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Inseguendo il continuo inventa il transfinito

Georg Cantor e l’invenzione del transfinito

Giancarlo Calciolari

Il caso di Georg Cantor non ha nulla di patologico: è logico e industriale. Caso intellettuale dove la scienza del discorso non è la morte annunciata del soggetto ma partecipa all’ossimoro con la scienza della parola.

(31.10.2001)

Nato il 3 marzo 1845, Georg Cantor compie i suoi studi a Zurigo, Gottinga e poi Berlino, dal 1863 al 1869, dove segue l’insegnamento di Weierstrass. Nel 1867 presenta la sua tesi di dottorato: De aequationibus secundi gradus indeterminatis, e poi nel 1869 la sua tesi di abilitazione all’insegnamento: De trasformatione formarum ternarium quadraticarum. Quindi negli anni attorno al 1860 Cantor s’interessa esclusivamente all’algebra e alla teoria dei numeri.

E quando dal 1870 sotto l’influenza di Weierstrass si volge verso l’analisi e più particolarmente verso lo studio delle serie trigonometriche, si tratta ancora dell’algebra, sebbene spinta verso i suoi paradossi. Sino alla nozione di transfinito che esclude l’algebra, la riduzione del numero a insieme, a sistema, a classe. Non c’è equazione tra l’aritmetica transfinita e la teoria degli insiemi, dei sistemi, delle classi, che tra l’altro s’infrange contro lo scoglio dei teoremi d’incompletezza di Gödel.

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Hiko Yoshitaka, "Dallo zero all’infinito", 2000, olio su tela, cm 46x55

La questione della serie trigonometrica comincia con lo studio delle corde vibranti svolto nel XVIII° secolo da d’Alembert, Bernoulli e Eulero. Fourier calcola i coefficienti che permettono di sviluppare una funzione arbitraria in serie trigonometrica convergente.

Le ricerche si orientano allora in due direzioni. Quella di Dirichlet consiste a fondare rigorosamente i risultati di Fourier, e mira una concezione generale della nozione di funzione a variabile reale, per studiare lo sviluppo di funzioni in serie trigonometriche. Da parte sua Cauchy si consacra allo studio delle funzioni a variabile complessa. Riemann effettua in seguito un lavoro dove sviluppa la teoria di Cauchy, generalizzando i risultati di Dirichlet. Poco dopo, Lipschitz si presenta come continuatore di Dirichlet. Il lavoro di Riemann è ripreso come Analysis situs, o topologia, da Betti. E Gilles Deleuze si rifà a Riemann, alla sua spazializzazione complessa, dove la complessità diviene pluralità, nomadismo che conferma l’ipostasi del soggetto, il monismo. Per Deleuze la molteplicità è dell’uno, non dell’Altro.

C’è già quindi la questione del tempo, della corda, della serie, della funzione e le loro negazioni, ossia che la funzione sia algebrica, spazializzante, in altri termini trigonometrica: non solo geometria ma trigonometria, quindi antropometria, col sospetto che la funzione sia umana, funzionalizzabile da parte di un soggetto. Con all’orizzonte la trigonometria sferica che si fonda sulla funzione trigonometrica che si può considerare oltre che funzione di un angolo anche funzione dell’arco di cerchio che sottende l’angolo. C’è un angolo nel cerchio? Si tratta della quadratura del cerchio. Della misura dell’intervallo. Della formula del continuo, ossia l’equazione della funzione circolare dell’angolo.

Le influenze più dirette su Cantor sono quelle di Hankel, di Weierstrass e Heine. Il primo, nel 1867, precisa la nozione di funzione e di funzione continua. Weierstrass introduce il concetto di "convergenza uniforme" relativamente al tema del discreto-continuo e la sua ricerca insiste sulle funzioni analitiche e sulle funzioni ellittiche. Infine Heine, collega di Cantor a Halle, studia le serie trigonometriche, e introduce nel 1870 la nozione, ispirata da Weierstrass, di "convergenza uniforme in generale", con l’eccezione della vicinanza immediata di un numero finito di punti di discontinuità. In tal modo, il continuo e il discontinuo, o il discreto, si possono cogliere come dei postulati. Heine constatando che lui stesso oltre Dirichlet, Riemann e Lipschitz non ha dimostrato lo sviluppo in serie trigonometriche che per dei casi specifici e mai nel caso generale, incoraggia Cantor a rispondere alla questione: data una funzione qualunque, il suo sviluppo in serie trigonometrica è unico? Ma solo una funzione supposta qualunque può serializzarsi, a partire da un numero a sua volta supposto primitivo e che funzionerebbe come garante.

