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Vento dell’Est: vento dell’Ovest, di Pearl S. Buck

Elisabetta Blasi
(16.07.2012)

«Sottomissione, sottomissione sempre, figlia. E per impararla devi cedere anzitutto ai voleri del padre e del fratello. Solo così saprai poi cedere a quelli di colui che sarà tuo marito». Paziente, la voce riprese la frase udita e detta infinite volte. «Una donna deve imparare l’obbedienza. Domandare perché è inutile; è il nostro destino fin dalla nascita. Dobbiamo accettare la sorte decretata per noi dalla natura, e che durerà senza mutamenti sino alla nostra morte». Diceva le parole antiche […] La madre le aveva pronunciate infinite volte, le parole antiche, durante il lungo tirocinio a cui sentiva di dover sottoporre la figlia, così come ad esso era stata sottoposta lei da sua madre. Avevano mille anni, quelle parole, ma nella soave carezza delle dita era anche il muto messaggio consolatore che doveva trasmettere alla figlia; la quale finì col rasserenarsi. (pag. 183)

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Opera di Hiko Yoshitaka

Chi parla è una madre. Una madre cinese. L’epoca è imprecisata: forse durante la rivoluzione maoista, o forse durante la precedente rivolta detta dei boxer. Poco importa, del resto; quel che conta è che l’autrice coglie un passaggio epocale di modernizzazione, nel monolitico (ex) impero cinese.

La Buck fotografa l’avvento di cosiddetti “tempi nuovi”. Per la storia e la società, pervase entrambe da un immobilismo atavico.

Un passaggio, la modernizzazione, che in Cina, ogni volta che la storia chiama, avviene in modo brusco e repentino, perché tutto è calato dall’alto, imposto autoritativamente. Nel ventesimo/ventunesimo secoli come nei precedenti.

E così, la donna, relegata al ruolo di cui sopra, non deve più sottostare, ad esempio, alla pratica della mutilazione dei piedi – vista, si badi bene, come un’ornalmentalità perversa per il dio-marito – perché vi è stato, che so, un movimento che predicasse in qualche modo il mutamento sociale, ma perché così decide quello stesso marito-despota, incantato dalla “modernità” occidentale, americana nella fattispecie, che gli fa desiderare una moglie “simile” a lui.

Nulla meglio delle parole del sociologo funzionalista Emile Durkheim ci fotografano l’unica costante, che nel sottofondo regge ed innerva l’arcaico sistema sociale cinese; che tale resta, a dispetto di ogni innesto modernista: il cosiddetto homo duplex, «da un lato prodotto da un fattore impersonale e rappresentante lo spirito del gruppo, dall’altro prodotto dalla funzione d’individuazione» (1). Lo spirito del gruppo produce «[le] rappresentazioni collettive […] prodotto di un’immensa cooperazione che si estende non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Un’intellettualità molto particolare, infinitamente più ricca e complessa di quella dell’individuo, è dunque concentrata in esse. Si comprende allora come la ragione abbia la capacità di oltrepassare la portata delle conoscenze empiriche. Essa […] la deve […] al fatto che […] l’uomo è duplice. In lui vi sono due esseri: un essere individuale che ha la sua base nell’organismo, e il cui ambito d’azione risulta quindi strettamente limitato, e un essere sociale che rappresenta in noi, nell’ordine intellettuale e morale, la realtà più che possiamo conoscere mediante l’osservazione, cioè la società. Questa dualità nella nostra natura ha per conseguenza […] l’irriducibilità dell’ideale morale al movente utilitario e, nell’ordine del pensiero, l’irriducibilità della ragione all’esperienza individuale». Da: Luigi Berzano, Franco Prina Sociologia della devianza, Carocci Faber, Roma, 2003 (nona ristampa dell’edizione del 1995); pag. 59. Laddove si riporta altresì il brano di Durkheim che segue in esposizione.


