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Spunti tratti dal {Libro di J} di Harold Bloom e David Rosenberg

Il libro di J, la torre, la terra, la lettera

Alessandro Taglioni
(9.12.2012)

Avvicinandoci all’ampia casa di Harold Bloom, non capiterà di fermarsi sulla soglia: si è spinti a entrare e ci si accorge che i muri, le stanze, i corridoi, abbracciano 3000 anni. Certo, la famiglia di cui egli ci narra è complessa. Per me, neofita rispetto ai racconti biblici, resta ancora indecifrabile. La lettura del Libro di J è anche l’occasione per ringraziare, con un po’ di ritardo rispetto alla data di edizione, un traduttore straordinario: Francesco Saba Sardi, da poco scomparso.


Non è una lettura di primo acchito né una lettura tutta d’un fiato. Il libro è una narrazione “affamata” del tempo eterno e del tempo dell’ospite, che è infinito e che richiede tante e infinite letture.


Qual è l’approccio di Bloom, per leggere J? Si attiene alla lettera e ne fa risaltare tutto lo splendore: niente storiografia, niente normatività rabbinica.


Lettera. E letteratura, tanta, anche insistendo sui filoni per lui ricorrenti. La lezione di Bloom attraverso il libro di J diviene un ulteriore testo. La letteralità dalla complessità, dal difficile al semplice. In questo viaggio che procede dall’ironia, che, anzi, afferma l’ironia, e reintroduce ciò che nelle versioni successive del libro di J è andato perduto.


Altra lezione: il nome non si apprende e non si consegna. E allora ecco una sciarada di anagrammi e di rebus, quasi evocando Leonardo e Freud, emergenti dall’erranza del sillabario biblico. Nomi inattribuibili. Erranza dei nomi. Nomi che non significano. Esilio e stanzialità, due colonne del dualismo ebraico-cristiano. Siamo indotti a cercare un nome aprendo lo scrigno o la custodia di un altro nome.


La lettera “intraducibile” rilascia il rebus, sovrasta le grazie dei suoi calligrammi, i glifi di uno fra mille caratteri di stampa servono all’autore per formare caratteristiche e impersonaggi. La lettera consegna un approccio non più mosaicistico, non bizantino, non più religioso, non più frammentario. Un altro tempo, non più atteso, senza cronistoria. Il compimento nel testo di Bloom è il legame con il testo, non religioso, che consegni la lettera e non il nome. Il terreno dell’autore è la “terra ampia” del racconto biblico, l’incontinente ebraico-cristiano che giunge fino alla terra anglosassone di Shakespeare. Le sue estensioni garantiscono esilio e stanzialità, affinché non vengano occupate dalla normatività, cioè non divengano luoghi comuni.


L’autore insegue il fantasma di J per stabilire se sia autrice o autore? Bloom lettore inventa un altro testo: incastonatura, un altro testo che non procede da Bisanzio, che è astoriografico, tanto che Mosè l’egizio e Giuseppe l’egizio suggeriscono anche uno Shakespeare mediterraneo e semita. J è una sigla, un sigillo, un monogramma. Non è genealogia materna. Eppure questi nomi portano il vento zefiro che viene da oriente e che ci porterà la parola occidente. Forse, dopo avere letto B, ciascuno diviene babilonese.

Testo integrale con le immagini


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Alessandro Taglioni, Il libro di J, la torre, la terra, la lettera

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