Nel 1870 quando Cantor comincia a pubblicare i suoi lavori sulle serie trigonometriche il questionamento riguarda l’unicità dello sviluppo della serie: e quindi la serie trigonometrica è un postulato. Ora la serie è infinita e non geometrizzabile, non trigonometrizzabile.

La serie trigonometrica corrisponde alla circolarizzazione della serie ottenuta per funzione continua dell’angolo di un triangolo. Sicuramente c’è il tre, la logica singolare triale, ma non c’è triangolazione della trialità. Ossia la logica singolare triale, la logica particolare a ciascuno, quella che Freud chiama inconscio, non è visibile. Questione trattata da Sant’Agostino nel De Trinitate Dei dove dice che la visio non è per gli empi, che credono nel visibile e quindi si raffigurano Dio con un triangolo con dentro il cerchio, l’occhio per occhio.

Non c’è convergenza né divergenza dei punti perché il punto è il formatore nella dimensione della forma, della sembianza. E il tempo è il trasformatore.
Non c’è uniforme ma trasformazione, senza formarum ternarium quadraticarum.

Il paradosso in Cantor permane assieme alla tentazione algebrica. Malgrado nel suo primo lavoro sulle serie trigonometriche fornisca un criterio di convergenza della serie, subito dopo parla di una infinità di punti eccezionali. C’è il transfinito e c’è il punto eccezionale, punto-limite, ossia non si serializza in continuo o discontinuo. Ma cerca ancora di metterlo nel sacco costituito di insiemi eccezionali. E il punto non è limite, perché il limite è del tempo. Ma l’attribuzione del limite al punto mira a fondare la logica di base, la teoria degli insiemi, sull’espulsione dell’industria, di cui la scienza del logos non ne sa nulla: ha così orrore del fare, della póiesis, che Platone esclude i poeti dalla città.

Insomma, mentre Cantor cerca di linearizzare i punti in una teoria degli insiemi, l’insieme che è indice del tempo e non della serializzazione spalanca la finestra al transfinito. Cantor applica il principio del terzo escluso per ben definire l’insieme, e il tempo squarcia il sacco della funzione circolare. E il numero non potendo precisarsi come logica e industria dell’innumerazione acquisisce la "potenza", al punto da includere in se stessa la nozione di numero intero. Questa "potenza" è l’incancellabile dell’industria dell’innumero.

La definizione cantoriana d’insieme, Menge, richiede quelle di "riunione", "tutto", "oggetto", "ben definito", "ben differenziato", "intuizione", "pensiero" e "elemento". Quindi la nozione d’insieme è un postulato, che altri leggono come una nozione primitiva. E la "potenza" dell’insieme è ciò che Cantor chiama numero cardinale: l’un uno, eine Eins. Un insieme composto di puri uno. E ogni uno come numero avrebbe un’esistenza di "immagine intellettuale". La potenza come cardinale, come discontinuo e il numerale come ordinale, come continuo: per il numero finito potenza e numerale convergono e per il numero infinito potenza e numerale divergono. Ma il numero finito, infinito e transfinito è il numero potenziale o numerale infinito, che implica la serie serializzata, more geometrico. La spazializzazione del numero, la sua riduzione, come indica è letimo di algebra.

Qui Cantor lascia a Dio l’infinito assoluto, tenendosi l’infinito attuale, senza l’infinito dei filosofi, che chiama infinito potenziale.
La logica matematica s’approssima alla logica di Dio, che è una delle cinque logiche dell’inconscio, della vita. Irriducibile alla logica della vita, come cerca di fare la teologia. Questa monologia comporta la drammatizzazione, la sostanziazione del fantasma. Insomma comporta di vivere di fantasmi. Questa assenza di transustanziazione indica anche la drogologia e la farmacologia come pilastri sia della società arcaica che della società postmoderna, sotto forma di fantasmi proibiti e di fantasmi prescritti.

In altri termini si tratta di luoghi comuni, anche in logica matematica. Per contro, il moderno e la società come istituzione temporale esigono l’eucarestia, che non è la metamorfosi completa di una sostanza in un’altra, la trasformazione della terna in quaterna per sbancare di tutta la sua sostanza la parola, ma è il teorema dell’inesistenza della sostanza.

