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Un metodo pericoloso: l’origine della psicanalisi

Marina de Carneri
(9.07.2012)

Come è nata la psicanalisi? Sappiamo che il suo fondatore è stato Sigmund Freud. Laureato in medicina a Vienna, Freud era interessato a guarire le cosiddette “malattie nervose” che si diffusero in Europa a partire dal XVIII secolo. Che cos’erano le malattie nervose? Erano disturbi fisici di cui non si riusciva a reperire alcuna origine organica. Per esempio, le persone soffrivano di strane paralisi le cui cause erano introvabili, oppure avevano delle anestesie in zone specifiche del corpo o improvvisamente perdevano la vista, avevano attacchi di convulsioni, disturbi della visione, emicranie, amnesie, stati confusionali, difficoltà a respirare, tachicardie e molti altri sintomi non chiaramente definibili.

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Opera di Hiko Yoshitata

La teoria allora più in voga sull’origine delle malattie nervose era che esse fossero dovute a “squilibri” di una misteriosa energia nervosa che circolava nel corpo e che trovando degli ostacoli, oppure se era iper-sollecitata, produceva una varietà di disturbi fisici e mentali. La cosa interessante era che tale energia poteva essere disturbata da moltissime cose: dal clima troppo caldo o troppo secco o troppo umido, dal cibo, dal troppo ozio o dall’eccessivo lavoro e più tardi con la rivoluzione industriale si cominciò a parlare dello “stress della vita moderna”. Essere “deboli di nervi” come si diceva allora (e anche adesso) poteva anche avere gravi conseguenze se si proveniva dalla classe sociale sbagliata, una di esse era quella di essere dichiarati semplicemente “pazzi” e internati in un manicomio.

Nel corso del XIX la diffusione delle malattie nervose aumentò sempre di più fino a diventare una specie di emergenza sociale tra le classi medie. Questi tipi di malattie venivano chiamate con vari nomi, per esempio isteria, nevrastenia, esaurimento nervoso e per curarle venivano suggeriti i trattamenti più fantasiosi, come l’elettroterapia, cioè l’applicazione di leggere cariche elettriche alle zone del corpo malate, oppure la cura del sonno che obbligava una persona a rimanere a letto per sei/otto settimane senza mai alzarsi e con il divieto di fare qualsiasi attività, incluso leggere, cucire e vedere amici e parenti. Altri rimedi molto diffusi furono i cosiddetti ricostituenti dei nervi, delle pozioni a base di erbe e di altri additivi chimici che resero ricchi molti farmacisti e neurologi e il cui effetto “terapeutico” però non era causato dalle erbe, ma proprio dagli eccipienti che oggi sappiamo essere delle droghe potenti come la morfina, l’oppio, il chinino e la cocaina.

Verso la fine del XIX cominciò a prendere piede l’idea che la causa di queste malattie non fosse l’energia nervosa, ma una degenerazione dei nervi o una patologia delle cellule cerebrali. È qui che incontriamo Freud. Infatti anche Freud, in quanto medico, pensò inizialmente che le malattie nervose fossero dovute a cause fisiologiche che la scienza avrebbe potuto individuare. Per aggiornarsi sullo stato della ricerca scientifica, nel 1885 andò a Parigi a studiare per sei mesi con il famoso neurologo francese Jean-Martin Charcot, che aveva trasformato una vecchia fabbrica di polvere da sparo e in seguito manicomio e ospizio per i poveri, la Salpêtrière, nel più moderno centro per lo studio e il trattamento delle malattie nervose. In questo istituto venivano raccolte moltissime donne sole, povere e senza mezzi che avevano ricevuto una diagnosi di “isteria”. Per Charcot, l’isteria non era uno squilibrio dell’energia nervosa, ma era una patologia ereditaria del sistema nervoso, riconoscibile, oltre che dai numerosi sintomi già menzionati, dal fatto che chi ne soffriva era facilmente ipnotizzabile. L’ipnotizzabilità era quindi un sintomo chiave della malattia denominata “isteria”.

