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La figlia del capitano, di Aleksàndr Sergéevič Puškin

Monica Cito
(23.12.2012)

Costata “soltanto” quattro anni di lavoro, questa complessa ultima opera del Puškin a me pare un’opera incompiuta.
Si dà per certa la sua uscita pubblica nel gennaio 1837.
Eppure, credo si sia trattato di una scelta, fors’anche sofferta. Si percepisce sia la grandezza dell’opera, sia l’incompiutezza; un’incompiutezza contenuta in canoni letterari studiati ad hoc dal magister che tiene entro propri canoni narrativi duri, più testi storici traboccanti di possibilità. Morrà, Puškin, il 29 gennaio 1837, e non potrà riprendere il lavoro.

L’idea che ho maturato intorno all’autore leggendo il libro, la ben fatta introduzione allo stesso ed un’appendice recante un capitolo omesso, è quello di un uomo sanguigno e perfezionista, tanto positivamente squilibrato da essere effettivamente iperautocritico. Un “perfettista”, insomma.

Quest’opera, non l’unica, reca i segni d’una penna drammatizzante, ma anche d’una prudenza storica estrema.
Se è vero che ella rende nuova prospettiva ad avvenimenti storici, è altresì vero che c’è un tentativo di rispetto della cronaca dell’eletta età. Tale tentativo non può leggersi in tre pilastri edificatori apparentemente insignificanti, ma intorno ai quali l’autore edifica le nozioni apprese.

Questi tre pilastri sono tutti di forma, affinché lo scrittore redigesse intorno ad essi le cronache (gli annales, avrebbero detto gli antichi romani) d’epoca, senz’altro consultate e studiate a fondo.
Edifica in esse, inoltre, una “propria” cronaca. Ci si riferisce allo pseudo-memoriale dell’io narrante.
Riporto i succitati pilastri:
■ «Non mi accingerò a descrivere l’assedio di Orenburg, che appartiene alla storia e non alle memorie di famiglia» (pag. 87);
■ «Non starò a descrivere la nostra campagna e la fine della guerra. Dirò brevemente che la miseria giunse all’estremo» (pag. 116);
■ «Non starò a descrivere la nostra campagna e la conclusione della guerra di Pugačëv» (pag. 142)

I pilastri sono calati nel testo, a mo’ di comunissimo intercalare, e vogliono spostare il piano dell’opera dal puramente storico alla narrazione puramente fantastica.
L’intento primo dell’autore credo sia stato quello di voler romanzare la storia, ma quando la storia gli riservava buchi conoscitivi, egli cercava di spostare il piano dell’opera sulla storia d’amore del protagonista fantastico con la figlia del capitano; rimasta strumentalmente orfana.

Penso che l’intento sia stato quello di creare due linee perfettamente parallele, sulle quali far viaggiare la storia fantastica nel momento in cui la storia reale creava, nei suoi appunti, vuoti conoscitivi. Avvalorerebbero quest’analisi pezzi di narrato descriventi condizioni storiche universalmente conosciute, intorno alle quali l’autore a volte esprime opinioni tramite l’io narrante.

La conoscenza dell’ “arte” del duello d’onore e della pratica delle impiccagioni, testimoniano la fluidezza cui può tendere uno scrittore per tramite di compiuta conoscenza. Ma qui, lo scrittore si accinge a barare, a volte dichiarandosi precettore di una nuova generazione e spostando nuovamente il piano storico, rendendolo precettivo, e – credo – impoverendolo volontariamente.

Allora, è certo che egli non possedesse la necessaria documentazione?
Credo (com’è probabile) che su alcuni argomenti potesse attingere ad una sovrabbondante quantità di dati, su altri abbia sfruttato al meglio i pochi conosciuti e su altri ancora abbia ipotizzato, ma non troppo.

Dopo un assedio, è classica, nella storia, una razzia di beni ai danni dei legittimi possessori, e quindi, senza spiegare nel particolare i movimenti d’una qualsiasi truppa armata, si può benissimo attardarsi sul momento post-appropriativo, così dandogli un primo piano vivido, realistico e capace d’inglobare in sé ciò che non si è potuto dire.

Se si descrive, come egli fa magistralmente, la situazione d’un luogo dopo un’incursione armata, è facile creare un tacito rimando all’azione prodromica. Si crea così una magia. Peccato che essa sia imperfetta e, come ogni operazione illusionista, soffra d’esser svelata.

Allo stato dell’arte, che chi scrive commento oggi reputa imperfetto, l’operazione è, con un po’ d’attenzione, facilmente intuibile, e lo diventa ancor più considerando uno “stralcio” che chiamerò epilogo ed il capitolo omesso, gentilmente propostoci, credo, con accordo di traduttore ed editore:
«Terminano qui gli appunti di Pëtr Andréevič Grinëv. Dai racconti di famiglia si sa che fu liberato dalla reclusione alla fine del 1774, su ordine personale della sovrana; che fu presente all’uccisione di Pugačëv, che quest’ultimo riconobbe tra la folla e gli fece un cenno con la testa che un attimo dopo, morta e insanguinata, fu mostrata al popolo. Poco dopo Pëtr Andréevič si sposò con Màr’ja Ivànovna. A trenta verste da *** si trovava un villaggio che appartiene a dieci proprietari terrieri. […] Il manoscritto di Pëtr Andréevič Grinëv ci è stato consegnato da uno dei suoi nipoti, che aveva saputo che eravamo intenti in un’opera riguardante i tempi descritti da suo nonno. Abbiamo deciso, con il permesso dei parenti, di pubblicarlo separatamente, cercando per ogni capitolo un’epigrafe adatta e permettendoci di cambiare alcuni nomi propri. 19 ottobre 1836. L’editore».

