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Il viaggio della vita non va da A a B

Il caso di vita

Giancarlo Calciolari

Il caso di morte del personaggio Cantor non cancella il suo caso di vita, e il testo è ciò che resta sempre da leggere. La via del caso di vita è stretta, senza alternative, e infinita. La sua poesia poggia sul transfinito di Cantor, che un altro matematico, Hilbert, ha chiamato il suo «paradiso».

(1.10.2001)

La via facile è quella che parte dalla fine delle cose. E quindi che tutto finisca sarebbe solo una questione di tempo ridotto a durata. Così ci si permette tutto, che non è altro che un pleonasmo, una parte del niente. Non solo niente da vedere, ma anche niente da sapere.

Niente: non c’è nessun ente, ovvero non c’è nessuna mela che stia lì nel paradiso a offrire la conoscenza del serpente, ossia la tentazione antintellettuale, quella del personaggio. Quella che il personaggio in cerca di autore ritiene far parte del suo stesso personaggio. È questa una via larga, larghissima. È il delta della new age: tutto e subito, naturalmente e senza direzione intellettuale.

Perché per prendere le cose a portata di mano non è richiesta la direzione, basta la mano della scimmia. Ovvero la mano dell’uomo in quanto animale: da Aristotele a Darwin. In effetti da quando Aristotele ha scritto che l’uomo è un animale razionale, e che quindi tutti gli uomini in quanto animali sono mortali, l’umanità vive sotto l’incubo della morte. Il caso umano, troppo umano, è sempre un caso di morte. Anche nella cura dei tumori, la questione posta è quella di "quanto tempo resta da vivere", e non quali siano i dispositivi da inventare per rilanciare la scommessa sulla vita.

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Hiko Yoshitaka, "Hanno rubato la tua poesia", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

La morte pare abbattersi naturalmente, artificialmente, ereditariamente, socialmente. E la predestinazione alla morte in vita si chiama malattia: quale forma di morte ci colpisce o ci colpirà? Nella postfilosofia, in particolare quella di Martin Heidegger, la predestinazione diventa un’autentica destinazione: si tratta dell’essere per la morte. L’uomo è indagato come soggetto alla morte.

La ricerca delle cause delle malattie procede dal cadavere. Anche l’alienista Charcot cercava la conferma delle sue tesi psichiatriche nel cadavere della sua domestica. La ricerca della tossina della schizofrenia va in tal senso. Ma non c’è la causa umana del male: dalla causa della malattia a quella del ladrocinio, da quella del crimine a quella del genio. La causa per la scienza della vita, nella sua logica e nella sua struttura, è causa di desiderio, di godimento e di verità. La causa è oggetto insituabile e non soggetto situato e stabile nelle genealogie sociali, per le quali chi nasce rotondo non può morire quadrato.

Già cercare di attribuire il bene e il male alla causa, come se ci fossero la causa benefica e la causa malefica, è un modo di venire a patti con il bene e con il male, con un diavolo ingannatore o con un dio onesto, entrambi fatti a immagine e somiglianza dell’uomo, ovvero diavolo e dio antropomorfi, a misura del teatrino domestico della presunta famiglia di origine, che non sarebbe altro che la famiglia del male, quindi trasmissibile, ereditario.

Il discorso medico suffraga ancora la tesi ereditaria del cancro. E come accorgersi che c’è all’opera un mimetismo famigliare, un omaggio alla famiglia supposta d’origine? La vicenda Di Bella, al di là della valutazione del metodo, porta uno scossone alla credenza nel caso di morte. La questione è quella del caso di vita, giacché la morte non è certa e il cancro non certifica il livello ultimo della malattia ma può essere combattuto con dispositivi di battaglia intellettuali e scientifici. Al punto che non è escluso che l’efficacia della cura Di Bella risieda nel dispositivo e non nella sostanza somministrata. Le cosiddette malattie del secolo -cancro, aids, ictus, infarto - sono le incarnazioni di contropiedi e contrappassi del caso di vita.