Ma che cos’è esattamente l’ipnosi? Il fenomeno dell’ipnosi si è manifestato agli occhi della società occidentale alla fine del XVIII secolo grazie all’opera di un medico tedesco, Franz Anton Mesmer, che era convinto che la luna e gli altri pianeti esercitassero un influsso su uomini e animali così come lo esercitavano sulle maree. La sua teoria era che la forza di attrazione dei pianeti fosse in grado di mobilitare l’energia dei corpi, energia che Mesmer chiamò magnetismo animale. Nel 1774 Mesmer dichiarò di aver creato una specie di “marea artificiale” in una paziente grazie alla quale la signora si era liberata di tutti i suoi sintomi isterici per molte ore. Tale effetto era stato ottenuto facendole ingerire un preparato a base di ferro e in seguito applicando al suo corpo vari magneti che secondo Mesmer avevano sbloccato il misterioso fluido magnetico imprigionato nel suo organismo.

Mesmer sosteneva che i sintomi delle malattie nervose e le reazioni che i pazienti mostravano nel momento in cui erano investiti dalla presunta azione di un oggetto magnetizzato erano l’effetto dello scorrere del misterioso fluido magnetico nel loro corpo. Questa ipotesi ottenne un grande successo popolare, però non resse a lungo—il cosiddetto “mesmerismo” attirò l’attenzione del re di Francia Luigi XVI che nel 1784 nominò una commissione scientifica per verificare se l’esistenza del misterioso fluido potesse essere provata. Della commissione facevano parte il chimico Antoine Lavoisier, il medico futuro inventore della ghigliottina Joseph-Ignace Guillotin, l’astronomo Jean Sylvain Bailly e l’ambasciatore americano Benjamin Franklin. La commissione concluse che non esisteva alcun fluido e che le reazioni spettacolari che erano stata registrate erano dovute al potere dell’ immaginazione. L’idea di magnetismo animale cadde quindi in disgrazia, ma anche se la teoria era stata smentita, i suoi effetti spettacolari sulle persone erano per la prima volta stati notati e sollevarono la curiosità della comunità scientifica che si attivò per esplorare il potere della suggestione sulla mente umana. Tale potere, infatti, era molto più interessante della supposta azione del magnetismo animale e lo stato psichico indotto dalla suggestione è stato in seguito chiamato ipnosi.

Possiamo definire l’ipnosi come un particolare stato mentale diverso dalla condizione di veglia che assomiglia un po’ al sonno nel senso che l’ipnotizzato ha una consapevolezza solo parziale di ciò che lo circonda. Lo stato ipnotico è caratterizzato da una condizione di grande rilassamento e estrema suggestionabilità indotti dalla fiducia nell’ipnotizzatore. Lo stato ipnotico può avere diversi gradi di profondità, può andare da una leggera sensazione di stordimento fino a uno stato di trance e al sonnambulismo. Quel che caratterizza tutti gli stati ipnotici è il fatto che l’ipnotizzato entra in una condizione di coscienza selettiva in cui solo ciò che dice l’ipnotizzatore è percepito e raccolto, mentre tutto che avviene al di fuori di questa relazione è escluso dal campo della coscienza. L’individuo dorme rispetto al mondo, ma è sveglio nei confronti dell’ipnotizzatore. Freud notava che l’ipnotizzato credeva totalmente alle parole dell’ipnotizzatore. Se l’ipnotizzatore gli dice “lei non può muovere il braccio”, il braccio sarà paralizzato per quanto l’ipnotizzato cerchi di sollevarlo. Se invece l’ipnotizzatore dice “Il suo braccio si muove da sé”, allora il braccio si solleverà come un palloncino. Ma la cosa straordinaria dell’ipnosi è che è fondata sul potere della parola. Con le parole, l’ipnotizzatore può indurre l’ipnotizzato a vedere oggetti, sentire odori o udire suoni. Tutto questo avviene per via dell’assoluta fiducia che l’ipnotizzato ha nelle parole dell’ipnotizzatore. Con le parole, quindi, si può influire direttamente sulla psiche delle persone.