Come per Euclide, in Cantor il numero è una moltitudine composta di unità. Nasce qui la sua nozione d’insieme. Eppure il numero è irriducibile alla sola quantità, poiché la qualità non può derivarsi tramite l’algebra della quantità. Occorre l’industria, l’esperienza e non solo la logica. La distinzione da porre è tra logica e struttura e non tra insiemi finiti e insiemi infiniti. L’insieme infinito non può sostituire l’industria delle cose. Insieme infinito: quindi paradosso, modo del due da cui procedono le cose. Mentre per Cantor il continuo (di punti) dev’essere sempre un insieme "perfetto". Perfezione che rovina con i teoremi di Gödel sull’insieme di tutti gli insiemi.

Per essere senza contraddizione la matematica approda sempre al paradosso invece che procedere dal paradosso come modo dell’apertura. La cifrematica non ha nessun interesse per la logica matematica in quanto tale. La cifrematica, la scienza della parola, esplora e articola i paradossi della logica matematica, quelli della linguistica, della teologia..., ossia di aspetti differenti del testo occidentale. Cantor in luogo dell’industria trova la forma di uno sviluppo diadico illimitato compreso tra zero e uno. Questa potenza del continuo è il controllo cercato sull’intervallo, sull’Altro, sul tempo. Lo scacco diventa la sua impotenza, l’assenza di riconoscimento della comunità dei matematici, al punto da non riconoscere Shakespeare comme autore dei suoi drammi. Shakespeare diventa il polinomio di Francis Bacon, lord di Verulam, visconte di Saint-Alban.

La posizione di Cantor risulta paradossale, nel senso che non elabora il suo caso come: a ciascuno il suo numero e la sua artimetica. Il riconoscimento parrebbe tolto dal lapsus e relato all’uno. L’uno presunto chiederebbe il riconoscimento alla serie presunta degli uni. La nomenklatura, l’accademia di matematica capeggiata da Kronecker. Il transfinito dovrebbe essere ammesso e riconosciuto dalla serie finita. E non è ammesso perché dissolverebbe la credenza nella nomenklatura, e nel potere come causa.

Cantor cerca di dimostrare che il due è una derivazione dell’uno, e lo scrive come classe (II) e classe (I). Il due è presunto secondario e non originario, mentre l’uno sarebbe semplicemente l’origine, il numero d’origine. Per questo non c’è lo zero nella teoria di Cantor.
L’uno procede dal due e dallo zero. L’uno procede dallo zero senza aggiunte che colmino l’intervallo. Tra la funzione di zero e la funzione d’uno c’è la funzione vuota, la funzione temporale. Irrimediabile il vuoto di questa funzione su cui poggia il fare. Ma non si sostiene su un vuoto senza funzione e senza punto.

Accade quindi che Cantor s’imbatte nel due originario. Non ci sono classi che lo tengano. due transfiniti senza valori intermedi. Ovvero: c’è l’intervallo.
La differenza di natura tra i numeri cardinali finiti e i numeri reali riflette quella tra il discreto e il continuo, tra il quadrato e il cerchio. Questa distinzione mira alla quadratura del cerchio. Il numero non è né discreto né continuo. In tal senso il discreto è il paradosso del continuo e vice versa. Il numero non è bipartito in discreto e continuo, ma tripartito in zero, uno e intervallo.

Il numerabile e il continuo sono fantasmi dell’intervallo. E per un attimo Cantor arriva a dire che il continuo non ha la potenza di nessuna classe di numeri. Nei Grundlagen Cantor cerca di dimostrare che non c’è potenza intermedia tra quella della classe (I) e quella della classe (II). E l’ipotesi del continuo dice che la sua potenza sarebbe quella della classe (II). Il continuo sarebbe un insieme derivato, che a sua volta potrebbe estendersi per derivazione. E nel 1962 Cohen prospetta ancora l’eventualità di un continuo che superi tutte le altre potenze, per derivazione di derivazione. Il continuo come deriva dell’insieme senza divisione da sé. L’ipotesi del continuo pare quella della genealogia applicata alla matematica.

Quando nel 1872 Cantor annota che la nozione di numero porta in sé il germe, keim, di una estensione necessaria in sé stessa e assolutamente infinita, si occupa di botanica fantastica, di genealogia botanica, di filiazione botanica. L’ipotesi del continuo è il modo di porsi la questione di come procedono il figlio e lo spirito. Tale è anche la questione nella sua teoria Bacon-Shakespeare.

