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A proposito dell’"Affaire fiscale" di Armando Verdiglione

L’istante senza più paura. Ipotesi di qualità 3

Giancarlo Calciolari
(4.09.2012)

“Non si può annullare l’istante per la visione del domani, dettata dalla paura”. Nemmeno per la visione del presente, come per la visione del passato. Anche: non si può annullare l’istante dell’ascolto per la visione. La questione tuttavia riguarda l’impossibile soggetto dell’annullamento. Chi annulla l’istante? Chi può annullarlo? Ognuno, ci prova, fa l’esperienza, procede dalla questione chiusa.


La visione è dettata dalla paura: dall’idea che uno ha di qualcosa o dall’idea che ha di se stesso. L’ontologia e l’habeologia qualificano la visione: l’assenza di visio e di ascolto, che non è l’udire. Marco: guardano e non vedono, intendono e non capiscono dalla paura. La paura non fa vedere e non fa capire e allora chissà che cosa guardano e che cosa intendono. L’apparenza. L’idea (impossibile) che hanno della sembianza. Ma non è che la visione del domani o dell’oggi o di ieri o dell’altroieri annulli l’istante: il metodo, l’esodo e il sinodo sono coperti dal ricordo, ma la rappresentazione mantiene la traccia dell’inanullabile: la parola originaria.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2012, cifratipo, cacao acrilico su carta

Se nella pratica dell’associazione di cifrematica è riscontrabile la teologia politica, nei tratti della presidenza a vita, dell’assenza di parola dei membri, nella presenza di un dibattito conformista, di un testo invisibile della cifrematica appannaggio del solo Verdiglione, allora anche nel caso Verdiglione oltre all’eccellenza dell’opera c’è qualche idea di sé e dell’Altro che qualche grattacapo lo dà. C’è un passo nell’Affaire fiscale in cui Verdiglione dice che occorre che altri intenda il contributo essenziale che è il suo. E in effetti rarissimi sono coloro che ne intendono qualcosa, anche tra i membri della sua associazione. D’accordo, è la ragione per cui più che seguaci del tempo sono accoliti di Armando Verdiglione. Questa è la fantasmatica. Ciascuno è stimatissimo, per questo leggiamo i rari testi che scrivono. L’accento è su altro: se Verdiglione intende che nessuno lo intende, è questa l’idea che ha e che lo possiede e che lo spinge a lasciare il mausoleo di se stesso, tra D’Annunzio e Warburg. Ancora una volta: nulla di penale. Speriamo che nessuno sia inquisito un domani quando i nostri scritti e i nostri libri si troveranno in una biblioteca privata o pubblica o dispersa ai quattro venti.


Ecco l’intera citazione: “Non si può annullare l’istante per la visione del domani, dettata dalla paura. Ecco perché la scienza della parola è la scienza esatta: giungere al compimento risponde a un compito che sta sia nella ricerca sia nell’impresa.” La prima frase sfocerebbe nella seconda per un’implicazione, ossia perché partecipa alla stessa piega della parola, ma non è così. La seconda frase potrebbe scrivesi senza “ecco perché”: “la scienza della parola è la scienza esatta”. Ancora prima di leggere la frase, sia l’esattezza che l’espressione a è b, e quindi anche la funzione e la posizione del verbo essere, notiamo che non c’è esca interpretativa che porti dalla prima frase alla seconda. E’ una paratassi. E così la parte della seconda frase che segue ai due punti: che la scienza della parola sia la scienza esatta non introduce, se non paratatticamente, alla questione del compimento. Se noi mettiamo tra parentesi i connettori della paratassi otteniamo: “Non si può annullare l’istante per la visione del domani, dettata dalla paura. La scienza della parola è la scienza esatta. Giungere al compimento risponde a un compito che sta sia nella ricerca sia nell’impresa”. Sono tre frasi dell’ovvero il dispensario del tempo. E rimane da questionare anche l’ovvero, che potrebbe essere un due punti o un’implicazione logica. Questione aperta, questione chiusa. Quello che conta ancor più sono le parentesi: “ecco perché” e i due punti. Ecco, la sorpresa, ecco l’indice dell’ apertura. “Ecco perché” come connettore sintattico. Principio della sorpresa. La prosa di Armando Verdiglione è ricca di “ecco”. Anche i due punti come connettore sintattico o come sipario che si apre su un’altra scena, sempre nuova, originaria.