Oggi sappiamo che l’ipnosi è una potenzialità della psiche umana e non il sintomo di una patologia, anche se certamente non tutti possono essere ipnotizzati per il semplice fatto che non tutti desiderano esserlo. Da un punto di vista psicanalitico, possiamo dire che l’ipnosi è una condizione di affidamento dell’ipnotizzato all’ipnotizzatore, il quale prende il posto del’superio dell’ipnotizzato. Per essere ipnotizzati con successo infatti bisogna avere fiducia nel procedimento e soprattutto bisogna avere fiducia nell’ipnotizzatore e implicitamente accettare di fare e sentire ciò che l’ipnotizzatore dirà. Questa condizione di affidamento, nota Freud, è la stessa che un bambino ha nei confronti dei genitori. Le parole dell’ipnotizzatore, come quelle dei genitori per un bambino, costituiscono la verità delle cose. Per esempio, l’ipnotizzatore può impartire una suggestione negativa proibendo di vedere qualcosa che c’è, per esempio una persona. Questa persona allora non riuscirà a rendersi visibile all’ipnotizzato qualsiasi cosa faccia. Oppure si può impartire una suggestione post-ipnotica ordinando all’ipnotizzato di compiere una determinata azione una volta sveglio. Se si chiede all’ipnotizzato da sveglio perché abbia compiuto tale azione, egli dirà di aver sentito un oscuro bisogno di compierla oppure, cosa molto interessante, troverà una spiegazione razionale posticcia per spiegarla (razionalizzazione). Dopo che l’ipnotizzato è stato risvegliato, può non ricordare assolutamente nulla, se lo stato ipnotico era profondo, oppure può ricordare ciò che è successo nello stesso modo in cui ci si ricorda un sogno o infine può ricordare tutto quel che ha fatto, ma sentire di averlo fatto sotto l’impulso di una costrizione alla quale non sentiva alcun bisogno di opporsi.

Freud ebbe l’occasione di studiare l’ipnosi e apprendere le tecniche ipnotiche alla Salpetriére con Charcot. Il suo progetto era quello di trovare una cura per l’isteria, che aveva definito come “la bestia nera della medicina” in ragione del fatto che nessuno era ancora riuscito a produrre un’eziologia coerente della malattia. L’approccio di Freud si rivelò però diverso da quello di Charcot. Freud concluse che i sintomi isterici non erano dovuti a una patologia del sistema nervoso, ma riteneva che fossero—e qui sta la grossa novità—i segni di una malattia dell’anima. L’ipnosi dimostrava che le parole avevano un effetto diretto sulla percezione del mondo esterno e anche del proprio corpo, si poteva quindi pensare che le malattie nervose, in primis l’isteria, fossero proprio l’effetto di parole, cioè di situazioni negative vissute dai malati.

In un articolo intitolato Seelenbehandlung, cioè “Trattamento psichico” Freud spiega che un trattamento “a partire dalla psiche” è un trattamento per mezzo della parola di disturbi che si manifestano visibilmente nel corpo. Consapevole della portata rivoluzionaria di questa tesi, Freud dice:


Il profano troverà certo difficile comprendere come disturbi patologici del corpo e della psiche possano venire eliminati attraverso le sole parole del medico. Egli penserà che si pretende da lui la fede nella magia. Non ha tutti i torti; le parole nei nostri discorsi quotidiani non sono altro che magia sbiadita. (“Il trattamento psichico” p. 93)


Freud aveva preso atto che esisteva una vasta gamma di disturbi fisici che mettevano alla prova pazienza e la scienza dei medici. Oltre ai disturbi cosiddetti isterici classici e spettacolari come le crisi convulsive, le paralisi e le anestesie, c’erano anche disturbi meno spettacolari ma più dolorosi, per esempio i mal di testa, i disturbi di digestione e poi crampi, insonnia, stanchezza cronica, mal di schiena costante e molti altri dolori acuti e di natura mutevole.

