tutto rende prossimo e simultaneo) non ci sono “illustrazioni” di alcunché. Semmai e solo schegge (non di rado taglienti) di un diario gremito di riflessioni cupe, frutto di una disingannata saggezza, e questo vale sia nella remota Indocina sia a Padova-Arcella (dove apprendiamo l’esistenza del bar Amnesia e dove nascono alcune poesie connotate da un palpito “convenzionale”; ecco in un armadio dell’appartamento di Troisio una vestaglia cinese (p. 82) resistere come “oggetto” di un lunghissimo amore (con la a minuscola). In quel suo appartamento è normale che egli ripensi alla propria infanzia e giovinezza trascorse a Cittadella, e a quanto, senza saperlo, era «ricco»: padrone di cose che oggi gli mancano.
Mancando vere e proprie“illustrazioni”, la memoria del lettore conserva lacerti, frammenti: gli occhi di una donna, le sue “curve” di «callipìgia»; il gusto di una bibita (orientale, si capisce); il colore di una pianta… Il più, il resto è una pletora di gente, di tipi e tipe insignificanti, tributarî di un vaniloquio (in una avvolgente, deprimente vanità di gesti di atti, eros compreso).
Non stupisce l’iterarsi del motivo del «Nulla» (o «nulla»); della «nullità», dei «nessuno» e del loro àmbito di competenza (pp. 7, 46,… 83, 128, 129). Fin dalle battute iniziali serpeggia come un tema dorsale dell’opera e si connette a quello del (Grande) Vuoto, che induce perfino al rilancio di uno pseudofoscoliano «nulla eterno». Il cogitare sul Nulla e sul Vuoto, nonché i reiterati ricorsi alle “conquiste” scientifiche (incluse quelle sulla psiche) e ai relativi vocabolarî specialistici, letterariamente rinviano al Montale post-Satura, nonché al padovano Ruffato, magari via Zanzotto. Qualsiasi lirismo è bandito. Ma dove, fra sgomento, irritazione e collera, Troisio proclama il suo disgusto per i tempi odiosi che stiamo traversando, qui penso che da noi troverebbe un estimatore, una sponda solidale in Risi, unico forse poeta “civile” vivente in Italia (lunga vita all’amico Nelo, classe 1920!).
Tema civile, d’altronde, è anche quello della senilità e della senescenza. In prima persona e diffusamente lo prova su di sé il perdigiorno Troisio, oppure lo osserva negli altri, in varie circostanze e a più livelli, fino al Consuntivo, che malgrado ogni proposito in contrario, suscita — nell’autore stesso e nel lettore — una partecipazione emotiva al «limbo del pensionato» e allo status che implacabilmente lo caratterizza: «Nessun consuntivo nessuna trama./Una descrizione ormai priva di narrazione,/tristia animalia/calma indifferente apparente./(…) Nessun consuntivo./Procedere rassegnati al baratro declive (…)». Ma no! Preferisco spostarmi altrove e, sia pur nella cornice di un «meriggio/senza senso», contemplare le «piccole erme, statue adorne di Hibiscus rossi», i «famigli pagani» che «tengono in ordine il bungalow/i cespugli rigogliosi del giardino» e «raccolgono le foglie ogni mattino»

SILVIO RAMAT

Che funzione hanno le [ ] in rapporto alle più consuete ( )? E che cosa indica il corpo grafico più piccolo? Segnalano un tardivo poscritto, una presa di distanza dal testo, una prospettiva aggiustata in un secondo momento?


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19.05.2017