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Lettura del libro di Armando Verdiglione, "L’affaire fiscale"

Leggere pagina 18. Ipotesi di qualità 5

Giancarlo Calciolari
(15.09.2012)

Nessuna topologia dell’altrove, dell’economia (ricerca) e della finanza (impresa). L’altrove: la non circolarità del viaggio e della narrazione.
La caverna di Platone: gli umani posseduti dalla chiusura, dall’assenza dell’altrove.

Distinguere tra fantasma, rappresentazione, idea, immagine, pensiero.

“La struttura non è presente” (Armando Verdiglione, L’Affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo, Spirali, 2012, p.18). Non è passata e recuperata come post-esperienza. Il ricordo o il supplemento della struttura passata. La struttura originaria sarebbe smarrita e non resta che la struttura suppletiva. Anche in Jacques Derrida, che compie questo iter rispetto alla scrittura.
La struttura non è futura, non è ideale, non è promessa. La struttura è nell’atto.

“La struttura: tra la funzione e la variante” (18). Struttura funzionale e variazionale. La memoria stessa come esperienza e come struttura. E ciò che resta è il testo e non la traccia mnestica, che sarebbe il tracciato che procede dalla questione chiusa.

“La struttura in cui funziona lo zero, la struttura in cui funziona l’uno, la struttura in cui funziona l’Altro” (18). Com’è strutturata la serie degli zero? E come la serie degli uno. Quando parliamo di una costellazione di termini legati a un etimo, di che struttura parliamo? Possiamo enunciare un “dove” rispetto alla costellazione di termini? “Dove non è un luogo” (18). Mentre in Lacan, l’Altro è il luogo del tesoro dei significanti.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2012, cifratipo, acrilico su carta

“Alibi, altro dove, altrove” (18). “La struttura non ha luogo” (18). Proprio perché non ha luogo, potrebbe questo essere la spia che la struttura non c’è. Anche definirla struttura di linguaggio, o simbolica o di parola, lascia l’idea di un’esistenza di una topica enigmatica, ma infine conoscibile, sino alla topologia di Lacan che definisce come la struttura. La struttura della parola sarebbe per Lacan la topologia stessa. “In cui” qualifica la struttura come un contenitore o un insieme più vasto rispetto alle funzioni: al funzionamento dello zero, al funzionamento dell’uno, al funzionamento dell’Altro (anche altro dallo zero e dall’uno, oltre che altro tempo e tempo altro. L’ipotesi è che la funzione di zero sia la struttura in cui funziona lo zero. Lo zero nel suo funzionamento è già la struttura, non funziona in una struttura: sarebbe la struttura della struttura. La formula di Verdiglione, che mantiene l’ipotesi della struttura, può ancora mantenere uno sbocco verso il nome del nome, lo zero dello zero. Lo zero che funziona in una struttura è un metazero, quello inseguito da Brian Rotman. Lo zero struttura il sentiero sintattico. “La funzione struttura…” è un pleonasmo. La struttura dello zero è la funzione di zero.



Il “dove” non è localizzabile. Il cancro è anche un tentativo impossibile di localizzare il dove del funzionamento dello zero. Il cancro è un impossibile metazero, e in tal senso è animale fantastico anfibologico sino all’incarnazione profana, la profanazione del corpo. L’idea del corpo presunto proprio è posta dinanzi. Ma è posta dinanzi come avvertimento: fin che non è letto l’avvertimento l’incarnazione prosegue. Ciò che sta dinanzi è la stasi e non la stanza della parola. L’iconostasi, sino all’alibi dinanzi: la metastasi. Marc Darmon, topologo psicanalista lacaniano, comincia il suo libro di topologia lacaniana con la questione del dove. Se c’è un dove in Freud, lì comincia la topologia. E il dove è reperito nella famosa formula: Wo es war, soll ich werden. Wo, dove. Il dove e l’altro dove, l’altrove. L’ipotesi topologica è una risposta impossibile alla combinazione tre “dove” e topologia. Il dove algebrico e geometrico, nella circolarità, poiché la topologia, che è una branca della geometria viene poi a sua volta algebrizzata. Lacan non solo geometra, come lo raffigura Alain Cochet, ma anche algebrista, come l’annota Verdiglione, quando parla a proposito dell’itinerario di Lacan di un’algebra dell’immaginario, un’algebra del simbolico e un’algebra del reale. Ci si può chiedere da “dove” venga l’algebra e la geometria di Lacan, e “dove” vadano. La geometria gli viene da Descartes. L’algebra forse gli viene dalla logica di Aristotele, sebbene avvii una prima lettura non aristotelica di Aristotele. Si tratta dell’algebra che permea il discorso scientifico, e che prende in mano con Boole. Gli serve per mantenere l’ontologia, con la presenza assenza del significante. Da notare come Euclide segue a Aristotele. Per quando l’algebra come termine sia inventata nel 900 d.C., quella di Aristotele è algebra: riduzione della vita e non solo degli arti. In tal senso Euclide geometrizza l’algebra di Aristotele. E quella di Platone è la mitica: teoria e tecnica della narrazione al suo cominciamento. Tale è il mito. Lo “ieri” della narrazione.