Questi disturbi, ha osato sostenere Freud, sono dovuti all’impatto degli affetti sul corpo. “Affetto” è un termine utilizzato in psicologia per indicare la forza delle emozioni. Affetto in latino significa “desiderio” e “volontà” mentre “emozione” viene dal francese émouvoir che significa “mettere in moto” o “eccitare”. Le emozioni o affetti non sono elaborazioni concettuali o ideali, non sono processi cognitivi coscienti, ma sono prima di tutto reazioni del corpo all’incontro con persone e situazioni. Negli esseri umani la relazione con il mondo esterno è veicolata dal linguaggio e espressa prima di tutto attraverso le emozioni. Scrive Freud:

A rigore, tutti gli stati psichici, anche quelli che siamo abituati a considerare processi di pensiero sono in una certa misura “affettivi” e non uno di essi è privo delle espressioni somatiche e della capacità di modificare processi somatici. Persino durante il calmo pensare per “rappresentazioni”, eccitamenti corrispondenti al contenuto di queste rappresentazioni vengono continuamente deviati verso i muscoli lisci e striati. (“Il trattamento psichico” p. 97)

Oggi anche la scienza sta cominciando a verificare questa intuizione. Per esempio, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori dell’università di Parma è stata scoperta l’esistenza di un particolare gruppo di neuroni battezzati “neuroni specchio” perché entrano in azione quando un individuo vede un altro compiere un’azione. I ricercatori hanno verificato che i neuroni che si caricano quando vediamo un’azione compiuta da un altro sono gli stessi che si attivano quando la stessa azione è compiuta da noi stessi. Non solo, gli stessi neuroni si attivano anche quando vediamo l’oggetto di un’azione. Per esempio, nel caso delle scimmie l’azione di afferrare una mela mette in moto gli stessi neuroni che si attivano nel cervello di una scimmia quando semplicemente vede una mela. Quindi, vedere una mela è già desiderare di afferrarla e predisporre il corpo a tale azione. Come ha correttamente osservato Freud anche “il calmo pensare per rappresentazioni” non è separabile dal movimento e dalle e-mozioni.

Gli affetti o emozioni pur essendo delle trasformazioni corporee sono anche degli stati psichici cioè esprimono l’atteggiamento di una persona verso una certa situazione. Il concetto di psiche in senso psicanalitico è rivoluzionario rispetto alla tradizione filosofica e scientifica perché definisce la psiche come dimensione degli affetti, cioè il luogo dell’articolazione di corpo e di linguaggio. Per chiunque di noi è facile verificare che le interazione con l’ambiente e le altre persone suscitano in noi effetti di corpo: se siamo allegri ridiamo, se siamo tristi piangiamo, se siamo spaventati ci viene il batticuore, se siamo angosciati ci si chiude lo stomaco e la gola. Tutte questi moti sono accompagnati anche da modificazioni fisiologiche profonde a livello di tensione muscolare, circolazione sanguigna e flusso ormonale. Tutte queste modificazioni del corpo che noi percepiamo come emozioni hanno una caratteristica importante, il fatto che non possono essere controllate razionalmente—noi non abbiamo controllo sulle nostre emozioni non possiamo imporci di non provare quel che proviamo. Se le emozioni sono stati psichici generalmente di breve durata, gli affetti anche se sono della stessa natura possono durare molto a lungo e diventare degli stati emotivi cronici. In particolare, il nostro apparato psichico sembra essere più profondamente influenzato dagli affetti negativi—la paura, la rabbia, la frustrazione possono avere effetti permanenti sul sistema cardio-circolatorio, digestivo, e sul sistema immunitario tali da iniziare o aggravare patologie pre-esistenti (diabete, tiroidismo da shock)—è il campo delle malattie psicosomatiche. Le “passioni tristi” come le chiamava Spinoza possono indebolire l’organismo e accorciare la vita.

