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Che cosa comporta oggi essere musicista e compositore

Il tempo della musica. Intervista a Lukas Foss

Fabiola Giancotti

"So che ascoltando Beethoven o Mozart, e spero Lukas Foss, qualcosa nella vita si trasforma".

(17.10.2009)

Lukas Foss si è formato come direttore e compositore negli Stati Uniti. Attualmente dirige la Brooklyn Philharmonica Orchestra e Conductor Laureate alla Milwaukee Symphony.

Direttore musicale della Buffalo Philharmonic Orchestra dal 1963 al 1970, ha assunto nel 1971 la stessa carica, oltre a quella di direttore principale, alla Brooklyn Philharmonica Orchestra, eseguendo opere classiche e moderne.

Nel 1986 ha diretto la Milwaukee Symphony in Gran Bretagna, Paesi Bassi, Germania, Austria.

Per dieci anni ha tenuto la cattedra di composizione presso la UCLA, succedendo a Arnold Schönberg. Ha ricevuto il Guggenheim Fellowship; fa parte dell’American Academy and Institute of Arts and Letters.

È nato a Berlino nel 1922 e all’età di undici anni si è trasferito a Parigi, stabilendosi poi a New York.
Ha scritto varie composizioni tra cui Schönberg improvisation; Paradis; Frammenti di Archiloco; La rana saldatrice; Echoi.

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Hiko Yoshitaka, "L’insopportabile", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23x30

A Milano, ha diretto l’Orchestra sinfonica della RAI nell’esecuzione della sua Night music for John Lennon.

Che cosa comporta oggi essere musicista e compositore. Quale il messaggio e che cosa è riuscito a comunicare al pianeta?

È una domanda difficile. Ho la fortuna di essere figlio di un filosofo, ma io non lo sono, sono compositore e non sono conoscitore di me stesso; io non so quale sia il mio messaggio, ma so, come dice Rilke, che ciascuna opera d’arte ha il suo. So che ascoltando Beethoven o Mozart, e spero Lukas Foss, qualcosa nella vita si trasforma. L’arte non ha funzione d’intrattenimento, i monumenti artistici che noi costruiamo servono a questo, a introdurre qualcosa che trasformi la nostra vita.
In ciascuna musica c’è sempre una verità che si dice e che non ha bisogno di essere spiegata. Non ha torto Mahler quando dice che ciascuna musica è musica di programma. La mer di Debussy è una musica di programma. Ma lo stesso Debussy non avrebbe scritto La mer se avesse voluto soltanto descrivere il mare: c’è qualcosa di più che la sua descrizione, c’è l’amore per esso e la sua sensazione.

Può avanzare una definizione della sua musica?

La verità viene dalla musica. Ma non c’è definizione possibile. Credo che nessun compositore possa definire la propria musica. Nella musica c’è qualcosa che ci arricchisce con la sua verità, in fondo è una questione di religione, di amore, che ci mette al corrente della nostra umanità. Nella musica c’è tutto questo, e in particolare nella mia, ma io non conosco la mia opera. Saranno altri a scriverne e a dire di che cosa si tratta. Per me è difficilissimo. Ciascuna opera è differente, ci sono variazioni e sempre un nuovo problema con cui si ha a che fare.

Qual è la situazione attuale della musica nel pianeta?

Vent’anni fa dicevo a alcuni miei colleghi che lavoriamo sulla stessa musica, che costruiamo insieme la cattedrale della nostra musica. Ma i tempi cambiano e la situazione non è più così idealistica. Ciascuno costruisce la sua cattedrale a modo suo. E se mi mettessi a parlare della musica moderna i miei colleghi sorriderebbero, perché non c’è più la sensazione di costruire insieme. Non ci sono più riviste dove ciascuno di noi avanza qualche soluzione per discuterne. Conservo centinaia di lettere dei tempi passati di amici come Berio, Takemitsu, Boulez, Xenakis: ci scrivevamo sempre, eravamo in contatto. Adesso è molto differente. Ho scritto recentemente al mio amico Xenakis: "Perché non siamo più in contatto?". Mi ha risposto: "Caro Lukas, ti voglio bene!".

C’è una vivace discussione, oggi, intorno alla funzione dei media. Quanto e in che modo sono essenziali rispetto alla musica?

È bizzarro quanto accade, credo che sia attribuibile alla funzione dei media. I media sono diventati i principi moderni, ogni artista fa concorrenza all’altro per attirare l’attenzione dei media. Si è meno interessati al lavoro degli altri e la cattedrale della nostra musica non c’è più.
Quando ero giovane e accadeva che si parlasse di me come di una persona di talento, era interessante, la gente mi invitava, tutti volevano conoscermi, i miei colleghi volevano incontrarmi perché avevo talento e la mia musica era interessante. Oggi, se dico che un giovane ha talento la cosa non interessa nessuno. Ma se dico che quel giovane ha successo, allora ci s’interessa a lui. Il successo è importante perché vuol dire i media, l’attenzione dei media, e chi ha successo è interessante. Ma per me non significa nulla che qualcuno sia interessante per il solo fatto di avere successo. Ci troviamo in un’epoca con pochi ideali, è l’epoca dei media, e chi non è nei media, in televisione o sui giornali, semplicemente non esiste. Perché dunque interessarsi a chi non esiste?

