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L’arte di Gabriele Levy

Giancarlo Calciolari

L’alef di Gabriele Levy è simbolo, lettera e cifra della vita. E pensare che il laboratorio è sito al bordo di un giardino, in una collina torinese che è un lembo d’arte tra il cielo e la terra. Cielo e terra della parola. Cielo e terra dell’arte.

(15.12.2012)

Per Leonardo la pittura è la più alta forma di scrittura. La cosa riguarda l’arte, in tutti i suoi aspetti. Non c’è arte che non riguardi la narrazione, la scrittura.
L’arte senza scrittura è l’arte spettacolare, in cui le immagini non sono originarie ma dapprima costituite, poi istituite e infine destituite: dal produttore al consumatore, alla discarica. Le immagini fuori dal ciclo nascita-morte sono quelle che restano. Questione di scrittura dell’esperienza.


Immagini che restano, questa è stata la sensazione guardando, ossia leggendo, le opere di Gabriele Levy. Si tratta dell’infinito in atto, apparentemente racchiuso in ventidue lettere, che sono quelle dell’alfabeto ebraico. Le lettere della creazione.

Avevo visto su internet un video in cui Gabriele Levy forma le sue lettere in argilla: il paziente lavoro di modellare la materia, di ricavarne una lettera. Molto interessante quel frangente in cui la lettera non è ancora la lettera e non è più la materia informe. Il momento in cui la lettera non significa ancora, e forse non significherà mai. Ciascuna volta è un lancio di dadi con il suo caso.


Apparentemente c’è la via della tradizione, in questo caso la via stessa della tradizione ebraica, e nel contempo la tradizione stessa è la copertura della vera vita della lettera. Noi non abbiamo l’ipotesi della cabbalà, eppure la psicanalisi è presa in una procedura che per un aspetto è simile: dal contenuto manifesto, che è un ricordo di copertura, si va per analisi in direzione del contenuto inconscio, ossia originario. La secondarietà dell’apparenza trova la sua vera ragione nella primarietà dell’inconscio. E ciascuna lettera è anche matema, insegnamento, che poi è la traduzione del termine stesso Torah.

In occasione dell’ultimo viaggio a Torino, tra pane, cioccolato e psicanalisi, ho avuto l’occasione d’incontrare Gabriele Levy e di visitare il suo laboratorio. L’occasione più bella è quella di conversare con l’artista, nel mentre fa vedere le sue opere, che sono anche in gesso, in pietra, in bronzo, utilizzando colori, patine e rivestimenti differenti. Scoprire l’altra opera che sta nell’altra facciata della formella e anche altri significati delle parole.

La giornata autunnale è soleggiata e i raggi del sole arrivano nel laboratorio filtrati dai mattoni arcuati e riflessi da un grande specchio. Il laboratorio è già una narrazione, è già una scrittura. C’è più di un alfabeto ebraico di taglie differenti, appeso a una parete o sopra un ripiano. Riconosco alcune lettere e altre non le ho ancora imparate.

C’è qualcosa da sapere e mi sfugge. Ma è come se fossi all’appuntamento decisivo per la mia vita di intellettuale. Come se il laboratorio e le opere fossero il canovaccio che mi spetta da leggere. E per leggerlo non posso che passare per la parola dell’artista. Non posso accedervi come leggere un libro, che peraltro è cosa comunque difficile. Occorre parlare con Gabriele Levy della sua storia, della sua formazione, del suo lavoro, e non esente dal dover dire qualcosa del mio itinerario.

Christiane, mia moglie, scatta una serie di foto, e poi guardandole troverò giusti l’inquadratura, la luce, le lettere, il volto di Gabriele Levy.

Avverto l’incontro, l’evento, la singolarità dell’occasione. Ci scambiamo dettagli tecnici sui colori, sui materiali, e le questioni intellettuali arrivano sino al Nome innominabile.

Il viaggio nelle lettere dell’alfabeto ebraico affianca per me la lettura dell’opera di Freud, che è illeggibile senza porsi la questione ebraica. È come se lettere ebraiche fossero sparse nel palinsesto della mia vita, a formare un rebus di cui non mi è mai stato dato il modo di lettura. E non posso accontentarmi di leggere il palinsesto, non solo nel modo in cui è consegnato canonicamente, appunto con la negazione dell’apporto ebraico, anche nella seconda nascita del cristianesimo con il Decretum Graziani, ma neanche nel modo nuovo della prima breccia che ha cominciato a smuovere le fondamenta, con Freud, Lacan, Verdiglione.


Non posso e non ci si può accontentare perché per ciascuno c’è qualcosa di essenziale da leggere nella vita. Ecco, è lungo questa via dell’alfabeto ebraico che Gabriele Levy esplora la traccia autentica della vita. Anche la sua formazione d’ingegnere s’intende solo in combinazione con la sua arte. Non l’inverso. Non è l’ingegneria che gli dà il sostentamento per proseguire nel suo itinerario artistico: è dalla sua arte che trae gli elementi della riuscita anche nel suo lavoro d’ingegnere.


Nella nostra società sopravvive lo statuto romantico dell’artista che dovrebbe vivere esclusivamente della sua arte. La questione non è se il rabbino, il prete o l’imam debbano essere pagati dalla comunità, ma che a ciascuno spetta di leggere le scritture, sacre o profane che siano. Questo è anche il senso dell’interrogazione del neurofisiologo e lettore delle scritture ebraiche Yeshayahou Leibowitz.


Ciascun elemento entra nel viaggio e è degno di elaborazione culturale e artistica. Così il dono che ci fa Gabriele Levy di una lettera “alef” entra nel palinsesto della nostra vita. Entra come rebus. Ce la offre non ancora dipinta. Altro enigma. È indipingibile! Solo una pellicola di bronzo riesco a porvi. L’alef era anche sulla copertina della rivista Spirali, negli anni ottanta. È in alcuni miei cifratipi su carta, dove esploro i margini incerti di una lettera quando non è ancora lettera e quando non lo è più. L’alef adesso è una formella dorata di Gabriele Levy che sta a fianco del mio tavolo di lavoro. E mi interroga, continua a interrogarmi. Ma non ho fretta di risolvere gli enigmi, anzi non faccio altro che scrivere rebus, perché chi li scrive non è nella stessa posizione di chi li legge.


Per me l’alef di Gabriele Levy è simbolo, lettera e cifra della vita. E pensare che il laboratorio è sito al bordo di un giardino, in una collina torinese che adesso è un lembo d’arte tra il cielo e la terra. Cielo e terra della parola. Cielo e terra dell’arte.





13.12.2012


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