“Altro:oltre”(18). Struttura funzionale. Funzioni strutturali. Oltre la struttura? L’impresa. Ricerca e impresa. Struttura e oltre la struttura. Il dove [da dove vengono le cose e dove vanno] e l’altro dove senza più geometria. E senza più algebra. “Oltre indica il non luogo” (18). E’ una formulazione letteraria, paradossale, in quanto il luogo è inesistente. Per Verdiglione c’è l’indicazione della non esistenza? E’ indicabile il non luogo? “La condizione della struttura è il simulacro” (18), che non è il simulacro di qualcosa. Sarebbe tale l’idea che uno ha dello specchio, del tu, come l’idea che uno ha dello sguardo, dell’io, come l’idea che uno ha della voce, del lui. L’immagine fatta del tu, dell’io, del lui. In altra direzione va Nomi: non ti farai immagine…

Atopia della strada: il sentiero e il bordo. Strada della memoria. La memoria che si tradisce: il lapsus, il tradimento della memoria, il qui pro quo. Il metodo del nome, il sintomo.



La memoria che si tramanda, la tradizione per via di matema. L’esodo del significante, l’impasse, approda al matema, al sapere come effetto.
La memoria che si traspone: il sinodo dell’Altro, l’abduzione, la catacresi.
Nel primo caso la memoria come insegnamento, come Torah. Nel secondo caso la memoria come formazione, come trasmissione, come Vangelo.


“La sintassi (la struttura in cui lo zero funziona)” (18). Allora, struttura linguistica. Structure langagière. “La frase (struttura in cui l’uno funziona)” (18). Sintassi e frase: il labirinto linguistico e il suo glossario. Si scrive con l’altra lingua, la lingua di Babele. Non oltre la porta del cielo. Oltre è il paradiso e la sua lingua della Pentecoste. La lingua altra e il suo dizionario. Il paradiso si scrive in questa lingua. Il giardino, oltre la porta.

Per Verdiglione la scrittura della ricerca riguarda l’oltre la struttura (la sintassi e la frastica), e la scrittura del paradiso riguarda l’oltre l’impresa (il pragma). Il filo del sogno e la corda della dimenticanza costituiscono il pragma. Il filo e la corda della memoria. Oltre il racconto, la scrittura della ricerca. Oltre l’impresa, la scrittura del paradiso.

La via del malinteso, il sinodo. La via della schisi, non del soggetto diviso. Il soggetto diviso è smarrito, lo si reperisce già nella Guida di Maimonide.
La via dell’equivoco, il metodo. La via dell’impasse, l’esodo. Nessun viaggio interiore né esteriore, se non nella vita parallela, quella della gnosi, nelal circolarità dell’animale anfibologico.

La struttura della via del malinteso è il pragma (18). Struttura pragmatica, pragma strutturale? Non è politica pragmatica? Se il pragma è la struttura della via del malinteso, oltre alla struttura logica non ci troviamo con una logica [struttura] pragmatica. E nuovamente ci sarebbe una verità logica? Più propriamente, secondo le proprietà della parola, la formula è: “la politica della via del malinteso è il pragma”. Il pragma non è una struttura: è un’impresa, una politica, non nel senso corrente. Il paradiso non è ideale, non è una struttura, non è il premio; come per altro il labirinto non è una pena. Il paradiso non è la meta pulsionale. Il miele è oltre il paradiso e il latte è ante il labirinto. Il paese di latte e miele è ideale. La sua realizzazione è amara, come indica il sionismo. Il latte e il miele dell’uno non può essere il latte e il miele dell’altro? L’uno e l’altro procedono dal latte, dall’apertura, immaterna, e ciascuno approda al miele. Non ognuno. Non il gruppo dei fratelli parricidi. Né un gruppo né un altro gruppo. Il gruppo (degli uno) procede dalla questione chiusa, ottenuta togliendo lo zero, per un metamero da adorare o da abbattere, per rimanere nella circolarità del viaggio. Il latte & miele è senza il viaggio.

Nel viaggio le cose procedono dal latte e approdano al miele, oltre il paradiso, oltre l’impresa. Quindi oltre la costituzione e oltre l’istituzione. Oltre la restituzione. La costituzione dell’istituzione o l’istituzione della costituzione sono due facce della stessa tentazione della caverna, del bunker, del collegio, dell’asilo, del mausoleo, del metalibro, da quello di don Chisciotte a quello di Bouvard et Pécuchet. Anche l’idea che il libro di Armando Verdiglione, L’Affaire fiscale, sia un metalibro, ossia un libro scritto per una istigazione dell’inquisizione, e non la lettura dell’inquisizione in corso, procede dalla questione chiusa, da un’idea su di lui, su di Verdiglione. C’è uno scarto tra l’idea su di lui e l’idea del lui: la prima tenta l’impossibile azione e la si nota da un certo ordine rotatorio, o persino dalla parodia alla caricatura del lui; la seconda è l’idea come operatore, la si nota dal miracolo dell’impresa. E oltre il miracolo c’è lo scritto che resta. Se gli imprenditori non scrivono: che impresa è la loro?

