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L’ebraismo. Un’ipotesi abduttiva

Francis Pagano
(5.06.2012)

“L’ebreo è un libro”, l’ebreo non ama l’immagine, non ama il Nome e nemmeno lo rappresenta, egli è libro, egli è parola che, Dio ha donato lui, nella funzione libera.
Per l’ebreo scrivere è scrivere nell’istante in cui Dio si ritira dalla parola, è atto di rivoluzione come tentativo suicida di rappresentare la parola. Il Nome.

In ebraico le lettere sono numeri per esempio aleph è l’uno che, nel momento in cui si vede, si vede yod, il quale si sposta di posizione, un po’ qui e un po’ là, e infine il vav che è l’uno ma anche il tre. Yod corrisponde al dieci, Yod è ancora dieci e Vav è il sei, la composizione è che Aleph è 1- è 3, è il 26. Il ventisei è il Nome di Dio, il tetragramma, il Nome. Dunque Dio non ha nome pertanto non ha dogma.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2007, gesso patinato

La Bibbia ebraica s’apre con un bet il due, la b come Bereshit, il cominciamento anteriore, e “finisce” con un lamed il trenta, considerata la più grande delle lettere. Dunque componendo 3 e 2, 32, lamed bet, si traccia il cominciamento del cuore, il battito del cuor, il viaggio del cuore.

Un ultima nota intorno al testo ebraico è di Sefer Jetzira, che scrive: “Dio creò, con che, con che cosa?- con il, sfà, saffer, seppur” esse sono la stessa parola Sfà significa cifra, numero, Seffer è il libro come spazio, Seppur è il racconto, il vocabolo. Dio creò il mondo con questa parola, il viaggio nella parola, dove ciascuno ha la sua propria lettera, ciascuno è una lettera particolare.

Ma la nostra ricerca ci porta “all’origine” della questione ebraica che, risalente a Mosè, questa religione si distingue, attraversando la lettura di Freud, da quella Egizia.

La prima, quella ebraica, afferma un Dio unico e onnipotente il cui nome è impronunciabile e impossibile da mostrare. Una fede in tale assolutezza, erige un Monoteismo e naufraga sull’immortalità: di una vita oltre la morte.
Per contro la religione egizia erige un Politeismo, le cui note si rintracciano ancora oggi nelle diverse rappresentazioni greche di statue e templi, Dèi-Uomini/Dèi-Animali; il Dio Sole o gli Dei delle costellazioni, ma affonda sulle funzioni di tali Totem cui le differenze risultano minime.

Nella lettura del Mosè di Freud s’annota, da una parte un Mosè che condanna, censura la magia e la stregoneria, e dall’altra un Mosé che eccede, abbondando di arti occulte e incantesimi.

Tali incantesimi danno così forma e dominio a Osiride, dio dei morti, incontrastato signore degli egizi, testimone della circoncisione che, come fossile guida, per dirlo con Freud, è segno di una consacrazione divina.


Questa consacrazione divina, cui i sacerdoti Madian fanno riferimento, inscriveva limitazioni nell’uso del nome di Dio, nel rito giudaico, affermando un nuovo tabù.
Al posto di Yahweh, il dio vulcano, si doveva dire Adonay. L’assonanza tra il nome egizio Atòn, (nome arcaico per il dio del sole) e la parola ebraica per Adonay (mio signore), e il nome siriaco Adon, apre le porte a una comunanza tra lingua e significato entro cui l’ipotesi ebraica menziona Adonay come l’unico Dio del popolo d’Israele.

Il privilegio di tale atto-segno e tabù, trova orgoglio e nobiltà che, Mosè, pronunciò come Popolo Santo. Questa espressione si ritraccia nel testo biblico, il quale non manca di contraddizioni causate da una modificazione, nota come Codice sacerdotale, entro cui l’opera subì una vera rielaborazione da parte di Esdra e Neemia.

Ciò che s’agita è la deformazione che, nel suo doppio senso, è testimone circospetta della forma e del luogo, in cui si nascondono elementi ripudiati, rifiutati, minimizzati dal contesto.

La lettura intorno al fossile guida, riguarda l’innovazione dell’uomo sulla natura. L’operazione è cambiamento della natura, del corpo che non è perfetto, la quale avviene l’ottavo giorno, a una settimana dalla nascita del figlio, il cui insegnamento è quello di vivere sempre a livello dell’otto, dell’infinito, dove la Torah è solamente personale.


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14.02.2017