L’invenzione del transfinito, dell’infinito propriamente detto, dissipa la credenza nell’origine, nella classe (I), nella serie fondamentale dalla quale per derivazione si otterrebbero le altre. Che il continuo sia la derivazione della prima serie, ossia l’avvio della serializzazione, oppure che sia la serie della serie, la derivazione infinita (un infinito impropriamente detto), in entrambi i casi si tratta della continuità generativa. Cantor nella derivazione delle classi si ferma alla classe (II) perché ha già una potenza differente dalla classe (I) - perché c’è l’intervallo - e i numeri di questa classe sono transfiniti, come quelli di ogni classe derivata, mentre la serializzazione infinita corrisponde all’infinito potenziale e non attuale.

Ma proprio in quanto infinito potenziale, tra due classi si spalanca l’abisso dell’infinitamente piccolo, proprio dove Cantor vorrebbe dimostrare che non c’è potenza intermedia, poiché si tratta dell’intervallo. Quello che Cantor chiama un numero di carta numera la sua carta intellettuale. Allora il germe continua a germinare. Logica rizomatica, quindi botanica, giardino naturale, paradiso naturale, che tuttavia non copre l’aritmetica transfinita che Cantor comincia a inventare, dal due al transfinito, e che richiede il paradiso come giardino del tempo, senza più algebra. Quello che poi Hilbert chiamerà il paradiso di Cantor.

Cantor dice che l’idioma non è potenziale. La potenza dell’idioma è la sua particolarità.
L’idioma come logica particolare. D’accordo che all’epoca di Cantor l’ipotesi del continuo era plausibile. Tale era anche l’avviso di Couturat, di Russel e di Peirce. Nel 1900, a Parigi, in un testo letto al II° congresso internazionale dei matematici, Hilbert esprime ancora la speranza che sia data una risposta positiva all’ipotesi del continuo. Solo che per Cantor la logica è la vita, sebbene si tratti anche del logos. Per Cantor il continuo non è una ipotesi: è questione di vita e questione di morte.

Questione d’inferno e di paradiso. Inferno che non è infernale e paradiso che non è paradisiaco. È Hilbert che ha detto a questo proposito che non bisogna farci scacciare dal paradiso che Cantor ha inventato per noi. Per Cantor l’infinito assoluto non appartiene che a Dio. E sebbene distingua l’infinito attuale dall’infinito potenziale dei filosofi, che tra l’altro richiede lo stesso infinito attuale, lasciando a Dio l’infinito qualitativo, l’infinito attuale è, paradossalmente, un altro infinito quantitativo e quindi potenziale. Si tratta di un altro grado dell’algebra della quantità. Così procede anche Bolzano che sostiene l’esistenza dell’infinito attuale in matematica e che inscrive nel registro del quantitativo.

Se nelle opere matematiche Cantor s’interessa sopra tutto dell’infinito, dell’intervallo, del tempo, nelle opere non matematiche si occupa della questione del nome: in tre pubblicazioni tra il 1896 e il 1897 tenta di dimostrare che Francis Bacon è l’autore dei drammi di Shakespeare, mentre in una pubblicazione del 1905, Ex Oriente Lux, afferma che per chi sa leggere bene la Bibbia, Giuseppe è chiaramente indicato come il padre di Gesù. E nei deliri che gli aprirono la via del manicomio Cantor si dice figlio di Nicola II° di Russia oppure di Enrico VIII° d’Inghilterra.

Ora Cantor come "figlio di" non è l’autore delle opere di Cantor: quando c’è il riconoscimento internazionale del suo lavoro a Parigi nel 1884, invitato da Poincaré, lui non si riconosce più. Dà di matto: gli psichiatri la chiamano la sua prima crisi di follia. E in quel periodo nasce l’interesse per la teoria Bacon-Shakespeare, così la chiama. Cantor si presenta lui stesso come un semplice "portatore e gestore", messaggero di un pensiero che Dio gli detta. Figlio esecutore; e non solo.