Ne consegue la pervasività del cosiddetto “essere sociale”, prodotto, come si è visto, dalle rappresentazioni stratificate della coscienza collettiva.

Naturalmente, siffatta impostazione funzionalistica non vale per ogni sistema sociale, ma dà ancora buona prova esegetica se lo si applica ad un sistema sociale compatto, come quello cinese, che relega l’individualismo a “funzione d’individuazione”, ad un’infima parte della Ragione Sociale, esattamente come descrive Durkheim.

Del resto, qui in occidente l’individualismo si è emancipato dal pervasivo brodo di coltura succitato in virtù di meccanismi dolorosi, dipanatisi lungo secoli – che dico?, millenni – quali: asperrime guerre, di religione e/o colonial-imperialiste; rivoluzioni con annessi & connessi regicidi et dichiarazioni d’indipendenza – si chiamassero Magna Charta o Bill of Rights – municipalità riottose alle ragioni di imperi più o meno sacroromani, fino agli odierni… eurobonds.

Il tutto, vale la pena ricordare, non si è svolto in maniera lineare e progressiva, ma ha subito battute d’arresto drammatiche, quali i totalitarismi organicistici primo-novecenteschi, che hanno condotto l’Europa al disastroso secondo conflitto mondiale.

Ogni democrazia, in estrema sintesi, passa dal “movente utilitario” per e dell’homo œconomicus di smithiana memoria, più o meno corretta da meccanismi di equità sociale.

Proprio l’opposto, quindi, dell’homo duplex che vive nei sistemi sociali più compatti pertanto cogenti. Che fanno esclamare, con quieta rassegnazione, ai loro membri, anzi, alle loro membra: è nostro destino fin dalla nascita.


(1) Da: Luigi Berzano, Franco Prina Sociologia della devianza, Carocci Faber, Roma, 2003 (nona ristampa dell’edizione del 1995); pag. 59. Laddove si riporta altresì il brano di Durkheim che segue in esposizione.

In un afoso fine giugno 2012


Elisabetta Blasi è nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968.

Laureata cum laude in Scienze Politiche (indirizzo storico-politico) con una tesi sul femminismo americano negli anni Settanta del Novecento, ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia).

Ha collaborato colla rivista web www.lankelot.com come critica letteraria ed opinionista.

Attualmente collabora con le riviste web www.kultunderground.org, www.kultvirtualpress.com www.transfinito.eu, www.lucidamente.com.


Pearl Sydenstricker Buck (1892-1973) è, al pari della praticamente contemporanea nonché compatriota Edith Wharton, una scrittrice di due mondi. Appartenente la seconda presumibilmente al ceto alto-borghese, che esprimeva e a tutt’oggi esprime – in barba ad ogni perseguito innalzamento cetuale da parte di precetti costituzionali, che codificano e cristallizzano la tensione verso l’eguaglianza sostanziale – la “casta” degli alti funzionari; la prima alla middle class, nella fattispecie rappresentata da ministri di culto protestanti, entrambe hanno avuto la possibilità, nel primo Novecento, di viaggiare verso mete a volte esotiche (la Cina della Buck), a volte meno astronomicamente distanti, ma pur sempre differenti (il Vecchio Continente della Wharton), e riportarcele in resoconti che sono perle di etnometodologia sociale.
Non per niente Pearl Buck ricevette il Premio Pulitzer nel 1931, col suo secondo romanzo. Vento dell’Est: vento dell’Ovest è invece la sua opera d’esordio, uscita nel 1930. Si compone di tre racconti, l’uno sempre meno lungo del precedente. Il primo che intitola l’opera; gli altri due sono nomati La prima moglie e La vecchia madre. L’edizione testé commentata fa parte della collana “La biblioteca di Repubblica”, gruppo editoriale L’Espresso s.p.a, in cui è stato pubblicato nel 2003 su licenza di Arnoldo Mondadori, primo editore italiano di East wind: west wind; traduzione di Andrea Damiano.


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