Quasi nessuno crede al dogma dell’Incarnazione, eppure i più cercano l’incarnazione profana e la realizzano a capinculo: se il verbo si è fatto carne, allora la carne si farà verbo, ovvero s’incarnerà nel luogo comune, nella pluralizzazione e nella significazione della voce. Vox populi.

Occorre insistere sull’essenziale: il caso è di vita. E il cosiddetto caso di morte è la sua negazione. Perché ci sono il cancro, l’ictus, l’infarto, l’aids? Perché il padroneggiamento della vita, dell’aria, del sogno, dell’impresa, non riesce. Nel caso dell’aids la via facile non riesce e risulta in effetti il salto nel vuoto, il baratro che si spalanca sotto i piedi. La via facile, l’erotismo in luogo della sessualità come politica delle cose che si fanno, il godimento tutto e subito, naturale e conformista, sbocca nell’aids. Ma non è l’aids il baratro. È la via facile a esserlo. L’aids, paradossalmente, conserva, pur negati, sconfessati, esclusi, gli elementi della parola, del caso di vita. Se non ci fosse l’incarnazione del contrappasso e del contropiede la malattia riuscirebbe.

La via facile non lascerebbe resti a provocare il questionamento, ovvero il caso di vita verrebbe spazzato via definitivamente. Non resterebbe per davvero che il caso di morte, che è anche quello di un erotismo che è sempre mortificante. Quando, per dir così, non va e non funziona, non è detto che le cose vadano male e non funzionino. Può anche essere il modo di accorgersi che non c’è nessun controllo da esercitare sulla parola. Non c’è nessun male da evitare e nessun bene da accaparrare.

Nessun tratto di morte inscritto nella genealogia familiare. Il disagio non si cura. E l’agio chimico dei farmaci lascia nell’incuria il fantasma di morte che così non trova nessuna articolazione, come nel caso di chi prende le pillole per non suicidarsi e trova l’unica via nel suicidio stesso. Il disagio è una virtù del principio delle cose, scrive Armando Verdiglione, che inventa la cifrematica, la scienza della parola, anche come restituzione del testo della psicanalisi, di Freud e di Lacan in particolare.

Il disagio è essenziale per formulare un progetto e un programma di vita, dove è questione di riuscita, senza nulla concedere alla conformistica grammatica del successo. Il caso di "successo" pare averla scampata bella rispetto ai casi di morte generalizzati: invece ne costituisce l’altra faccia.

Freud aveva indagato questa curiosa propedeutica al fallimento nello scritto Coloro che soccombono al successo. Ciascun caso è di vita. Non ogni caso, non chi insegue il caso comune, conforme e naturale, per evitare l’economia, la finanza, l’avventura. La criminologia, la psichiatria, la psicologia, la psicanalisi, la sociologia, l’antropologia, la critica letteraria non vanno tanto per il sottile, tagliano corto e grosso. Schreber era paranoico, Campana era pazzo, Dostoevskij era epilettico, i dissidenti russi erano diagnosticati schizofrenici...

Leggere un caso è difficilissimo. Prendiamo il caso Cantor, l’inventore del transfinito e della teoria degli insiemi in matematica. La pazzia di Cantor era semplice: cantava a squarciagola e imbrattava di feci i suoi scritti e la sua biblioteca. La questione non è che Cantor ha smesso di scrivere e di elaborare perché è diventato pazzo, non è nemmeno quella che è diventato pazzo perché ha smesso di scrivere.

Le questioni da porsi in ciascun caso sono: qual è il progetto di vita? Quale il programma? Quali i dispositivi di battaglia? Qual è il testo? E non il presunto discorso che ogni lettore può attribuire a Cantor, e che diventerebbe così un personaggio lontanissimo dall’autore. Il caso di morte del personaggio Cantor non cancella il suo caso di vita, e il testo è ciò che resta sempre da leggere. La via del caso di vita è stretta, senza alternative, e infinita. La sua poesia poggia sul transfinito di Cantor, che un altro matematico, Hilbert, ha chiamato il suo «paradiso».

"L’Altra Reggio", n. 86, 1998.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017