D’altra parte le emozioni possono anche guarire—tutti abbiamo sentito parlare delle guarigioni miracolose. Scrive Freud:

Sarebbe comodo, […..] voler semplicemente negar fede a queste guarigioni miracolose e spiegarle con la coincidenza di un pio inganno e di un’osservazione inesatta. Per quante volte possa risultare giusto questo tentativo di spiegazione, pure esso non ha la forza di eliminare il fatto delle guarigioni miracolose in genere. Queste si verificano effettivamente e si sono verificate in tutti i tempi e non riguardano solo i mali di origine psichica, che hanno dunque le loro cause nell’immaginazione ,[ … ] ma anche stati patologici con una base organica che in precedenza avevano resistito a tutti gli sforzi medici. (“Il trattamento psichico”, p. 99)

Anche chi non ha sufficiente fede per andare a Lourdes può avere accesso a una guarigione miracolosa. Anche nell’epoca moderna, in cui domina la scienza, regolarmente si sviluppano tecniche di cura pseudo-scientifiche reputate eccezionali e medici famosi che le impartiscono. Tali cure durano finché c’è fede sufficiente nella loro efficacia e sono di volta in volta sostituite da altre più consone allo spirito del tempo.

In verità, prima dell’avvento della medicina scientifica, le cure mediche sono state interamentebasate su quel che oggi noi chiameremmo “suggestione” cioè sull’induzione e manipolazione delle emozioni da parte del guaritore per mezzo di formule verbali e pratiche rituali. Tradizionalmente di ciò si è occupata l’arte della magia impartita da stregoni, guaritori, sciamani, sacerdoti e altri. E ciò dimostra che la magia è una cosa seria nel senso che mette in luce l’esistenza di una dimensione dell’essere umano, la psiche, che è inconsciamente governata dalla circolazione delle parole e dei simboli.

La psicanalisi si occupa (naturalmente in maniera diversa dalla magia) proprio della psiche, cioè della dimensione della parola e del simbolo organizzati in un determinato regime simbolico. Tutti gli esseri umani sono immersi fin dalla nascita in un ordine simbolico cioè in un sistema di significati, valori, leggi, riti e miti che articolano la loro esperienza psichica, cioè la loro esperienza di sé e del mondo. Anche i medici moderni quando curano le malattie organiche devono fare i conti con questo aspetto, cioè con l’interferenza del simbolico. Scrive Freud:


Ora cominciamo a comprendere anche la “magia” della parola. Le parole sono infatti i mediatori più importanti dell’influsso che un uomo vuole esercitare su un altro; le parole sono un buon mezzo per provocare modificazioni psichiche in colui al quale sono dirette e perciò non suona più enigmatica l’affermazione secondo cui la magia della parola può eliminare fenomeni patologici, in primo luogo quelli che sono essi stessi fondati su stati psichici. (“Il trattamento psichico”, p. 102)


Nella medicina moderna, l’impatto dell’ordine simbolico sulla psiche si dimostra nell’esistenza dell’effetto placebo. Il placebo è una falsa medicina che però ha effetti reali, anche se per lo più temporanei. La scoperta dell’effetto placebo nella ricerca scientifica si deve uno scienziato americano Henry Beecher che negli anni cinquanta fece degli studi comparati da cui emerse che una rilevante percentuale di malati dichiaravano di sentirsi meglio anche quando avevano ricevuto un farmaco inattivo, cioè un trattamento placebo. Da allora ogni nuovo farmaco prima di essere messo sul mercato deve dimostrare di fare meglio dell’effetto placebo.

L’effetto placebo appartiene alla stessa classe di fenomeni a cui appartiene anche l’ipnosi e non c’è da stupirsi che Freud inizialmente avesse sperato di aver trovato con l’ipnosi il modo di curare le malattie mentali. Il procedimento sarebbe il seguente:

Il medico traspone il malato nello stato di ipnosi, gli trasmette la suggestione, variabile di volta in volta in base alle circostanze, secondo cui egli non è malato e dopo il risveglio non sentirà nessuno dei sintomi del suo male; poi lo risveglia e può abbandonarsi alla speranza che la suggestione abbia fatto il suo dovere nei confronti della malattia. Se un’unica applicazione non fosse bastata, si potrebbe casomai ripetere il procedimento per il numero necessario di volta (p. 107)

Freud però si accorse di un fatto inquietante, cioè che quando i sintomi sparivano se ne producevano degli altri e questo rendeva necessario ripetere l’ipnosi. Ma là dove l’ipnosi era ripetuta si instaurava una sorta di assuefazione al trattamento e una forte dipendenza affettiva del malato dall’ipnotizzatore che lasciava intuire che i sintomi e le relative guarigioni fossero prodotte proprio per mantenere la relazione con l’ipnotizzatore.

