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La luce d’ombra : Riccardo III di Carmelo Bene

Stefano Fiini
(27.03.2013)

Carmelo Bene opera una lettura della tragedia di Shakespeare che, attraverso la tecnica dell’anacronismo, viene mutilata della superfluità lirica, variata con citazioni provenienti da diverse fonti letterarie e soprattutto dalla poesia di Eliot e dalla scrittura originale Shakespeariana, e , infine, arricchita con l’introduzione di nuove componenti. L’opera divisa in due parti vede protagonista il duca di Gloucester, poi al trono come Riccardo III e si situa nella lotta per il trono inglese dopo la dipartita di Enrico VI. Nella prima parte domina il tema del lutto, della mancanza ferale, dell’ “imbecillità”, come impossibilità dell’unico, del duca e l’osceno ( ciò che è posto fuori scena) del femminile, nella seconda parte si gioca con l’assenza dell’eccesso del desiderio con la “scomparsa” del femminile e il vuoto che si instaura, nel deserto che, dopo aver raggiunto il potere e avendolo al tempo stesso mancato, il duca trova in se stesso e dal quale desidera fuggire dopo che afferma : “Ho giocato la mia vita ai dadi e tengo saldo il banco … Penso che oggi in campo ci fossero sei Richmond, che già cinque ne ho uccisi e quello mai! … Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”

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Opera di Hiko Yoshitaka

Ogni capolavoro per essere consacrato necessita di una incomprensione. Il dis-velare ogni trama, implica allontanare il testo e la mediazione teatrale e la rappresentazione, dall’essere svolti, dal divenire un classico, perennemente aperto alla lettura. Lo svolgersi è di volta in volta il prendere una direzione diversa, opposta e contraria rispetto al fantasma della comprensione, del possesso, che non è altro che un piegare su di sé un significato che nella realtà sfugge, abitare uno spazio e un tempo che nella iterazione diventano abito da esibire, luogo conosciuto, costume di scena, per tentare di essere compresi, di essere letti e accettati nella ripetizione che dona la sicurezza del viaggio conosciuto: il “ripetersi nella ripetizione”. Deleuze ha ben detto che la ripetizione è differenza senza concetto. Concetto che si scrive nella ripetizione e diviene dissimile differenziandosi come punto di vista ma rimanendo unito al pensiero che l’ha partorito: la luce d’ombra. Narciso che si specchia nelle mille immagini e volti e si riconosce in tutti identico, nell’amore dell’immagine di sé che trova scritta e parcellizzata in “ogni” altro costruisce un amore che lo porta a lasciarsi morire. Scrivere una lettura di vita che percorra l’alveo circolare della certezza e del riconoscimento visivo e uniformante dei costumi: l’uniforme, la forma unica del potere che rende “una” l’identità non appartiene alla filosofia di Carmelo Bene: ogni azione, ogni linguaggio, ogni accadimento per essere reali e non meccanicistici, e propri della macchina sociale, devono essere compiuti nell’oblio, nella dimenticanza. Vi è una sottrazione dell’io, del soggetto e l’assunzione della impersonalità come motrice della vita.

Nel Riccardo III, Bene , mette in scena il nesso di indecifrabilità attraverso la sottrazione del linguaggio, reso con dialoghi scarniti, il predominio della passione e della necessità, il gioco delle luci e delle ombre, gli oggetti che caratterizzano la scena che diventano ostacolo, scandalo, inciampo per gli attori e gli attori stessi che diventano oggetti da spogliare , corpi in cui inciampare, automi che rispondono agli stimoli primitivi delle passioni. Opera, come ha rilevato Deleuze, una continua sottrazione , una amputazione del testo e al tempo stesso ciò che è tolto viene rimpiazzato da “arti” linguistici deformi, tanto da rendere il protagonista teatrale non più un eroe o un anti-eroe ma parte della rappresentazione di un divenire senza termine. La morte o esiste prima di essere rappresentata oppure viene sospesa in una infinita sequenza che esula dal luogo e dal tempo, diventa “del morire”. L’agonia dell’uomo che vorrebbe possedere il bandolo della matassa della conoscenza ma ne rimane avviluppato fondendosi nell’illusione di esistere in una unicità sempiterna senza Io.

Il pensiero di poter disporre del filo della vita, di poterlo intessere o recidere divenendo altro secondo un progetto che neghi o abbracci la vita, di poter rendere algebrico il dolore e poter gestire una felicità in funzione di un benessere che rimane supposto, effimero e illusorio, comporta l’economia della vita, comporta il perdere o il guadagnare secondo una scala valoriale che è solamente immaginaria ma che produce nel reale sofferenza.

Nella mistica la povertà di spirito e intelletto comporta divenire uno strumento impersonale in funzione di un progetto altro, di un progetto che non appartiene al soggetto, all’uomo, e coincide con la beatitudine, le felicità senza fine come altra faccia del continuo “del morire”. Ecco la chiave che Bene porta all’eccesso, la trasformazione impersonale dell’uomo che contiene moltitudini e che comporta una rifrazione e un distacco dall’esistere e dalla conoscenza per acquisire gesti suoni azioni proprie.

Henry James scrive: “ Aveva finito col saperne tanto che non poteva interpretare più nulla; non c’erano più oscurità che le permettessero di veder chiaro, non restava che una cruda luce”.
Quale ristoro e effetto può allora produrre l’ombra della luce ad un cammino della vita che abbraccia continuamente stelle fatue per vederne e capirne il senso?

Stefano Fiini , 17/03/2013


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