Dopo l’accenno di lettura della prima frase, leggiamo le altre due. “La scienza della parola è la scienza esatta”. La scienza della parola ovvero la cifrematica? Per Verdiglione la cifrematica è la scienza della parola. Il taglio della parola. Quello che “esce” dal taglio della parola. La parola si divide (gli elementi della parola giungono sino alla divisione) e per questo si ode, altrimenti sarebbe il rumore perpetuo delle parole chiuse, i devarim sostanziali e mentali con i quali si è costruita la torre di Babele (e sarebbe da leggere anche la questione del cemento). Letteralmente cifrematica sarebbe la tecnica del vuoto, l’arte del vuoto. Sunya, in indi antico il vuoto, lo spazio tra gli altri numeri (che oggi è diventato come in occidente “zero” e c’è un’altra parola per “vuoto”) è il termine che gli arabi portano in occidente e diviene “cifra”. Sta qui la grande lezione di Giuseppe Peano che nel suo Formulario scrive: zero è numero. Sino a allora lo zero era impiegato quasi come una non cifra o un’assenza di cifra. Uno strano moltiplicatore se posto al seguito di un numero. Uno, zero. Dieci!


Cifrematica è un’eccellente traduzione del termine coniato in tedesco da Freud nel 1896: psychanalysis. Non c’è soluzione alla questione della psiche. La tecnica del vuoto, l’arte della vanificazione. Della parola piena, sostanziale e mentale, della rappresentazione, la cifrematica ritrova l’impossibile fantasma, l’impossibile copia della vita, la soluzione tentata. L’idea che uno ha (dell’idea) si svuota, la visione del domani era come la libertà a Cuba: solo un cocktail. Cuba come metafora dell’occidente e dell’oriente.


Dal taglio emerge la scienza della parola. La scienza è il taglio stesso. La cifrematica non è la scienza della parola. È un approccio. Verdiglione ha depositato come marchio “cifrematica”. E se la cifrematica è la scienza della vita, se non la vita stessa, allora avrebbe depositato come marchio la “vita”. E’ come se Freud avesse depositato il marchio “psicanalisi”.


“La scienza della parola è la scienza esatta? Come la matematica? In che altro senso di esattezza? Se fosse come la matematica, per quanto il viaggio oltre le colonne di Lacan si sia spinto molto lontano, non sarebbe la scienza esatta di Verdiglione che una variazione onirica della topologia per Lacan. Per altro cè chi come Jean-Michel Vappereau sta scrivendo in modo esatto i matemi e la topologia di Lacan. Certamente, un’équipe di 10.000 analisti lacaniani non riesce a trovarsi in uno scarto teorico rispetto a Lacan. Solo a Verdiglione è accaduto questo. Ha capito Lacan contro Lacan. Nonostante Lacan e quindi senza Lacan. Ha capito Freud contro Freud. Nonostante Freud e quindi senza Freud. Come se l’unico lettore di Gesù fosse stato Paolo, che sin dall’inizio ha posto obiezioni a Pietro. Paolo che ha letto Gesù contro Gesù. Oggi Gesù ha ancora il suo marchio di fabbrica, quello ecclesiale, che i filosofi chiamano universale. E se Nietzsche è stato il primo lettore moderno di Paolo, dopo più di 1500 anni (è la cifra detta da Nietzsche in Aurora), Verdiglione lo è stato di Machiavelli, dopo 500 anni. È questa la scienza esatta? Eppure oggi abbiamo imboccato ben altra strada da quella di Nietzsche, il cui viaggio è circolare, Dall’uomo divino all’animale umano da abbracciare come fratello, secondo la formula di Jacques Derrida, il cui viaggio è rimasto sempre sulla soglia (parole sue).


Se per parodia misurassimo l’infinito viaggio di Verdiglione rispetto a quello di Lacan, che per i lacaniani è altrettanto infinito, non è formulabile l’ipotesi che altri potrebbe trovarsi in tutt’altro viaggio rispetto a Verdiglione?


La terza frase è :”giungere al compimento risponde a un compito che sta sia nella ricerca sia nell’impresa”. I frutti della ricerca sono proprio nella scrittura dell’Affaire fiscale. I frutti dell’impresa non sono le copie di libri venduti. Tra l’altro è stata fatta una prima tiratura di sole 800 copie. Il compimento nell’impresa non è tale se non con la vanificazione dell’apparato inquisitoriale, e quindi la rimessa in bonis delle attività economiche e finanziarie delle società del gruppo Verdiglione. E sinora il braccio mediatico dell’apparato inquisitoriale ha provocato forse danni irreparabili, ancor più che nel 1986.


Comunque, come io ho venduto la mia casa per donarla alle attività di Verdiglione, come il buon Barnaba degli Atti degli Apostoli (4,32), così Verdiglione può vendere la sua per avviare un’altra impresa, non trovando altri da seguire nel pianeta. Potrebbe ancora inventare a tal punto che nessuna tipologia paoliniana potrebbe rendere conto dell’invenzione. Un’invenzione tale da sospendere persino i tentativi di rivestirla di ricordi.