Così Freud dovette accorgersi che non era affatto vero che l’ipnotizzatore aveva realmente il potere di cancellare gli stati psichici negativi dei pazienti in primo luogo perché solo una piccola parte delle persone è ipnotizzabile in maniera così profonda da lasciare libero accesso all’intervento suggestivo del medico. In secondo luogo, cosa più importante, perché anche un’apparente completa docilità agli ordini dell’ipnotizzatore non è la prova di una arrendevolezza reale. Scrive Freud:



Se si traspone in ipnosi profonda un uomo sano e gli si impone di mordere una patata che gli si presenta come pera, oppure gli si suggerisce che vede un conoscente e lo deve salutare, si noterà facilmente una docilità completa, perché non esiste nell’ipnotizzato alcun motivo serio che lo porti a ribellarsi alla suggestione. Ma già nel caso di altri ordini, quando per esempio si pretende da una ragazza pudica di spogliarsi, o da un uomo onesto di appropriarsi col furto di un oggetto di valore, si può notare nell’ipnotizzato una resistenza che può perfino giungere al punto di negare obbedienza alla suggestione. (p. 109)


Da questo conclude che l’ipnotizzato è disposto a sacrificare la sua volontà solo nelle cose piccole e di poca importanza, ma l’ordine di rinunciare a un sintomo solleva una resistenza molto maggiore, evidentemente per il malato privarsene è un grande sacrificio. È per questo che i cosiddetti nevrotici sono per lo più poco ipnotizzabili e il ripetuto tentativo di ipnotizzarli dà luogo a una battaglia delle volontà in cui si assiste a un tacito gioco del gatto e del topo in cui il malato (che in questo caso è il gatto) può manifestare e poi far svanire su suggestione dell’ipnotizzatore una varietà di sintomi che però non esprimono mai alla vera causa psichica del problema. Inoltre anche quando i sintomi di cui soffre il paziente scompaiono, scompaiono solo per un certo tempo, al termine del quale il malato si ripresenta dal medico per essere di nuovo ipnotizzato e questo per varie volte finché entrambi si stancano e decidono di lasciar perdere.

Insomma, l’ipnosi, nonostante gli inizi promettenti, non era una cura per le malattie nervose. Non si poteva semplicemente ordinare ai pazienti di stare bene. Che cosa si doveva fare allora? Prima di tutto bisognava capire meglio le cause delle nevrosi. Se le parole potevano produrre percezioni, emozioni e azioni negli ipnotizzati era legittimo pensare che la causa dei disturbi mentali fossero parole, cioè ricordi di episodi traumatici subiti dalle persone nel loro passato che erano stati conservati nella psiche e poi dimenticati o meglio rimossi per via della loro sgradevolezza. La prima teoria psicanalitica della causa delle malattie nervose (che sono riassumibili sotto il termine di “isteria”) è stata che “l’isterico soffre di reminiscenze”. Questa teoria fu formulata da Freud insieme a Joseph Breuer nel libro scritto insieme e intitolato Studi sull’isteria (1895). Secondo la coppia Breuer/Freud.



