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La satira, la scrittura, il diritto dell’Altro: per un’Europa della modernità

Carlo Marchetti
(20.10.2012)

La cifrematica rileva che l’humanitas ha il suo terreno nell’incontro. Solamente nell’incontro, nel suo tessuto straordinario, che trova la sua condizione nell’assoluto, può prodursi il miracolo. La psichiatria spesso manca quest’aspetto, perché, in chi si trova stigmatizzato in una categoria nosologica, vede solamente come negatività l’anomalia, la stranianza, l’assenza di socializzazione, ed esclude la novità e l’invenzione insite in ciascun incontro. Ciò riguarda anche il senso comune e la cosiddetta mentalità di ognuno, quando si avvicina all’altro escludendo l’ascolto e negando la straordinarietà, la ricchezza e il piacere che ciascun incontro può offrire. E vale anche per l’incontro con uno scrittore, con un musicista, con un artista. È impossibile intendere la portata della loro opera senza averne letto i libri, senza averne ascoltato la musica, senza averne osservato dipinti e sculture in modo scevro da pregiudizi culturali, morali, politici, religiosi.


Molte volte in Occidente non è avvenuto così, quando il potere politico, quello religioso o la morale comune hanno esercitato nei confronti di scrittori, intellettuali, artisti censure e repressioni, avvalendosi di strumenti giudiziari, psichiatrici, burocratico-amministrativi e oggi anche mediatici nel timore della novità e della dissidenza.

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Hiko Yoshitaka, "Hommage à Magritte", 2012, cifratipo, acrilico su carta

Questa è innanzi tutto dissidenza della parola, propria di ciascun prodotto intellettuale e di ciascuna opera d’ingegno. In questi anni la casa editrice Spirali ha pubblicato libri importanti dedicati a grandi autori toccati da vicende di vita analoghe, segnate dall’incontro con l’apparato istituzionale medico-psichiatrico. Di questi due sono molto noti, come il musicista Robert Schumann e la scrittrice Virginia Woolf, considerata una delle più importanti in lingua inglese del novecento, e uno ancora non altrettanto noto, almeno in Italia, come il medico psichiatra e scrittore tedesco Oskar Panizza. Robert Schumann e Oskar Panizza hanno attraversato la vera e propria manicomializzazione. Dalla lettura di ciascuno di tali libri si rilevano testimonianze di grande valore e autenticità concernenti tematiche ancora estremamente attuali, che hanno riguardato e riguardano molti altri personaggi di rilievo dell’arte, della cultura, della scienza e della storia, tra cui gli artisti Van Gogh e Antonin Artaud, Holderlin nel campo della grande letteratura, i poeti Dino Campana e Alda Merini, il matematico premio Nobel John Nash e lo stesso filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein, per il quale fu redatta una diagnosi di autismo funzionale. Ma anche tutti quei personaggi, rimasti anonimi, che colpivano i visitatori degl’istituti asilari per la loro sensibilità, la loro intelligenza, la loro arte creativa, di cui parla in modo molto preciso Giorgio Antonucci in Diario dal manicomio.


Si tratta di temi che da secoli interessano la medicina e la sua prassi, ma anche la cultura, il pensiero, la scienza occidentali e la vita di ciascuno di noi. Panizza, con la sua vita, anche nel periodo della sua attività di medico psichiatra, ma soprattutto con la sua scrittura, lo testimonia in modo molto forte. Questo traspare in ciascuno dei suoi libri tradotti in italiano e pubblicati dalla casa editrice Spirali: Psychopathia criminalis, Wagneriana, L’immacolata concezione dei papi e Dal diario di un cane. Ha attraversato la questione medicina e la questione psichiatria non sottraendole, come le altre istituzioni da lui considerate, alla satira. In lui c’è una fortissima dissidenza della parola, che trapela in modo particolare proprio nella satira della sua scrittura, che dice di un disagio assoluto rispetto alle forme culturali e sociali dell’epoca. Forme in gran parte presenti ancora oggi, la cui messa in discussione, soprattutto pubblica, comportava e talvolta comporta ancora il carcere, il manicomio o i loro succedanei attuali, le nuove forme di criminalizzazione, giudiziaria e mediatica, e di manicomializzazione, compresa quella farmacologica.