Quali sono i suoi progetti per l’avvenire?

Ora sto scrivendo un concerto, poi vorrei scrivere un’opera sinfonica. Ho appena concluso la Simphonie of solos, una sinfonia quasi tragica nel suo svolgimento, anche se il finale non è pessimista.

Che cosa intende con pessimismo e ottimismo?

Pessimismo e ottimismo sono semplificazioni. A essere soltanto ottimisti si è un po’ stupidi, ma lo si è pure a essere soltanto pessimisti. Ci sono cose che vanno e altre che non vanno. Non c’è possibilità di essere sicuri che vincano le une o le altre.
Delle mie opere penso che alcune diventeranno importanti per chi ama la musica e su questo sono piuttosto ottimista, ma a volte mi chiedo se con questa tirannia dei media sarà davvero possibile che un’opera d’arte trovi il suo pubblico, senza la spinta d’interessi commerciali o finanziari. Forse, la musica riuscirà a conquistarsi l’autorità che le spetta. Ma non sono sicuro.

Qual è la relazione, secondo lei, tra musica e finanza?

È questo il problema. Oggi, i giovani compositori hanno ciascuno il proprio agente. È impossibile immaginare Stravinskij o Bartok con un agente! Oggi un agente fa il manager, l’agente di pubblicità, di pubbliche relazioni. Fino a quindici anni fa i compositori mi mandavano le loro opere, ora è il loro agente a farlo. È buffo questo cambiamento, ci sono compositori che sono destinati a fare carriera, a fare politica e a essere noti senza che siano bravi, semplicemente hanno l’attenzione dei media. Certamente molte cose in televisione sono interessanti, ma c’è il pericolo che l’aspetto commerciale divenga essenziale.

Lei è nato a Berlino, che cosa ricorda di questa città?

Di Berlino, dove sono nato, ricordo solo i negozi di scarpe. Dopo aver frequentato il ginnasio francese, a undici anni sono andato a Parigi. Fino ai quindici anni ho frequentato il Conservatorio in quella città, che per me ha avuto una grande importanza. Poi sono arrivato a New York, e a Parigi sono tornato poche volte. È la terza volta che vengo a Milano. Tra le città italiane Roma è la più importante; ci andai per una premiazione, abitavo all’Accademia americana, lì conobbi mia moglie. Ci siamo sposati a Roma e siamo andati in viaggio di nozze a Venezia. Quarant’anni fa, a Venezia ho diretto e eseguito il mio concerto Numero 2 per pianoforte che avevo scritto prima di sposarmi. Ho scritto solamente due concerti per piano e per la mano sinistra, che è veramente difficile. Ravel è forse il solo a averlo fatto bene. Ho scritto ogni genere di concerto.

Amo la letteratura e la poesia. Ho diversi amici poeti. Mia moglie è pittrice. Posso dire di vivere in una sorta di rinascimento culturale perché sono circondato da artisti meravigliosi. Come al tempo di Stravinskij e di Picasso, non si trattava anche allora di rinascimento?

Quale artista è stato importante per lei?

Da un punto di vista musicale, Stravinskij è stato importantissimo per me. Era un grande amico. Ci frequentavamo sopra tutto quando lui abitava a Los Angeles. Lo conobbi a Boston, ero pianista della Symphony Orchestra e lui venne nel piccolo appartamento dove abitavo per ascoltare la mia musica. A quel tempo, c’erano molti giovani musicisti interessanti e di talento, non c’erano frontiere. Era meraviglioso. Stravinskij ha esercitato una grande influenza su di me fin dall’eta di diciassette anni.
Fino a dieci anni mi sono occupato solo di musica classica, poi, a Parigi, il mio professore del Conservatorio mi ha introdotto allo studio della musica moderna. Ho cominciato a scrivere musica a sette anni. A otto ho scritto un’opera, e a nove mi sono accorto che il primo atto era troppo infantile e l’ho buttato via. Ho cominciato a pubblicare la mia musica solo a quindici anni, ma si trattava sempre di musica classica.

Ricordo che un amico a Parigi, una volta, mi portò a trovare il grande compositore Darius Milhaud. Io avevo dodici anni. Milhaud riceveva tutti nella sua camera da letto perché non poteva camminare. Lo vidi e gli mostrai la mia musica. Dimenticai l’episodio. Quindici anni dopo l’ho rivisto in America. Mi ha detto: "Tu sei Lukas, mi ricordo di te. Ho letto la tua musica e ti ho detto che era molto graziosa. A quel tempo io facevo musica moderna e tu mi hai risposto: questa musica moderna non resterà". Io sono arrossito.

© "Il secondo rinascimento", 1993

Fabiola Giancotti (Palermiti 1958) è ricercatrice presso l’Università del Secondo Rinascimento a Milano. E’ redattrice e responsabile dei libri e dei cataloghi d’arte della casa editrice Spirali. Ha pubblicato articoli e saggi su quotidiani ("Gazzetta di Parma", "Avvenire", "Gazzetta del Piemonte", "La provincia di Como", "La Notte", ecc.) e riviste ("Spirali", "Il secondo rinascimento", "Jesus-Famiglia Cristiana", "Poesia", "Calabria Letteraria", ecc.). Ha curato le edizioni (grafica, testi, interviste) di libri e cataloghi d’arte di importanti artisti.


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30.07.2017