Non rinnegando quanto posto in evidenza sinora, s’avanza un’ulteriore ipotesi, più ardita e “diabolica”. Forse per Puškin La figlia del capitano, attraverso il doppio binario cui ho sopra accennato, doveva venire a costituire un complesso organico, composto da una vita “privata” del tutto inventata e la storia settecentesca russa all’insegna degli usi/costumi e politica durante la rivoluzione cosacca capeggiata da tale Pugačëv. Descritto, questo personaggio, attraverso l’ottica patrizia d’un giovane nobile immaginario, tale Pëtr Andréevič Grinëv, alter ego parziale dell’autore; o meglio, avo dello stesso.

È forse anche per questo che, più che di storia, dovremmo parlare di cronaca, considerato altresì che il “caso Pugačëv” precede di una settantina d’anni l’epoca vissuta da Puškin. Molte costruzioni sociali sono ancora vive, ciò che all’autore occorre è ricercare l’infinitesimo del dato di fatto.

La lettura avrebbe dovuto presentarsi al fruitore come del tutto veritiera e, in tale ottica, il finale-epilogo riportato dargli la parziale misura della sottesa mistificazione strumentale.

Difficile dire come sarebbe stato il romanzo se l’autore non fosse morto e il complesso meccanismo da lui pensato fosse stato ritoccato e riproposto negli anni.

Rimane comunque, questa, un’ottima scuola di stile e possiamo, leggendo l’omesso capitolo proposto dallo zelante, reale, editore e dal sincero traduttore, anche, per l’intiero munifico di note, italiani, immaginare quali e quanti ritocchi abbia subito il libro nel caso di quattro anni di cura puskiniana.

L’omesso capitolo è privo di tutte le suggestioni offerte dal romanzo; peccato che, malgrado una struttura compatta ed una processione esatta d’eventi, il libro, nel complesso, faccia sentire il suo essere mancato momento d’un’era.
È il problema dei veramente grandi, essere anche infinitamente esigenti e lasciare in eredità meravigliosi capolavori incompiuti, non privi, pur se tali, d’armonia, corpus, “prologo” ed “epilogo”.

Le idee semplici spesso in letteratura richiedono strutture complesse. Ad una maggiore complessità s’avviava l’autore, e quello che per lui era insufficiente, è per noi capolavoro.

Per quanto qui non detto (moltissimo), si rimanda all’introduzione al testo, divisa in paragrafi d’ottima fattura, collocanti la vita e l’opera nel contesto storico-letterario, intensamente e dubbiosamente vissuto dall’autore. Personaggio egli stesso romanzabile.
«Si tratta di uno dei primi esempi di biografia di un intellettuale moderno simultaneamente alle prese con tre potenti forze che lo divaricano: la poesia, il potere e la quotidianità» (pag. III – de facto prima – dell’introduzione).




Il testo commentato è l’edizione speciale per “Famiglia Cristiana”, pubblicata su licenza della Arnoldo Mondadori s.p.a. come supplemento al numero 30 dell’agosto 1999.
Titolo originale: Kapitànskaja Dóčka.
Traduzione di Bruno Osimo; introduzione di Giovanna Spendel.

Aleksàndr Sergéevič Puškin nasce il 26 maggio 1799 e muore il 29 gennaio 1837 a causa dei postumi di una ferita riportata in duello col giovane barone D’Andrès, tenutosi il 27 gennaio alle ore 17, 00, nei pressi della Černaja Rečka.motivo del duello fu un’ “Elena”, moglie del poeta.

Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).
Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com)
Articolista delle riviste giuridiche Diritto.it diretta da Francesco Brugaletta, referendario TAR, e Filodiritto di Antonio Zama, e portali letterari, anche di rilevanza internazionale.
Si è formata alla Scuola per Amministratori – S.P.A. 2012. Nello stesso anno pubblica, su commissione del Movimento Cristiano Lavoratori, il saggio Attività amministrativa della Pubblica Amministrazione e attività amministrativa dei privati: atto e negozio, bene pubblico e demanio. Taccuino di principi per avvocati e pubblici amministratori, Simple edizioni, Macerata.
È autrice di una rubrica di deontologia forense, all’interno del programma di attualità e promozione del territorio “Oblò” trasmesso su TBM secondo il palinsesto previsto dall’emittente.
Grazie al suo impegno, il premio letterario Storie a Mezzogiorno è, nel 2009, diventato collettanea, tutta con uno sguardo a SUD. Orgogliosamente giurata di “Parlami d’amore”, edizione 2012, del caffè letterario “La luna e il drago”, ad ideazione e cura della scrittrice Anna Montella.
Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma. Per il quale le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel dizionario Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.
Dopo un’intensa attività di volontariato all’interno dell’Associazione Italiana Celiachia, costituisce il Comitato Autonomo Gluten Sensitivity Puglia, per dare voce, attraverso la convegnistica, ad una nuova cittadinanza attiva per il mercato del senza glutine e la libertà e salute alimentare.


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30.07.2017