Dio detta in quanto operatore pragmatico della scrittura dell’esperienza: Dio come idea dell’assoluto, dell’oggetto. Senza soggetto, senza portatore soggiacente. Senza munis, senza chi si fa carico, bestia da soma. L’immunità è proprietà del dispositivo, della politica del fare.
Prendere una logica come logica di base costituisce una psicotizzazione, che non è una malattia: richiede l’analisi, la dissoluzione del fantasma materno, ossia della fantasia di padroneggiamento della vita, dell’aria, dei sogni, del transfinito. Per Cantor ci sarebbero negli insiemi infiniti, e di conseguenza pure in tutti gli altri che si riportano a essi attraverso una operazione a senso completo e unico - biunivoca o biettiva - che due specie di potenza, rispondenti a due classi, ossia gli insiemi infiniti e i derivati. Cantor, apparentemente, partendo dalla classe, dall’insieme, arriva al due, e si tratta di due classi. L’ipostasi dell’insieme viene mantenuta. E l’insieme infinito è paradossale.

Il transfinito dimora nell’intervallo, è forse l’intervallo stesso. L’insieme infinito comporterebbe la quadratura, la triangolatura o la circolatura dell’intervallo. La funzionalizzazione dell’intervallo, la funzione piena e non la funzione vuota. Cantor comincia infatti con lo studio delle funzioni trigonometriche. L’aritmetica del tempo è misura: è limite e frontiera, senza misurazione. Non c’è misura della misura. Non c’è algebra del tempo, né dell’idioma come numero. L’insieme dei numeri transfiniti, come l’insieme dei numeri finiti, costituirebbe un metanumero. Un idioma dell’idioma, ossia la lingua di base cercata dal fondamentalismo matematico, quel movimento che tra il 1880 e il 1890 ha cercato i fondamenti della matematica.

L’insieme infinito lineare di punti, la retta, per Leonardo non esiste. Esiste il punto, e non si linearizza. é indotto dalla spirale e non dalla linea, che comporterebbe, se esistesse, l’assenza di piega.

Georg Cantor inventa il transfinito: si accorge che le cose non finiscono. E fa il folle, terminando i suoi giorni in un manicomio, non a causa della sua invenzione ma per via del fallimento di un formidabile progetto di controllo della vita. Cantor trova che nell’intervallo abita l’infinito attuale e nello stesso tempo ricerca la formula del continuo. Cerca la quadratura del cerchio. Ma l’intervallo non è riconducibile né al cerchio né al quadrato. È per questo che Cantor non troverà mai la formula del continuo. Nemmeno altri matematici potranno mai trovarla. Gödel nel 1947 dice che probabilmente il problema del continuo è insolubile. E nel 1964 Cohen prova l’indecidibilità dell’ipotesi del continuo.

Per Verdiglione la coppia continuo-discontinuo è inesistente.
Cercando la logica di base - i fondamenti della matematica - le fondazioni della parola sono reputate instabili, non fondate. Cosicché il tempo dev’essere formulabile e l’autore dev’essere autorizzato se non da Dio da parte di un suo emissario. Allora Cantor cerca l’autore dei drammi di Shakespeare e la formula del continuo.

Cerca il padre del padre e la misura della misura. é a causa dei termini inconsueti di questa ricerca che il genio è considerato malato dalla società. Cantor dice di essere il semplice portatore del messaggio di Dio. Si prende per il fattore della verità, si prende per lo spirito e per questo lo perde. Facendosi portatore Cantor perde l’immunità, non sopporta il messaggio divino, diventa figlio irriconoscibile, anonimo, "pazzo".

Per Lacan i grandi matematici che hanno aperto questo al di là della logica divina, come Eulero, hanno avuto molta paura, per aver incontrato il vuoto dell’Altro, dove occorre qualcuno. L’uno padre, l’uno dell’uno, il nome del nome. Il nome del padre, così lo chiama Lacan. Propriamente non esiste il vuoto dell’Altro: c’è la funzione vuota, la funzione temporale, la funzione di Altro.

La funzione e non la formula. La funzione è compimento. E il pragma è compimento dell’Altro funzionale, di cui non c’è formula. Ossia non c’è la formula del tempo perché non c’è sovrapposizione tra la sembianza e la logica delle funzioni. Del formatore, il sembiante, il punto, non c’è conoscenza. Nessun algoritmo dell’oggetto.

A proposito di Cantor, Lacan parla del dramma dello scienziato. E dopo di lui, questa frase ha generato una drammatologia lacaniana. Ma non c’è dramma se non togliendo il tempo, il transfinito. In particolare, togliendo la rimozione, lo zero, c’è il dramma criminale; togliendo la resistenza c’è il dramma dell’incesto.

