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Il miraggio della padronanza

Giancarlo Calciolari
(29.05.2012)

Ecco un esempio di miraggio della padronanza tratto da una materia che pare non appartenere all’indagine psicanalitica. Alan Rusbridger della Think Tank Neoliberista inglese The Adam Smith Institute ha dichiarato quanto segue: “Noi proponiamo cose che la gente considera sulla soglia della follia. Dopo un attimo le ritrovano sulla soglia delle politiche”, nel 1987 sul The Guardian. Le ritroviamo nelle pratiche sostanziali e mentali, per esempio come psicofarmaci nel mercato e come ideologie nelle università e nei centri di ricerca. È una follia bollare l’attività dei bambini per fondarla sui limiti di una presunta iperattività da curare con psicofarmaci, per poi abbassare la soglia dell’eccezione e considerare tutti i bambini potenzialmente malati da curare con la chimica. Il dibattito sull’educazione ridotto alla somministrazione di colpi, tale è l’etimo di farmacia. Un colpo come rimedio, un colpo come veleno. È la stessa cosa.


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Opera di Hiko Yoshitaka

Tra le mirabili cose proposte negli ultimi trecento anni ci sono le malattie mentali, che eminenti psichiatri, come Thomas Szasz e Giorgio Antonucci in Italia hanno negato come entità mediche. In ogni caso, rispetto al fatto di natura, al presunto zoccolo organico, le cose proposte, la costruzione culturale, il miraggio della padronanza della vita a fini di lucro, è del 99,99%. Per Thomas Szasz la psichiatria si riduce a un’operazione di polizia, di padronanza psichica, che include già il tribunale e la prigione, poiche si conclude con l’assunzione di psicofarmaci: la gabbia chimica ha sostituito le mura dei manicomi. È noto in Trentino che la soluzione finale comprendeva i malati mentali assieme agli ebrei, agli zingari, agli omosessuali… Mi riferisco al destino dei malati del manicomio di Pergine che furono deportati.

Il miraggio della padronanza c’è stato anche col caso del piccolo Simone, detto Simonino, prima beatificato e poi de-beatificato. Prima c’è la cosa proposta dal miraggio della padronanza rispetto al fatto: un bambino è stato orribilmente trucidato. Si è trovato il cadavere o si è fatto trovare vicino alla piccola comunità ebraica di Trento: se A allora B, che è lo pseudo sillogismo, viene applicato. L’accusa infame, che viene dall’ipotesi di deicidio del popolo ebraico, che avrebbe permesso il sacrificio del figlio di Dio, è che la comunità ebraica di Trento fosse responsabile integralmente dell’uccisione di Simone. Poi c’è la morte inferta dal miraggio: nel 1475 vengono condannati tutti i membri della comunità ebraica di Trento: furono uccisi anche le donne e i bambini. Il business? Il principe vescovo Giovanni Hinderbach incorporò i beni ingenti della piccola comunità per lo più dedita al prestito su usura. Gradi differenti di cannibalismo sociale?



Qui termina il paragone: l’analisi non è solo una ricostruzione storica della verità, come gli scritti degli storici Fulvio Jesi o Ariel Toaff.

Nononostante la metafora archeologica di Freud, e il suo interesse per le statuine egizie, la verità non è criptata in una scena primordiale e quindi da decifrare. Nessuna archeologia dell’inconscio, sebbene in modo letterario si possa parlare di strati e di palinsesto. Ritroviamo semmai queste tesi nell’inconscio teorizzato dai filosofi. Non è il luogo del rimosso, del represso, delle negazioni, del male, della malattia, del peccato. Non è neanche dinamico nel senso che possa attualizzarsi come potenzialità. È uno dei modi impossibili d’insegnare la psicanalisi all’università, come psicologia dinamica. Tutte le varianti di inconscio sono caricature della gnosi, sono pseudo teorie, ovvero miraggi della padronanza dell’inconscio. La psicanalisi non è una filosofia, non è una teoria della conoscenza, non è una scienza umana, ossia non è una psicologia, non è un’antropologia, non è una sociologia, non è una branca della medicina… Sono legione i tentativi di annettersi la psicanalisi per privarla della sua specificità. Per quanto possa sembrare facile, alla portata dei ciarlatani, legali o illegali, la psicanalisi è una pratica di parola, in cui ciascuno mette in gioco i miraggi della sua padronanza e del controllo, che chiamiamo malattie mentali, malattie psicosomatiche e malattie organiche. Le guarigioni miracolose di cui parla Freud riguardano infatti anche le malattie organiche. Certamente, non trattandosi del principio di persuasione, di suggestione e di influenza, presente nell’approccio iniziale di Freud con l’ipnosi, Jacques Lacan ironizza sui successi della psicanalisi affermando che non raggiungeranno mai i fasti di Lourdes.



