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I numeri due

Giancarlo Calciolari
(12.01.2013)

La marcatura sociale istituita, anche delle immagini, che si trasmette e si riproduce attraverso le cerimonie e le liturgie, non più reperibili oggi solo nella chiesa e nell’esercito, è l’agente di sconvolgimenti dei quali cominciamo solamente a presentire la dismisura. Si tratta dell’autoriproduzione dello schema occidentale che si erige come sterilizzatore delle tradizioni rivali, in particolare quella ebraica. Quindi occorre una marcatura non fondata sulla logica sterilizzatrice ma su quella di vita. Non principio di divisione (tra A e non A, tra vero e falso, tra bene e male…) ma principio di contraddizione, in cui non A non è escluso ma funziona come nome.

La marcatura è la dimensione acustica delle immagini: L’immagine presunta visiva, fatta, istituita, non marca se non connotativamente, mentre la marcatura è denotativa. Detto questo per riprendere la distinzione di Peirce che dopo cinquant’anni d’amicizia ancora James non capiva. L’immagine, inimmaginabile, è la marcatura inconscia. Il salto da fare per intendere è immenso: l’immagine dell’arte è scrittura. Elementi della scrittura, le immagini. Ciò che si vede e ciò che appare non richiede ciò che sta sopra e ciò che sta sotto (episteme e substantia).

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Opera di Hiko Yoshitaka

Il punto nella marcatura è il sembiante e è intoglibile da ciascuna immagine semovente e altra. L’immagine provoca per questo provocatore, provoca come specchio, come sguardo e come voce. Impossibile il rispecchiamento sociale, il punto di vista personale, la popolarizzazione della voce. Quando l’opera non ti riconosce, ti guarda e ti parla, allora la denotazione è detonazione: l’immagine è esplosiva e va in direzione della qualità, tra cinema, teatro, le due facce della festa della vita.

L’elemento linguistico nella sembianza, nella marcatura del linguaggio e della materia, è immagine. Non l’immagine come copia, che è l’etimo di fantasma. L’immagine non è il fantasma, l’immagine fatta, che apparterrebbe all’immaginario, da Sartre a Lacan, come risposta a un’indagine sull’allucinazione.

Sterilizzatore e annientatore, sterminatore e distruttore, è il principio del terzo escluso. Effetto del principio genealogico, principio di divisione (anche di un elemento linguistico in A e non A).

Allora ogni ipotesi politica che richieda il principio di divisione in amico/nemico riproduce l’eliminazione dell’altro, anche nel modo della tolleranza di una piccola parte dell’altro per meglio escludere tutti gli altri. Il massimo di questa ideologia divenuta luogo comune è quella di avere un amico tra i nemici. Anche nella forma della tolleranza di qualche scrittore anomalo per meglio imporre la somiglianza sterilizzatrice a tutti gli altri, da Cioran in Francia a Pasolini in Italia.

Occorre intendere inoltre che l’acefalia riguarda anche i vertici della società e non solo i cosiddetti esclusi. Anche gli A identicissimi agli A sono amputati dal non A, sono numeri due, personaggi secondari che occupano la presunta posizione dell’uno. Sarebbero i numeri uno e lo sono in quanto divisi in due e quindi acefali. Il problema del numero uno è infatti quello di percepire d’essere un numero due, e d’avere l’incubo del successore che lo detronerà. Sino al paradosso di Machiavelli: nessuno ha mai ucciso il suo successore!
L’anomalia originaria disturba anche dopo secoli e risulta quindi inintegrabile. C’è sempre una lettura che può riaprire il caso. È il bello della ricerca.

Sabato 12 gennaio 2013


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