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Misoginia e femminicidio

Antonella Iurilli Duhamel
(8.12.2012)

In Italia quest’anno, al ritmo di un giorno sì e un giorno no, una donna viene barbaramente uccisa. E’ un grave reato nei confronti della intera umanità che le donne debbano ancora appellarsi al Femminismo per avere riconosciuti i propri diritti fondamentali. Se la società fosse stata improntata su valori umani ed equilibrati probabilmente il Femminismo non sarebbe mai nato, ma nonostante il Femminismo le donne continuano a ricevere violenza in modi molto diversi e l’omicidio è solo una bella ciliegina sulla torta.

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Opera di Antonella Iurilli Duhamel

La violenza spesso consumata all’interno del proprio entourage famigliare, è un addestramento sottile alle quale le donne sono soggette sin da bambine; il graduale procedimento di oggettizzazione, parte dalla culla, e la donna impara prestissimo che il suo senso di valore e di dignità dipenderanno dalle sue capacità di compiacenza, dalla sua abilità di fingere o di essere un ninnolo innocuo, una res propria utile anche il più tragico. Il femminicidio in Italia è oramai una emergenza, la parola intende la distruzione fisica, psicologica, economica, e istituzionale della donna. Questa piaga silenziosa e nascosta si avvale della complicità di chi spesso sta solo a guardare e persino delle madri che molto raramente prendono una posizione attiva ed aggressiva per la tutela dei propri figli in generale, ma delle figlie in particolare.

In Italia le donna morte per amore sono in aumento, la misoginia è in crescita e la storia è antica. Inizia con una donna che vide un bel frutto sull’albero, delizioso da vedere e sicuramente da assaporare; fece lo sbaglio di coglierlo e di condividerlo con un uomo; da quel giorno tutti i mali del mondo le verranno attribuiti. Tuttavia la famosa mela sicuramente non fu una mela, non c’erano mele nel Giardino dell’Eden, d’altronde anche la Genesi parla di frutto proibito, probabilmente fu colpa di un fico o forse di una fica.

Nelle incisioni medievali, nelle vetrate delle prime chiese e in generale in tutta l’arte classica cristiana, la mela simbolizza il primo peccato di Eva che a sua volta rappresenta la prima peccatrice creata da una divinità maschile dalla costola di un uomo.

Questo mito cristiano è la premessa della dignitosissima esistenza delle donne nel mondo occidentale, e si basa sull’odio per la donna, ma la situazione non è più incoraggiante anche nel mondo ebraico dove la donna accompagnata dal serpente è associata al male. Il serpente è stato equiparato al demonio, mentre nelle religioni pre-patriarcali era associato alla saggezza e alla fertilità. Simbolo della sessualità, della rinascita lo troviamo facilmente rappresentato nelle forme artistiche del bacino mediterraneo dove divinità femminili piene nei fianchi e nei seni sanno contenere e nutrire la vita.


Si tratta figure femminili creative e potenti e accompagnate da un animale, spesso il serpente a sottolineare la forza della Natura dentro e fuori di lei. Gli autori della Genesi trasformarono questi potenti e fertili divinità femminili in ignobili peccatrici che avrebbero dovuto vergognarsi per sempre sotto un burka reale o psicologico, condannate al silenzio e alla subordinazione. Il mito fu usato dai padri della Chiesa per esprimere la loro misoginia, e occultare il colpo di mano che ha tolto alla donna il potere della creazione e lo ha messo totalmente nelle mani dell’uomo. Sant’Agostino diceva che non c’era differenza se lei era una madre, una moglie o una figlia; in ogni caso rimaneva una tentatrice e giù botte.

La storia dell’Occidente è la storia dell’odio maschile nei confronti della donna e delle sue conseguenze spesso catastrofiche. L’infame Malleus Maleficarum, il documento prodotto da due domenicani incaricati da papa Innocente VII di indagare sulla stregoneria afferma che la stregoneria è la conseguenza del piacere della carne, che nelle donne si sa, è insaziabile. E’ la testimonianza di quanto Eva divenne il target di tutta la spazzatura umana, e di come una dea si trasformò in strega corruttrice di anime pie e di bimbi innocenti.

Le donne sono responsabili di rendere gli uomini pazzi di desiderio, della loro perdita di controllo e del fiume di odio che scorre in abbondanza; ma perché tanto odio? L’odio è sinonimo di fragilità, è tale purtroppo, è sempre più frequentemente la condizione dell’identità maschile. L’intero processo della loro identificazione è divenuto sempre più distorto perché essenzialmente si basa sul distanza dalle qualità femminili, e dalla loro soppressione all’interno della personalità.

Grazie a questa distanza accompagnata da disprezzo e da superiorità verso la donna, l’uomo riesce a mettere su la fragile impalcatura della sua personalità costantemente a rischio di collasso. Questa distanza dal sesso debole ed inferiore rende ogni relazione un campo di battaglia dove il sentirsi umiliati e il voler umiliare fino alle estreme conseguenze è un motivo assai ricorrente.

Le donne conoscono questa vulnerabilità, spesso se ne fanno carico e per questo giustificano i loro aggressori e persecutori. Paradossalmente li nutrono e li proteggono come bambini, hanno imparato a ipercompensare il loro senso di inadeguatezza e la loro fragilità giungendo ad annientare se stesse anche con le proprie mani.

Non ci si rende ancora conto di quanto la misoginia sia endemica, è troppo doloroso confrontarla, ma solo quando uomini e donne cominceranno guardarla in faccia il suo potere distruttivo potrà cominciare ad essere disattivato.


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19.05.2017