Il trauma psichico, o meglio il ricordo del trauma, agisce al modo di un corpo estraneo, che deve essere considerato come un agente efficiente anche molto tempo dopo la sua intrusione”. (p. 179)



Si trattava ancora di una teoria medica delle nevrosi, quindi non ancora psicanalitica—il trauma era visto come un virus che agiva segretamente perché non era stato consapevolmente riconosciuto nel momento in cui era stato vissuto e che doveva in qualche modo essere portato allo scoperto. In che modo? Secondo Breuer era prima di tutto necessario, con l’aiuto dell’ipnosi, portare alla coscienza il ricordo rimosso e poi attraverso la verbalizzazione bisognava produrre un’abreazione, cioè un’espulsione dell’affetto represso che si era coagulato intorno al ricordo traumatico. Scrive Freud/Breuer:



Trovammo infatti […] che i singoli sintomi isterici scomparivano subito e in modo definitivo quando si era riusciti a ridestare con piena chiarezza il ricordo dell’evento determinante risvegliando insieme anche l’affetto che l’aveva accompagnato e quando il malato descriveva l’evento nel modo più completo possibile esprimendo verbalmente il proprio affetto. Il ricordo privo di elementi affettivi è quasi sempre del tutto inefficiente; il processo psichico svoltosi in origine deve ripetersi con la maggiore vivacità possibile, deve essere riportato nello status nascendi e deve poi essere espresso in parole. (p. 178)



Insomma, il primo trattamento psicoterapeutico, ma non ancora psicanalitico fu basato sul metodo cosiddetto catartico perché fondato sull’abreazione in seguito all’esperienza di Breuer con Bertha von Pappeheim (Anna O.). Secondo questo procedimento il medico (non ancora psicanalista) ipnotizzava il paziente invitandolo a ricordare episodi passati per poi indurlo a rivivere tali episodi con il massimo del coinvolgimento emotivo in questo modo aiutandolo a depurarsi del loro influsso nocivo.

Tuttavia, al termine del libro Studi sull’isteria c’è un saggio di Freud scritto tre anni dopo lo scritto introduttivo che si intitola “Psicoterapia dell’isteria” in cui il metodo catartico viene messo in discussione. In primo luogo, osserva Freud, non tutti gli individui sono ipnotizzabili e in particolare i nevrotici lo sono meno degli altri. Inoltre anche quando si riesce a ipnotizzarli è spesso difficile riuscire a reperire i ricordi traumatici repressi responsabili dei disturbi. In secondo luogo, è vero che i sintomi legati ai ricordi rimossi vengono eliminati ma è anche vero che se ne producono sempre di nuovi e ciò dimostra che il trattamento “non influisce sulle premesse causali dell’isteria” (p. 401). Freud fu dunque costretto a cercare nuove soluzioni per sormontare queste difficoltà.

La soluzione per ovviare all’impossibilità di ipnotizzare i malati fu il metodo della libera associazione delle idee. Se i pazienti affermavano di non ricordarsi quando e in che situazione erano cominciati i loro sintomi, invece di tentare di ipnotizzarli, Freud cominciò a ricorrere a un gesto simbolico che era comunque una suggestione ipnotica. Freud faceva pressione con le mani sulla fronte del paziente dicendogli che in quel momento gli sarebbe venuta in mente un’idea, un’immagine o un ricordo particolare e che qualunque cosa fosse avrebbe dovuto comunicarla senza alcuna censura o modifica. Con questa tecnica, Freud si accorse che era più facile innescare la concatenazione dei pensieri e dei ricordi. È la nascita della tecnica della libera associazione.

Freud si accorse tuttavia che anche con questa procedura era difficile ritrovare dei ricordi o pensieri che si ricollegassero ai sintomi di cui il paziente soffriva. Spesso il paziente non trovava niente da dire oppure si diceva distratto da qualche rumore oppure diceva qualcosa di importante premettendo che gli sembrava del tutto insignificante o troppo banale e evidente. Le difficoltà di innescare la libera associazione portarono Freud a elaborare un concetto fondamentale in psicanalisi, il concetto di resistenza dell’io—il fatto che esiste un moto automatico, una forza di inerzia dell’io ad allontanare da sé, cioè dalla coscienza pensieri penosi o sgradevoli. Per quanto una persona (non solo i nevrotici) si impegni e desideri attraverso la libera associazione richiamare alla mente certi pensieri, esiste una sorta di riflesso condizionato dell’io che esercita una resistenza.