La formula del tempo non è altro che la sua algebra: la riduzione del tempo. Il tempo finito. Strano paradosso per l’inventore del transfinito.

La politica è dell’intervallo, che non è spazializzabile, quindi né continuo né discontinuo. Anche storicamente, la geometria come fondamento dell’aritmetica ha fallito. Frege ha lasciato una traccia con il suo tentativo logicista di fondare la matematica, e non con il suo tardivo volgersi alla geometria come fondamento (ipotesi che aveva escluso al cominciamento della sua ricerca). Tra l’altro, Cartesio fondandosi sulla geometria e sul visibile crea non tanto una nozione d’infinito ma quella di sfinito, a forza di pensare: il soggetto, che in certa postfilosofia italiana è diventato soggetto debole.

Pare che tra lo zero e l’uno Cantor voglia edificare un ponte e per questo gli occorrono uno zero e un uno stabili. Non la funzione di zero e la funzione di uno, ma lo zero e l’uno funzionalizzati per l’edificio matematico. Quindi lo zero dello zero, il nome del nome, il nome del padre: il nome dell’autore dei drammi di uno zero chiamato Shakespeare. Quindi l’uno dell’uno, l’uno unico e unificante. In questo caso il figlio folle che ci darà la formula del ponte.

Questo discorso pontificale appartiene al discorso genealogico, che va dall’anonimato supposto di Shakespeare al nome dell’autore dei suoi drammi. E la relazione genealogica, propria del corpo sociale assicura che l’anonimato non è del nome ma del soggetto, e che quindi solo il nome di Dio può certificare la rinomanza del figlio.

Allora al posto dell’ammissione del figlio ci sarebbe il riconoscimento della filiazione, anche istituzionale, e da qui deriva la brama del successo, ossia l’altra faccia del fallimento.

Nell’itinerario conta la direzione intellettuale, mentre nello smarrimento non conta nulla, e si tratta di sapere chi è l’amico e il nemico, chi è l’analista e chi non lo è. Ma Kronecker non si presta a questa fantasmatica, e forse interviene più rispetto alla mistica dei numeri di Cantor che rispetto alla difesa dell’ortodossia di fronte all’invenzione del transfinito.

Lo smarrimento trova dappertutto la quantità, secondo l’algebra. Mentre l’itinerario è in direzione della qualità, secondo il ritmo. E il transfinito di Cantor e la sua aritmetica transfinita vanno in questa direzione. Cantor non si sforza di collegare la sua scoperta dei numeri transfiniti alla filosofia, alla teologia e alle scienze della sua epoca. Si tratta infatti di invenzione e non di scoperta, sebbene la gnosi che impediva l’invenzione può ritenersi una copertura. Cantor elabora la teoria dell’innumero anche in altre discipline, ovvero settori senza disciplina militare o religiosa.

Cantor non è soggetto della relazione e quindi non collega, non lega proprio. Quindi la teoria di Cantor non è transdisciplinare né eclettica: è intersettoriale.
E c’è il punto vuoto e non il vuoto dell’Altro senza punto, che spingerebbe il soggetto - l’ipostasi dell’evento - a cercare sempre il garante per non farsi risucchiare dal vuoto. La credenza nel nome del nome toglie il nome, l’autore; e la credenza nel continuo toglie il tempo, il taglio. E ciò comporta la ricerca dell’autore dell’autore e dell’analista dell’analista, la ricerca della formula del continuo. Doppio scacco "matto". Eppure Cantor non è soggetto, non è personaggio in cerca di autore. E sfata il quindicesimo assioma di Hilbert che comporta un personaggio algebrico esprimibile per l’appunto con - - a = a. L’identità raggiunta per via di doppia negazione. Non ci sarebbe mai stata l’invenzione del transfinito senza l’inidentità della differenza sessuale.

Cantor è nome, autore. E solo creduto soggetto dovrebbe mantenere l’integrità di fronte a una produzione il cui destino gli sfugge. L’integrità non è del soggetto: come tale porterebbe alla disintegrazione e poi alla rintegrazione e poi... L’integrità è della parola. Parola integrale: come gli elementi s’integrano nella parola, come entrano nell’innumerazione.

Il caso di Georg Cantor non ha nulla di patologico: è logico e industriale. Caso intellettuale dove la scienza del discorso non è la morte annunciata del soggetto ma partecipa all’ossimoro con la scienza della parola.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017