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La buona terra, di Pearl Comfort Sydenstricker Buck

Monica Cito
(22.10.2012)

LA CINA DI CONFUCIO

Spesso capita (o meglio, da lunga data) di sentire invocate in occidente, quali culture superiori e maestre di vita, le tradizioni orientali. Pochi, però, conoscono questi mondi lontani ed ancora distanti, fatti di storia e cultura, a noi se non completamente estranei, almeno difficilmente comprensibili.

Sono culture filosofiche complesse e primitivissime insieme, cui gli studiosi dedicano intere vite d’approccio e meditazione. Riuscire a comprenderle da occidentali è complesso.

La Buck, persona di due mondi (America-Cina), riesce nell’intento, consegnandoci, quale testimone, un oggetto letterario complesso, adatto al dotto e all’umile occidentale da un lato, e al solo dotto orientale dall’altro.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2012

Noi occidentali possiamo imparare, come sempre avviene, attraversando culture diverse.

Imparare non vuol dire giustificarle alla luce della storia, ma comprenderle alla luce del possibile, pur se lento, cambiamento.

Ci sono romanzi che, come questo, non possono essere intesi senza conoscere la cultura che li ha prodotti, la storia sociale che li regge, la rivoluzione che ce li consegna.

La grande dottrina e il giusto mezzo, il taoismo convivente col buddismo, il senso correlativo degli eventi, l’idea del potere, il concetto di reciprocità dell’obbligo, l’amore parentale e tante filosofie e “sottofiloni” d’esse, non possono essere studiate dopo aver letto La buona terra. Sarebbe – per fare un esempio di facile intuizione – come far leggere prima Il nome della rosa di Eco ad un cinese e poi un nostro libro di storia.

Regnerebbe la parzialità culturale, e l’opinione sedimentatasi con le prassi rischierebbe seri fraintendimenti.

Con questo non voglio dire che una cattiva società, con la sua cattiva cultura, non vada criticata; voglio soltanto porre la necessità d’una critica il più possibile qualificata.

Confucio va quindi letto, nel caso, prima, perché quasi tutti i personaggi pre-rivoluzionari descritti nel libro, sono figli d’una Cina confuciana in senso geo-cratico.

La nuova generazione (i nipoti e i figli del proto-protagonista Wang Lung) vivrà una Cona diversa. Non si sa se migliore, senz’altro effettivamente diversa.

In quest’ottica riduttiva, pare alla scrivente che l’asserzione (dell’introduttore) parrebbe voler accomunare il naturalismo nostrano ad una condizione che, più che naturalista (-stica) è politico-economica-statuale, e soprattutto diversa dalle politiche economiche statuali occidentali. La prima rivoluzione industriale cinese è di là da venire, eppure così la si legittima prima del tempo.

È un’operazione dal carattere grossolano, tipica di chi, non sapendo cosa dire, si attacca a categorie accademiche studiate per altrettante categorie sociali, a loro volta apparentemente sincroniche con ruralità distanti.

Il romanzo non si chiama La terra. Il romanzo è intitolato La buona terra. Buona è, in senso letterale, confine-discrimine.

I treni ci sono sì. Anche nella Cina-confine-discrimine prerivoluzionaria, ma non sono esternalità industriali. L’azienda, come da noi intesa, dov’è? Non ve n’è traccia alcuna.

La ferrovia non è un’esternalità industriale, dato e assodato che il vero contadino (fatto di terra come la sua casa e i suoi dei) può pulirsi, può diventare un signore-padrone, non un signore-autore di se stesso. Il concetto borghese dell’homo faber non è lì nemmeno accennato, figuriamoci se possa essere accennato il concetto futuro (adesso, ventunesimo secolo, apertosi nella popolazione cinese) dell’homo œconomicus!

Chi volesse ciò asserire, sarebbe disposto anche ad ammettere l’operanda mistificazione, tesa ad una precisa falsificazione totale di natura storico-geografica?

È una geografia, quella che conosce disperati e signori, non corporazioni, arti liberali ed operai.

Il letterato è tale perché studia soprattutto i Quattro Libri, emblema di quella che chiameremo, per intenderci, grande dottrina.

Confucio non è direttamente nominato, ma è presente. La gente muove i suoi passi sulle orme dei maestri; magari inconsapevolmente, dato che la cultura, da acquisita, è diventata irreggimentante; talmente capace di sedurre da far credere all’uomo profanazione del proprio libero pensiero. E Chi liberamente pensò fu soltanto Confucio.