Inoltre, Freud si accorse che il processo psicoterapeutico non funzionava affatto come supponeva il metodo catartico, cioè il ricordo o pensiero patogeno non era affatto un nucleo isolato che poteva essere liberato e poi espulso dopo aver debellato la resistenza. Osserva Freud:


Non ci si deve attendere un ricordo traumatico unico e quale suo nucleo un’unica rappresentazione patogena, ma ci si devono aspettare una serie di traumi parziali e concatenazioni di processi ideativi patogeni. (p. 424)


In altre parole, il ricordo o il pensiero traumatico non è uno e non è unico. Freud scopre che nella psiche le idee non sono unità discrete che si possono contare e separare per grandezza o per colore come biglie su un pallottoliere. I pensieri sono piuttosto come un filo ingarbugliato in una matassa che l’analizzante percorre lentamente e faticosamente con l’aiuto dell’analista. Nel momento in cui Freud compie il passo dalla rappresentazione della causa psichica come singolo “nucleo patogeno” al concetto di “concatenazioni di processi ideativi”, nasce la psicanalisi vera e propria. Infatti a questo punto non si tratta più di “abreagire”, di “espellere” o di “purificare”, ma si tratta appunto di analizzare i processi di significazione della psiche

.

Nel procedere della psiche-analisi, la resistenza dell’io è strutturale, cioè inevitabile, per due motivi, uno è l’automatico ritrarsi dell’io dai pensieri che suscitano dispiacere, l’altro è dovuto al funzionamento stesso della coscienza. Scrive Freud:


Nella coscienza dell’io può entrare solo un ricordo alla volta; il paziente occupato nell’elaborazione di questo solo ricordo non vede nulla di quel che incalza e dimentica tutto quello che è già passato. Se il superamento di questo ricordo individuale urta contro qualche difficoltà […] il passaggio è per così dire bloccato; il lavoro si inceppa, non può sopraggiungere nient’altro e quel ricordo singolo che sta aprendosi la via rimane di fronte al paziente finché non l’abbia accolto nell’estensione del proprio io. Tutta la massa voluminosa di materiale patogeno viene così trafilata attraverso una stretta fessura arriva così alla coscienza come tagliata a pezzi o in nastri. (p. 425)


Il lavoro dell’analisi che l’analizzante compie con il sostegno e il contributo dell’analista sta proprio percorrere i “nastri” del pensiero. Volendo usare un’altra metafora si può dire che l’analisi della psiche funziona come un pettine o una spazzola che sgarbuglia i pensieri e le emozioni.

Dal punto di vista della psicanalisi, tutto ciò che non è illuminato dal faro della coscienza, mentre non è illuminato è l’inconscio. È importante sottolineare che l’inconscio freudiano non è ineffabile, non è il lato oscuro della luna, cioè la parte sempre in ombra che non riusciremo mai a vedere. Ma è semplicemente quello che in quel momento la coscienza non illumina perché il suo faro è puntato altrove. Ciò non toglie che possa averlo già illuminato o che lo farà in futuro. Tuttavia, è altrettanto vero che l’inconscio è ineliminabile e che là dove c’è coscienza c’è necessariamente anche l’inconscio perché mentre la coscienza è una e lineare, l’inconscio è molteplice e plurale e atemporale perché è l’insieme dei processi di senso che caratterizzano un individuo e che si sono sviluppati a partire dalle sue esperienze vissute e che esistono simultaneamente. Mentre la coscienza esprime giudizi razionali univoci e non ammette ambiguità, l’inconscio è percepito nella varietà degli affetti e delle emozioni e si fa sentire per esempio nell’esperienza dell’ambivalenza, del dubbio, dell’angoscia, ma anche della felicità. In altre parole, il campo dell’inconscio è il campo in cui i processi di significazione fanno effetto di corpo—da questo stesso campo hanno origine non solo la psicanalisi e le malattie “nervose”, ma anche l’arte, la musica, la letteratura e la poesia.


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