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Praticamente non si sa che cosa provochi l’Aids

"Aids. Il virus inventato" di Peter Düsberg

Giancarlo Calciolari

Ma dove si è mai visto un alcoolista che per guarire dal virus dell’alcoolismo beve superalcoolici almeno per dimenticarlo? Dappertutto. Per l’appunto. Anche nella cura dell’Aids.

(1.10.2001)

È provato: si muore! Le genealogie sono di morte. La morte si trasmette! Bisogna assolutamente fare qualcosa contro la morte. Non si può morire così. Bisogna contrastare il virus di morte, il bacillo letale, la malattia mortale. La cura consiste nell’assumere qualcosa, qualsiasi cosa, ma qualcosa. La cosa. Dal consiglio, al luogo comune, dalla sfortuna alla droga, dal farmaco alla carriera.

Basta che si assuma qualcosa, così non ci sarà nessuna assunzione in cielo e si resta a terra atterriti, spaventati, orrificati. Con la morte negli occhi, che oggi è una sigla: aids. E l’immensa battaglia condotta contro la malattia di morte, come va? Ecco quello scrive uno scienziato non conformista, Peter Düsberg, nel suo libro: Aids. Il virus inventato, (Baldini & Castoldi, Milano, 1998, lire 34.000, pp. 528): «Comunque la si consideri, la guerra contro l’Aids è stata un colossale fallimento». Praticamente non si sa che cosa provochi l’Aids. La ricerca del fondo e dei fondi elude persino la coerenza della fantasia di morte che impazza nella provincia planetaria. Secondo Düsberg, non esiste nessun virus dell’Aids. L’Aids è il rimedio-veleno alla sessualità. "Anni di pratiche contrarie alla salute sono necessari perché si sviluppino queste patologie letali".

E un veleno come l’Azt non fa che abbreviare l’assenza d’istanza di qualità. La presunzione di non innocenza dell’Hiv comporta la presunzione di colpevolezza, che diventa subito professione di colpevolezza, il giustizialismo, anche come autogiustizialismo.

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Hiko Yoshitaka, "La cosa sessuale", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

La sieropositività all’Hiv è un avviso di garanzia della morte annunciata dai professionisti in cerca di vittime. Insomma, il sospetto che potrebbe essere l’Hiv la causa dell’Aids ha penalizzato la ricerca medica sugli altri fattori della malattia, se è una. La presunzione di non innocenza dell’Hiv è già il sospetto di colpa di ognuno in quanto mortale, anonimo; e corrisponde a togliere la funzione di uccisione del nome attribuendo il crimine all’altro.

L’Altro non innocente è l’altro senza i teoremi del tempo, gravido di peccato, di male e di incesto. Una malattia che è un collage di trenta malattie ("incurabili") non poteva avere come cura che un cocktail. Si tratta di constatazioni e non di annotazioni morali, né di profezie: droghe e farmaci trasformano la facilità in complicazione che a lungo tempo diviene mortale. La formula paradossale: come guarire dalla morte continuando a morire.

Come guarire dall’Aids continuando a drogarsi, come sconfiggere l’alcoolismo continuando a bere, come non spiaccicarsi in automobile conducendo come pazzi? Non c’è che da smettere di drogarsi, di bere e di correre. Ma smettere non costa nulla! Non c’è bisogno di prendere nessuna medicina per smettere. Chi smette per davvero, smette. Semplicemente, smette.

Come hai fatto a non bere più vino? Ho smesso di bere vino! Düsberg: come sempre succede quando si ha fretta di «salvare delle vite», non c’era tempo per la teoria. Per esempio, si è scartato una delle prime ipotesi d’analisi dell’Aids, quella relativa allo stile di vita. È stata lasciata cadere per vari motivi: primo perché non è remunerativa, come ciascuno sa la scoperta dell’acqua fresca non fa vendere neanche un frigorifero. Sicuramente la macchina da difesa preventiva può funzionare con campagne d’informazione contro i rischi dell’alcool, del fumo, delle droghe. Ma la macchina d’attacco farmaceutica non avrebbe sparato una cartuccia. Poi è stata lasciata cadere per non creare capri espiatori: omosessuali e drogati già sono figure delle vittime designate al posto del principe nell’epoca New Age, se in più si va dire che sono soggetti responsabili dei loro mali, ma che bella rivolta degli schiavi che si organizza per una società di schiavi, poiché com’è noto i padroni della terra sono tutti schiavi del sesso e della droga. A questo c’era arrivato Hegel: lo schiavo è schiavo del padrone e il padrone è schiavo della morte, ossia la morte è il padrone assoluto.