“Il viaggio è narrativo” (18). Chi viaggia in lungo e in largo può ancora essere immobile o mobile nella circolarità: è la stessa cosa. La struttura che si scrive è il viaggio, e si scrive per l’instaurazione dell’altrove. Senza l’altrove il dove si spazializza, anche nell’aperto di Heidegger, che non è l’apertura. E la spazialità è dell’essere, circolare. Tale è l’ontologia. Senza la narrazione abbiamo la world literature.

L’alibi della sembianza è l’alienazione come paradiso. La via del dogma, del tipo. E così l’alibi del linguaggio è l’alienazione come paradiso (18). La via del malinteso. C’è l’alibi, l’altrove della materia? L’antimateria non è una sua impossibile rappresentazione? Lo spirito è l’altrove della materia? La consustanzialità è l’alibi tricotomico della Trinità?

“L’alibi anzitutto indica che nessuno ha e non ha, nessuno è e non è” (18). Proprio perché questa frase che conclude la pagina 18 dell’Affaire fiscale ovvero il dispensario del tempo è perfetta, compiuta, qualità intellettuale, capitale assoluto, la sollecitiamo ancora. La leggiamo ancora. La mano dell’alibi indica. La mano intellettuale indica: la direzione che è del cervello intellettuale procede dalla mano intellettuale. Mano infigurabile, irrappresentabile, inontologica, che non si è evoluta dalla mano di scimmia. L’indice intellettuale. L’indice di Peirce è ancora convenzionale, rispetta la credenza e il fissarsi delle idee. Quando l’idea non è fissa, l’alibi indica. L’idea fissa è l’idea che procede dalla chiusura. La fissità è un’antiproprietà dell’antiapertura, la chiusura. Nella lingua tedesca l’aperto è non-chiusura? Geöffnet. Dischiusura? Uscita dal ritiro, dalla chiusura? Non retrait, così è stato anche tradotto in francese filosofico Geöffnet.




Il dove e l’altro dove indicano. Ciascun elemento del viaggio indica. E due sono gli aspetti dell’indice: l’indice assiomatico e l’indice teorematico. L’indice dell’alibi è teorematico, indica il teorema: non c’è più chi ha e chi non ha, non c’è chi è e chi non è. Ecco un’indicazione assiomatica: il non dell’avere è una proprietà del nome, il non dell’essere è una proprietà del significante. L’avere è una proprietà del nome non preso nella funzione. L’essere è una proprietà del significante non preso nella funzione. Proprietà di bordo e non di sentiero. Nessuna habeologia e nessuna ontologia. Ancora la teorematica: non c’è più habeologia, non c’è più ontologia. La critica della habeologia (Marx) appartiene al sistema dicotomico, in tutta la sua rivoluzione circolare e messianica, quindi apocalittica. La critica dell’ontologia è oggi il suo migliore sponsor. Qui risiede la circolarità dell’essere cara a Heidegger.

Certo Freud non ha favorito il lavoro di Heidegger, che in Lacan trova uno psichiatra che ha bisogno di uno psichiatra. E con la nozione di Verdrängung, rimozione in italiano, refoulement in francese [tanto per dire della sua “intraducibilità”] Freud custodisce la questione dell’originario. Non a caso distingue tra rimozione originaria e secondaria. Mentre Lacan crea una rimozione più originaria dell’originaria, la forclusione. Ebbene, Heidegger demolisce nei seminari di Zollikon la nozione di rimozione di Freud. Demolizione, decostruzione, che vale sempre una edificazione dell’essere. E la critica del determinismo freudiano, fonda il determinismo ontologico, sino a scambiare Hitler per una manifestazione dell’essere. E così il fondamento affonda. Tale è l’abisso dell’essere. Il buco nero di Lacan è fatto della stessa sostanza. È un buco concreto, nel senso di sostanziale e mentale.




“Nessuno ha e non ha, nessuno è e non è” (18). Inesistenza anche del dilemma di Erik Fromm: avere o essere. Nessun soggetto? Nessuno è già l’assenza di soggetto? Assenza di quell’uno che sottostà ai tre principi della logica di Aristotele. L’idea che procede dalla questione chiusa è quella sull’avere e sull’essere. Io ho o non ho. Io sono o non sono. Ci sono infinite algebre dell’avere e dell’essere e implicano infinite geometrie, ovvero esecuzioni. Ordini rotatori (forgiati con le proprie mani, secondo Freud) in cui l’algebra costituzionale è l’altra faccia della geometria istituzionale. È la vita tra alti e bassi. E l’alto sovrasta il basso, al punto che la fase discendente pare un prezzo ragionevole da pagare per la fase ascendente, medicine comprese per limitare l’ampiezza dell’oscillazione. I meno salgono con gli euforizzanti e i più scendono gratis, ovvero nel debito assoluto.



15 settembre 2012


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