Un compimento senza più soggetto. Un compito senza più soggetto. Nessun soggetto della ricerca e nessun soggetto dell’impresa. Un compimento non per questo automatico. Il compimento in ciascun istante, altrimenti spadroneggia la visione.


Nella Torah, il Pentateuco, ma la cosa è inesatta, perché la Torah degli ebrei etiopi consta solo dei primi tre libri, c’è il respiro, il soffio, ruah. Spirito di Dio e spirito dell’uomo, e questo già in un linguaggio non ebraico, che si trasformerà ancora in spirito santo e anima. E la perdita di ruah diventa pressoché incoglibile nella psiche, che tutt’oggi ha irrimediabilmente perso il pneuma, prima traduzione di ruah. Colta lungo questa via, la psicanalisi è la psiche come questione aperta. Di certo non è la psiche come questione chiusa, ossia quella fissatasi nella misurazione umana, il canone, la canna, l’albero dinanzi. I canneti universitari. Molto più interessante sarebbe stata la pneumanalisi, ma nessuno l’ha ancora inventata. La teologia si è avvicinata, ma per via del suo stesso nome l’ha mancata. Shemanalisi. Nessuna soluzione al nome, che resta innnominabile. Il nome, AShem, non è il nome di dio.


Questo accenno alla psiche, che diviene cogito in Cartesio e dasein in Heidegger, diffusi oggi col concetto di soggetto, è per introdurre nuovamente alla questione del compimento. Se il compimento è funzionale: della legge, dell’etica, della clinica, eppure non va da sé, non è un automaticismo inconscio, come interviene ciascuno rispetto al compimento? La distinzione che Verdiglione pone tra ognuno e ciascuno, tra l’idea che uno – ogni uno – ha di sé e dell’Altro e ciascuno come dispositivo non è ancora l’uscita dal soggetto e dal soggettivismo. Chi avvia il dispositivo? Ci sono gli avviatori e gli avviati? Gli algebristi e i geometristi dell’avvio?


“Giungere al compimento”: chi giunge? Il soggetto, qualcuno, ciascuno non ognuno. Io giungo? Tu giungi? Lui giunge? Qui siamo nella logica puntuale, che è anche la logica della distinzione. Noi giungiamo, voi giungete, loro giungono. Noi, voi, loro, indici dell’infinito. Giungono gli indici? Giunge lo specchio, lo sguardo, la voce? Nella questione del compimento c’è la lettura dei vangeli di Verdiglione. Gesù non è venuto per abolire la legge del Padre ma per compierla. La legge della parola si compie nel simbolo e il suo metodo è il sintomo. Nulla di malefico, nulla da cancellare, da estirpare, da sedare…


Chi ascolta “giungere al compimento”? È il compito per Verdiglione? È una domanda retorica? Irrappresentabile nella fine dell’inquisizione (che però così rischia la sua eternizzazione: la negazione dell’eternità dell’istante). C’è un compito che lo riguarda? Chi? Armando Verdiglione?


Mettendo tra parentesi “giungere”, lo poniamo in posizione di oggetto, di provocatore, di formatore, di condizione nel proseguimento della lettura della stessa frase, che in questo frangente è il nostro viaggio. “Giungere” nel suo errore tecnico che reintrodurrebbe la soggettività che non c’è, diventa il “distintore”. La distinzione è dell’oggetto e non dei soggetti. Nessuna distinzione sociale che possa distinguere tra “giungere al compimento” e “il compimento”. Il compimento risponde a un compito, insoggettuale, che sta sia nella ricerca sia nell’impresa. Un compito che addirittura “sta”. Una proprietà della ricerca e dell’impresa, una proprietà della parola.


Il paradosso più noto della teoria del compimento, la detta tipologia paolina, è quello di Giuda. Ha compiuto il male o ha permesso che si compisse la missione di Gesù? È colpevole o innocente?


Os me, come se non. Paolo sospende il compimento? Abroga la legge dei padri (allontanatosi dalla legge del Padre) più che compierla come Gesù?


Il compito giunge al compimento o il compimento risponde a un compito? Che risposta è quella del compimento? Se risponde, anche alla domanda pulsionale, può sfuggire alla logica dell’interrogazione che fonda la risposta obbligata? L’edificazione della fondazione Verdiglione in che modo non è una risposta obbligata, ossia fantasmatica?


La montagna dell’inquisizione fiscale che sta dinanzi può essere lasciata alle spalle, dove c’è il mare. Ma lasciata da chi? Chi lascia? Il lasciare riguarda l’impresa. Senza l’impresa, nessun lascito e nessun lasciare. Intrapresa che non necessariamente si trova nel registro delle imprese.




4 settembre 2012


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