La psicanalisi è una pratica scomoda, disagevole, si occupa del disagio solo con le armi della parola, senza i cannoni farmacologici e le armate istituzionali totali del controllo. È un metodo pericoloso per la società, perché i padroni vorrebbero tenere il miraggio della padronanza, miraggio esteso sino agli schiavi, quali candidati al posto di padroni dei padroni.

Ma non ci sono padroni e schiavi della parola. Questa è la forza incredibile, inopinabile della parola. L’inconscio è inasservibile, impadroneggiabile. Ma parlare di malattie mentali, di nevrosi e di psicosi potrebbe lasciar credere che non ci riguarda, che l’inconscio psicanalitico riguardi solo la psicopatologia. Quasi che l’inconscio fosse da debellare come malattia. Il sintomo invece è la via, è il metodo. Non la rappresentazione del sintomo, non la sua manifestazione reattiva, che è il miraggio stesso della padronanza.

Lapsus, sbadataggini, atti mancati, dimenticanze, sogni, umorismo, motto di spirito: la parola originaria è innegabile, indistruttibile. E agisce: la rappresentazione del disagio può articolarsi linguisticamente e svanire.

Come testimoniano gli autori del Manifesto per la psicanalisi, qualcuno può accontentarsi della guarigione, della presunta scomparsa del sintomo - in realtà è scomparso il miraggio di padroneggiarlo, la sua rappresentazione – e il corpo non deve più scriverla. Resta l’analisi della società, del suo funzionamento, dei suoi fantasmi fossilizzati in ideologie. Gli attacchi alla psicanalisi, a Freud, indicano l’insopprimibilità dell’inconscio. La dissidenza che temono i poteri, e non solo gli stati totalitari, è la dissidenza dell’inconscio e non la dissidenza dei dissidenti, che ne è solo un aspetto. Quel che teme ognuno, che cerca di vivere imperando sulla vita, ossia padroneggiando l’oggetto e controllando il tempo, è la dissidenza dell’inconscio.
Quando uno pensa che il miraggio della padronanza non ha funzionato bene, ma che al suo interno c’e il funzionzamento ideale, che permetterebbe il successo della padronanza, allora è fregato. Ancora una sigaretta. Ancora un ultimo bicchiere di vino, ancora l’ultima minima comune pillola per qualcosa.



Se i costruttori di automobili ci vendono un’auto difettosa facciamo loro causa se non ci viene riparata o sostituita. Se le auto difettose sono migliaia o milioni si va dalla sommossa all’insurrezione. Se sollevando il cofano non troviamo il motore ma una gallina dalle uova di piombo ci solleviamo anche noi. Invece ingoiamo miliardi di pillole di pillole che non servono a nulla e che spesso sono nocive.



Veniano a due esempi di miraggio della padronanza, ben intrappolati e paralizzati: masturbazione e prostituzione. Il magro sostituto e il grasso sostituto della sessualità. Eppure il sesso e la sessualità sono insostituibili.
Il miraggio della padronanza gettato sulla masturbazione, che per duecento anni e più ne ha fatto una malattia mentale dagli effetti catastrofici, morte compresa, è oggi differente, assunto giubilatoriamente in alcune frange dell’arte e del sessismo. Senza farne nuovamente una questione di morale, questo tentativo di miraggio di padronanza della sessualità non è più analizzato. Nessuno va più in analisi per via della masturbazione. E nessuno va in analisi per via della frequentazione di prostitute. Il massimo del dibatitto sociale oscilla tra legalizzazione della prostituzione e il suo mantenimento nell’illegalità. C’è anche chi vorrebbe la riapertura dei bordelli, come il sindaco di Verona.