Forme e temi che sentiamo riguardare anche ciascuno di noi, soprattutto in certi passaggi della nostra vita, che con difficoltà possiamo ricondurre a casi solamente clinici o ridurre a categorie e a temi standard, come quelli di “genio e follia”, molto caro all’epoca romantica, di “genio e pazzia”, proprio a contesti più positivistici, o di “genialità che nasce da un disagio”, come più spesso si usa dire oggi. Ci sono una produzione artistica, una composizione musicale, una scrittura, soprattutto, come nel caso di Oskar Panizza, che dicono di questa irriducibilità. Panizza, con la sua vita, con la sua tranche professionale, con la sua scrittura, lo testimonia in modo particolare. Nel suo caso, precipuamente, ci sono varie attraversate. Di famiglia ugonotta, calvinista, probabilmente discendente da profughi francesi, ma dal cognome italiano, Panizza nasce nel 1853 in un principato tedesco, la Baviera, prevalentemente cattolico in un’epoca in cui le persecuzioni religiose del XVI e del XVII secolo erano un ricordo, anche se si sarebbero risvegliate drammaticamente ottant’anni dopo come persecuzioni antisemite e nel XXI secolo, quello attuale, come esiti dei fondamentalismi. Ma non lo erano le polemiche confessionali seguite alla proclamazione, da parte del papa, di due famosi dogmi, quello dell’Immacolata Concezione di Maria, nel 1854, e quello dell’Infallibilità dei Papi, nel 1870, oggetto della satira del suo libro L’Immacolata Concezione dei Papi.


Considerando ciascuno di questi aspetti Panizza ha attraversato la questione disagio investendo la religione, l’autorità costituita, l’educazione, la famiglia, l’organizzazione sociale, lo stato, anche se a modo suo, fondamentalmente costruttivo e testimoniale, con la scrittura, con la poesia e con la satira. Questo traspare particolarmente nel primo e nell’ultimo dei libri pubblicati dalla casa editrice Spirali, Psychopathia criminalis e Dal diario di un cane. Ha attraversato le questioni medicina e psichiatria, non facili per l’impegno globale e costante e per i risvolti etico deontologici che tali professioni richiedono. L’ha fatto con l’ottenimento abbastanza rapido delle titolarità di studio, fino a quella di psichiatra, ma con l’abbandono altrettanto rapido delle rispettive pratiche, per andare incontro alla sua grande passione, la scrittura. Con una produzione giudicata da molti, oggi, assolutamente originale, comprendente oltre cinque raccolte di poesie e svariati testi narrativi. Ma, anche se taluni hanno accostato la vicenda, anche umana, di Panizza a quella di altri medici psichiatri del suo tempo, o di psicanalisti di anni successivi che hanno incontrato esperienze simili alla sua, la scrittura di Panizza e la sua opera in generale marcano una differenza per molti aspetti irriducibile.


Ultimamente è riemerso l’interesse per due figure della psicanalisi che hanno segnato l’esordio della stessa, Viktor Tausk e Otto Gross, quest’ultimo anche grazie al rilievo dato dal recente film “A dangerous method”. Ciò è avvenuto sia per alcuni contributi teorici e clinici, sia perché hanno attraversato entrambi fasi di disagio estremo che li hanno portati nel primo caso al suicidio, a una messa a rischio costante della vita il secondo. Per Panizza la questione è un’altra. In lui c’è una fortissima dissidenza della parola, che trapela in modo particolare nell’aspetto di satira della sua scrittura, che dice anche di una resistenza e di un disagio assoluti rispetto alle forme, culturali e sociali, che si andavano strutturando nella sua epoca e che in buona parte esistono ancora, anche se sotto altre forme.


Da tale disagio è iniziata da parte di Panizza, con lo strumento della sua scrittura, l’attraversata satirica prima di tutto dell’istituzione religiosa che, pur se fatta nella forma di una scrittura gaia e estremamente vitale, colpì la suscettibilità delle autorità bavaresi, che lo condannarono a un anno di prigione per “oltraggio alla religione”. In seguito, spostata l’attenzione della sua satira e della sua scrittura all’apparato di governo, subì un’altra condanna per “Lesa maestà”.

Con Psychopathia criminalis la sua satira si sposta su obiettivi più politici, per virare poi su uno dei pilastri repressivi della società, il manicomio, appunto, apparentemente affrontato nella versione più edulcorata e “curativa”, quasi socialmente accettabile, fornita dalle autorità sanitarie del tempo, in realtà già delineato come strumento di condizionamento del pensiero e di coartazione del modo di essere e della vita delle persone.


La sua figura e la sua opera hanno anticipato alcune considerazioni essenziali di Freud, che possiamo trovare nei saggi Lo straniante e Il disagio della civiltà. Togliere, come fu tentato ottant’anni dopo dalla Kultur che produsse il nazismo, lo straniante, personificato nell’ebreo, nello zingaro, nell’omosessuale, nel “malato di mente” e in altre cosiddette minoranze, negare la straordinarietà e la ricchezza che intervengono nell’incontro con l’Altro, negarne addirittura il diritto, sono la punta massima di quel disagio cui può giungere la civiltà, disagio che percepiamo, talvolta in modo drammatico, ancora oggi. In questo stanno principalmente l’attualità e la straordinarietà, di messaggio e di scrittura, di Oskar Panizza e dei suoi libri.





20 ottobre 2012


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