Bene, si tratta di trarne le conseguenze: se la morte è padrona, siamo tutti schiavi, tutti perduti, smarriti, spacciati, senza direzione. Moriremo tutti! E come rendere più lieve questa agonia dalla culla alla tomba? Con la mimesi. Facciamo come se fossimo vivi! Prendiamo la pillola per l’amore e la pillola per la guerra (le amfetamine sono state impiegate nei due sensi, anche da Adolf Hitler), la pillola per svegliarsi e la pillola per dormire. Una pillola per ogni situazione.

E siccome il principio della pillola è quello della sostituzione, qualsiasi cosa può funzionare come pillola, e non solo le medicine sacramentali (farmaci) o profane (droghe). Le donne come pillole, i bambini come pillole, i posti di lavoro come pillole: tra ricatto e riscatto, tra confessione e professione. Ma l’elisir di lunga vita è troppo poco per una società che non cerca nemmeno più d’assaltare il cielo perché l’ha già acchiappato (Lenin) e ha reso la terra celestiale: occorre la pillola contro la morte!

Di che cosa si muore, ancora? Ecco, tutto ciò di cui si muore: per stupidità, per imbecillità, per deficienza! E questo prende il nome di Aids, sindrome d’immunodeficienza acquisita. Si tratta d’inventare la pillola per l’efficienza, per l’intelligenza, per ridare una colonna vertebrale a questi invertebrati (imbecille significa: senza bastone). La pillola che ridia lo scettro (che è sempre un bastone) dell’immunità. L’immunità. Ah, l’immunità. Parola appartenente all’altra vita, che è solo un sogno per i deficienti. Munis, carico, peso. Immune: senza carico, senza peso.

Ora le sostanze mimetiche, che simulano l’altra vita per coloro che vivono sempre nello stesso cerchio magico e ipnotico, nella vita solita, piatta, quotidiana, normale e ordinaria, sono un peso intollerabile per l’efficienza e l’efficacia, per giungere alla qualità senza mimesi, senza sostituzione della qualità con una quantità qualsiasi di alcool, fumo, droga, soldi, donne, uomini. La sostanza, quello che sta sotto la parola - che era in Principio - è l’altra faccia della morte. Allora prendere la sostanza per accelerare la vita o per ritardare la morte è sempre un modo per morire prima.

Non c’è bisogno d’essere un teologo cattolico (e questo testo è scritto da una posizione apparentemente fragilissima, quella di poeta) per accorgersi che prendere delle sostanze per favorire il "rapporto anale" (quanta spaventosa assenza di poesia in questa accoppiata di parole) o per "rendere sopportabile la vita" (mentre sono le droghe a essere insopportabili per la vita) è una fregatura.

L’anticonformismo drogologico è il contraltare del conformismo farmacologico.

E vanno a spasso assieme. Un farmacista può essere un tossicomane. Mentre c’è bisogno di quindici anni di lavoro dello scienziato Peter Düsberg per smantellare il postulato medico-farmaco-mediologico dell’Hiv come causa virale dell’Aids, e accorgersi che i farmaci per combatte l’Hiv provocano l’Aids in modo più rapido della perdita immunitaria che arriva con l’assunzione di droghe (circa dieci anni contro i venti anni del fumo e dell’alcool, ossia del cancro al polmone e della cirrosi epatica). E il libro precisa anche la presunta connessione tra Hiv e emofilia.

Sono venticinque anni che Verdiglione analizza, tra l’altro, la iatrotanasia, la cura attraverso la morte, come un corollario dei postulati del discorso della morte, lo stesso per cui: in un pianeta dove vivere è reato, sopravvivere è un obbligo.

Una persona che fa uso di droghe per anni e anni deve guarire prendendo farmaci anche senza sospendere il suo uso e abuso di droghe. E poi si scopre che la pillola contro la morte, come l’Azt, la anticipa.

Ma dove si è mai visto un alcoolista che per guarire dal virus dell’alcoolismo beve superalcoolici almeno per dimenticarlo? Dappertutto. Per l’appunto.

La questione più importante è - non solo rispetto alla deficienza immunitaria: che cosa succede se non si ha più paura? S’instaura il progetto e il programma di vita.

"L’Altra Reggio", n. 88, 1998.
Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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19.05.2017