Le radici crescono nella buona terra, e la buona terra è retta da un suo buon governatore. Tale è l’entimema. Il mondo descritto è crudele, ma non bisogna pensare di poterlo paragonare alle nostre epoche patriarcali.

In senso giuridico, la prospettiva radicalmente cambia, il concetto di Stato di diritto, e prima ancora diritto delle genti, permetterebbe la condanna etica. Ma in letteratura, ponendosi tale condanna su di un piano prima diagnostico e dopo intelligenziale, renderebbe vacua ogni lettura che si distanziasse dal perfettibile tracciato.

Siamo esseri umani, e qualcosa di comune tra bianchi e gialli per questo c’è. Soprattutto c’è il ricordo di tanti soprusi ai danni dei simili e dell’uomo (maschio) ai danni della donna (femmina), ma non si può comunque comparare questo libro ad altri nostrani.

Possiamo dire di avere storie gemelle eterozigoti sparse per il globo; e in quest’ottica magari paragonare La buona terra a Storia di un patrimonio di Comisso. In entrambi i testi, infatti, si parla dell’accumulo di ricchezza. Ciò che li differenzia è il valore vitale dato al concetto (ed alla forma, anche) di ricchezza.

Possesso e proprietà sono termini sempre più antitetici al variare non solo delle consuetudine giuridiche, ma anche delle latitudini geografiche.

Patrimonio è terra, terra è patrimonio, e ci è venuta l’idea, moderna ed occidentale, di dare un valore verista (in senso letterario), e quindi trapassato (in senso prerivoluzionario) al fattore (in senso regionalistico) economico terra.

Terra e lavoro, fattori primigeni dell’economia rurale, sono stati e sempre saranno, pur pian piano cedendo il campo al cemento.esternalità.metropoli industriale, teorizzati.

E l’economia, scienza per l’uomo ma non per la sua umanità se non grafica, si occuperà di ri-teorizzare all’occorrenza: mercantilismo, industrializzazione, plusvalorismo.

La buona terra (la Cina?) è ancora lontana da Pareto e Keynes, e persino dal suo comunismo popolare. Reca però in nuce un senso comunitario simile al “nostro” (in realtà orientalissimo) “comunismo” platoniano (amico?).

Le idee tradizionali, Confucio compreso (più idea e teoria e legge che persona d’idea e legge), saranno abbandonate nei corsi di studio, e il libro lo dice, ma vale la pena, per meglio comprendere, non lasciarsi sedurre sterilmente da quelle filosofie così fascinose; dato che esse lasciano in noi sempre una, seppur minima, dose d’occulto.

Quando, scherzando, asseriamo: «Confucio dice», non sappiamo quanto uno Stato abbia a propri, castranti ed irreggimentanti fini, obbligato un popolo ad impararne a memoria i versi, o dialoghi, o mezzi.

«Per me nasceranno le umane città/Che un soffio puro ha pulito da brume/I tetti, i passi, i gridi, i cento lumi,/Rumori umani, quanto consuma il tempo»

Da: Simone Weil Poesie, Mondadori editore, 1998; collana “I Mistici”

LETTURE CONSIGLIATE:

 Confucio I dialoghi, la grande dottrina, il giusto mezzo, RCS libri s.p.a. Milano, 1997; collana “I classici dello spirito”;

 Paul Henri Stahl Antropologia sociale della proprietà; sta in “Un’enciclopedia del Mediterraneo”, EDM n. 9, Editoriale Jaca Book s.p.a. Milano; traduzione di Raul Schenardi.




Settembre 2012, Monica Cito

È nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com)

Articolista delle riviste giuridiche Diritto.it diretta da Francesco Brugaletta, referendario TAR, e Filodiritto di Antonio Zama, e portali letterari, anche di rilevanza internazionale.

È autrice di una rubrica di deontologia forense, all’interno del programma di attualità e promozione del territorio “Oblò” trasmesso su TBM secondo il palinsesto previsto dall’emittente.

Grazie al suo impegno, il premio letterario Storie a Mezzogiorno è, nel 2009, diventato collettanea, tutta con uno sguardo a SUD. Orgogliosamente giurata di “Parlami d’amore”, edizione 2012, del caffè letterario “La luna e il drago”, ad ideazione e cura della scrittrice Anna Montella.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma. Per il quale le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel dizionario Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Dopo un’intensa attività di volontariato all’interno dell’Associazione Italiana Celiachia, costituisce il Comitato Autonomo Gluten Sensitivity Puglia, per dare voce, attraverso la convegnistica, ad una nuova cittadinanza attiva per il mercato del senza glutine e la libertà e salute alimentare.


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