La psicanalisi ha elaborato le fantasie di prostituzione, a partire da Hélène Deutch. Non mi pare che siano note narrazioni di casi di prostitute che hanno fatto un’analisi. Ci sono rari contributi sparsi. Ma non ho mai fatto una ricerca precisa. Jacques Lacan ha notato che la donna entra nel gioco delle identificazioni sessuali come madre. E la cosa non diviene altra aproposito della prostituzione. La prostituta è in posizione di madre facile, possibile, svilita, venduta. E c’è chi si è accorto che l’uomo con la prostituta è in posizione di padre offeso, vilipeso, castrato, mancante. Nonostante questo, quasi nessun ricercatore negli studi sulla prostituzione annota la struttura di feticcio, cioè di fittizio, di fattizio, di costruito, di creato, della donna nella prostituzione. Come se non si notasse più la pseudo vita, la vita parallela, la vita inautentica in gioco nella prostituzione. Stesso miraggio col denaro: come se vincere al lotto, rubare, falsificare fosse la stessa cosa di guadagnare lavorando. Come se una prostituta potesse sostituire senza resti e senza paradossi, senza contrappassi e contracolpi, una donna. Come se la donna fosse sostituibile. E così la masturbazione come sostituzione, in cui la finzione sta al posto della realtà, si spaccerebbe come pulsione quando invece è la sua rinuncia. Freud scrive all’amico Fliess, l’anno dopo aver inventato il termine psicanalisi (22 dicembre 18979) che la tossicomania e l’alcoolismo sono i sostituti della masturbazione, varianti dell’onanismo: sostituzioni di sostituzione, e così all’infinito.


E tutte le teorie mediche, paramediche e morali che hanno occupato la piazza dell’onanismo, occupando anche il mito di Onan che non si è mai masturbato? Ai primi del novecento (1912), Edith Watson, della Women’s Freedom League, che si ispirava al pensiero di Elizabeth Blackwell, la prima donna medico d’Inghilterra, dice che non c’era un grammo di verità nelle dottrine desuete della masturbazione e che i suoi pretesi effetti perversi non sono che “uno spaventapasseri che è stato eretto”. Edith Watson si era accorta che ciascuna volta che ci si imbatte in due-pesi-due-misure c’è un problema sociale fittizio: lei si riferiva alle tesi di chi spronava la prostituzione per gli uomini e l’astinenza per le donne, piuttosto che la masturbazione. En attendant Godot, ossia il miraggio di una sessualità genitale completa, altro miraggio, solo parzialmente dissipato. Si tratta anche dell’occhio sociale, erede di quello rinchiuso nel triangolo, che vorrebbe farsi webcam fissa nelle alcove per dirigere il traffico. Di questo parla Michel Foucault con il termine di biopotere, anche come controllo delle nascite e controlli delle morti. Eugenia e eutanasia.


Le questioni dell’analisi che non possiamo sostituire con altri miraggi? Lacan ha chiamato il godimento dell’idiota quello della masturbazione. Allora, qual è in ciascun caso il godimento che non ha più nulla a che vedere con l’idiozia? E ancora, in ciascun caso: quando una donna non è più in debito rispetto a un’impossibile rappresentazione della madre, sia fata o sia strega, sia la prostituta sacra di un dio padre o la prostituta profana di un povero diavolo?


La risposta non viene dalla metachimica, oggi imperante sia legalemente che illegalmente con farmaci e droghe, che ha sostituito la metafisica che a sua volta ha sostituito la teologia. La risposta viene dalla parola, singolare e originaria, di ciascun analizzante. Parola insostituibile, i cui effetti sono anche di terapia. La psicanalisi si attiene alla libertà della parola. Non a caso e tanto meno a casaccio, ma secondo una logica e una procedura da inventare in ciascun caso.



23 maggio 2012


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