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A proposito di "Zero. La storia di un’idea pericolosa" di Charles Seife

Lo zero senza più mitologia

Giancarlo Calciolari

Aristotele teorizza il numerale e non il numero, l’enumerazione e non l’innumerazione.
La società numerale applaude le pseudo scoperte dei numero uno, mentre i numero due complottano per destituire i falsi numero uno, nel frattempo che gli "zeroici" sabotano e rovesciano le comunità unidimensionali...

(27.06.2010)

Charles Seife, laureato in matematica presso la Yale University, vive a Washington e è corrispondente dagli Stati Uniti della rivista internazionale "New Scientist". Il suo libro Zero. La storia di un’idea pericolosa (Bollati Boringhieri, 2002, pp. 257, € 29,00) è il romanzo dello zero, dalla sua nascita in oriente alla sua difficilissima introduzione in occidente.

E si può leggere così il libro di Charles Seife, come una brillante attraversata della teologia, della filosofia, della matematica e della fisica. Gli esempi, le parabole, gli aneddoti dell’autore procedono dall’apertura e mai prendono la matematica come una questione chiusa, appannaggio di una casta, illeggibile ai non addetti.

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Hiko Yoshitaka, "Il capitale intellettuale", 2002, ceramica a smalto, cm. 28x28

La cosa risulta chiarissima negli ultimi capitoli del libro che riguardano la fisica: la teorie della relatività generale e la teoria quantistica (con le loro ipotesi di fine dell’universo, l’una per fuoco e l’altra per gelo) non trovando la via dell’esperienza, più che la via della dimostrabilità sperimentale, risultano nemmeno fiabe dell’origine e della fine ma mitologie. Ossia fantasmi di fantasmi in sospetto di materialità, che altri non è che sostanzialità. Fantasma di controllo della materia. Fantasma di morte.

Solo Peano nel suo Formulario di matematica dei primi del novecento arriva all’assioma.: "zero è numero". Fino a allora era una sorta di non numero. E oggi lo zero è giunto all’apoteosi nel quadro della teoria dei buchi neri.
Per Seife in ciascun confronto con lo zero vengono messe in crisi le basi della filosofia, della scienza e della teologia.

Allora, con Aristotele, si trattava del "nulla" , che solo in parte introduceva la questione dello zero. In effetti nella lingua tedesca lo zero tutt’oggi è null. Anche l’infinito, il gemello dello zero secondo Seife, con Aristotele è introdotto parzialmente come infinito potenziale, dato come escluso nell’attuale.

Eppure anche nell’ipotesi di attualizzazione, l’infinito potenziale attualizzato non è l’infinito attuale di Cantor. Anche lo zero di Seife è lo zero potenziale e non lo zero funzionale.

Che cosa vuol dire che lo zero e l’infinito della logica matematica sono potenziali? Vuol dire che implicano l’impotenza come risultato.

Tale è lo zero è che moltiplicando azzera e dividendo rende infinito.

Anche nella vita degli umani c’è una drammatologia dello zero e dell’infinito: ripartire da zero, i conti che si azzerano, l’assenza d’infinito e quindi le cose che finiscono... l’aria che finisce, i soldi che finiscono, le vacanza che finiscono, il sole che si spegne... appunto.

Questa drammaturgia arriva sino alle mitologie della fine dell’universo, per fuoco o per gelo. L’apocalisse? Non nel senso della fine delle cose, bensì in quello più vicino al suo etimo di "rivelazione". Quale rivelazione? Quella della natura sub atomica della materia, dell’energia del vuoto per creare il motore che non consuma quasi niente, per decidere la progettazione a tavolino della mappa genetica dell’uomo nuovo...?

L’apocalisse è il teorema dell’assenza di rivelazione gnostica. Non c’è la conoscenza delle cose. Le cose sono irrappresentabili, come insegna la lezione ebraica. La scienza dell’esperienza, la cifrematica, dove lo zero e l’infinito sono funzionali e non potenziali, non è la scienza della conoscenza, non è scienza del discorso.
Le teorie matematiche omettono di dire che ogni tentativo di fondazione della matematica è stato un insuccesso (Frege, Dedekind, Cantor) e che i relativi successi sono il risultato di un compromesso linguistico proprio rispetto alle contraddizioni dei tentativi di fondazione (Russell, Zermelo, Gödel, Cohen): lo stesso compromesso linguistico costituito oggi dalla teoria delle stringhe.

L’aritmetica è innumerazione originaria delle cose che procede dal due e comincia dallo zero e non da uno. Lo scacco di Aristotele e dei suoi epigoni, Seife compreso, è quello di chi parte da uno e quindi, sia che lo ammetta o non lo ammetta, implica lo zero dello zero e l’infinito dell’infinito. Lo zero e l’infinito potenziali: rispettivamente la negazione dello zero e la negazione dell’infinito.
L’uno di Aristotele non è l’uno funzionale: è l’uno funzionalizzato, numerizzato.

Aristotele teorizza il numerale e non il numero, l’enumerazione e non l’innumerazione.
La società numerale applaude le pseudo scoperte dei numero uno, mentre i numero due complottano per destituire i falsi numero uno, nel frattempo che gli "zeroici" sabotano e rovesciano le comunità unidimensionali...

E intanto Freud prima di essere numeralizzato ha venduto in dieci anni solo seicento copie dell’Interpretazione dei sogni; libro che oggi è un long-seller.
Occorre che ciascun matematico, poeta, imprenditore, scrittore, cuoco, musicista, politico, danzatore, scienziato, filosofo... si confronti con la cifrematica, la scienza della parola inventata da Armando Verdiglione.
Ciascuno ha da trarre nell’infinito dell’atto di lettura della cifrematica tanti e quali materiali per la propria esperienza di vita.

Noi, per esempio, senza questa lettura della cifrematica non ci saremo mai accorti che l’infinito potenziale all’infinito non raggiunge il transfinito. Un esempio più semplice? La vita inautentica anche al colmo del virtuosimo nell’accumulo di beni e di soldi non raggiunge mai la vita autentica.

Inoltre non ci saremo mai accorti di quante questioni può porre l’eccellente traduzione di Gabriele Castellani di un ottimo romanzo di matematica quale Zero di Charles Seife.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".

1 ottobre 2002


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