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La questione che mi poni e non da questa lettera è difficile. Mi pare che quarant’anni o più della tua vita ci girino intorno. Ha la costanza della questione della balbuzie per me. Ben che "ormai" io balbetti così poco che recentemente un balbuziente (professore liceale) si è spinto ad accusarmi di essere un normoloquente che dicendo di essere (stato) balbuziente adesso fa figura di essere guarito molto meglio dei noti ex balbuzienti, che mostrano sempre la corda di un controllo sulla parola e che dà loro un aspetto di metronomo, di uomo robotizzato.

È vero che arriva quando vuole e se ne va se vuole, poiché ciascun elemento della parola è impadroneggiabile, incontrollabile. In tal senso la balbuzie è un controllo sempre in fallimento della parola. Tuttavia arriva (la ciclotimia, la balbuzie, la rappresentazione del sintomo) quando il sogno di padroneggiare la vita (la parola per il balbuziente) riprende e tutto sembra facile, risolvibile, a portata di mano. Le tue lettere dopo il mio ritorno in Italia avevano questa leggera euforia. Poi c’è la non realizzazione del fantasma "megalomane" e la realizzazione dell’oligomania, della disforia, del profilo basso, così basso da poter presumere di staccare la presa dalla vita dura. Poi la morte in vita è impossibile, anche perché l’incognita, su cui insisti in questo tuo nuovo scritto, non diventa mai cognita. Ovvero l’inconscio è insopprimibile. Allora torni all’essenziale, che per te passa per la scrittura e per lo scrivere. E lentamente, con un bel testo come quello che mi hai inviato riprendi a riemergere, e per un breve tempo divieni dantescamente tetragono ai colpi di sventura, ossia immune all’attrazione dell’alta marea e della bassa marea. Poi la riuscita del testo pare un’onda di alta marea. Questo è il ciclo. Il timo non centra niente.
L’ipotesi del timo è la stessa della mala bestia. La bestia (ma anche l’uomo, il diavolo, l’animale, il vegetale, il minerale e il dio del teismo non quello del monoteismo) rimane come sentinella del tentativo di eludere il nome, la responsabilità, l’autorità. L’ipotesi naturale che l’andare su e giù sia una questione biologica, legata al corpo, è fatta proprio per togliere la questione di vita, la questione intellettuale. E così restano le questioni inintellettuali: l’eredità, la costituzione, la patologia della persona, i disturbi umorali. Tra l’altro sono questi temi cari alla psicoterapia del Terzo Reich, che non è altro che la psicanalisi senza Freud. Cosa corrente. In tal senso il nazismo non è per nulla stato sconfitto e digerito intellettualmente e quindi viene riaggiornato, ripetuto, per esempio con l’eliminazione intellettuale in pillole: gli psicofarmaci.
Quindi non puoi "passartene" della ciclotimia, che come tale è un’invenzione di quell’apparato poliziesco che si chiama psichiatria. Occorre affrontarla, leggerla, come leggi ciascun testo della ricerca. Ha la stessa complessità e semplicità. Perché chi come te può affrontare Sant’Agostino, il Papa e i più neosemplici come Henri Corbin, non riesce ad affrontare l’altalena tra mania e malinconia? Io che sono in condizione di leggere Freud, Lacan e Verdiglione perché non dovrei essere in condizione di leggere la balbuzie? Certamente i "tutti", anche balbuzienti, affermano che non posso leggere altrimenti la balbuzie dal come la leggono loro; e dovrei accettare lo psicofarmaco, di farmi curare con il metronomo e col metodo fonatorio-animale, quasi umano, e soprattutto dovrei smettere di questionare incessantemente la balbuzie in modo intellettuale.
La balbuzie torna all’istante quando io cedo sull’essenziale (Lacan diceva sul proprio desiderio). E così la ciclotimia riparte per un altro giro quando dai per scontato che non riuscirai sull’essenziale, foss’anche la coltivazione di azalee.
Dove la paura (anche del ritorno del ciclo) insiste nel cominciamento di qualcosa, lì c’è la pista da seguire rispetto alle cose che si fanno. Ma se si abdica alle cose da fare, all’istante si spalanca il baratro sotto i piedi. E la sensazione è che il ciclo sia arrivato quando voleva arrivare.
La voluntas non è del ciclo, né di un dio minore che tira giù. La volontà della parola è senza più soggetto, non è alla portata di nessuna mano dell’uomo. E quando l’uomo crede alla volontà come a una sua facoltà allora s’imbatte nella controvolontà. Piccola perla paradigmatica di Freud, la citazione di un presidente di un’assemblea che comincia dicendo "la seduta è chiusa". Sicuramente "voleva" dire "la seduta è aperta".
Il matematico Georg Cantor voleva sopravvivere facendo il professore di filosofia, dopo aver evitato l’insegnamento della matematica, e finisce diciassette anni in manicomio. Gli esempi sono legione.
Non si può buttare con la rappresentazione del sintomo il sintomo stesso, perché è il metodo dell’analisi. Indica la via. Ecco perché non si butta la teologia, la psicanalisi, la filosofia. Vanno lette, digerite, ciascuna volta. Ecco perché non butto via la balbuzie e ho intitolato, neanche poi tanto ironicamente, il mio testo "L’oro della balbuzie". Ma i balbuzienti vigilano, controllano, padroneggiano, gestiscono l’orticello della balbuzie e non tollerano che si squarci ed esca l’oro.
La medicina canonica, la farmacocrazia, lo stato, non permettono che si scherzi sulla depressione. Pare che su trecento milioni di depressi nel pianeta solo trenta milioni siano curati nei paesi avanzati economicamente e tecnicamente. Quindi ci sarebbero 270 milioni di persone alle quali vendere psicofarmaci. Facile da quantificare il business: al modico prezzo di un euro la pillolina al giorno ci sarebbero 270 milioni di euro da incassare al giorno. E io non sono Don Chisciotte, neanche Bouvard e nemmeno Pecuchet. Non mi prendo neanche più per Giancarlo Calciolari.
Lo hai anche detto, in altre parole, che senza il tuo "disturbo" non avresti fatto nulla di essenziale. L’oro della depressione? Dovrei togliere il punto interrogativo e far diventare la malinconia una questione intellettuale.
[Da una lettera di giugno 2011. Per gentile proposta e concessione dell’Amico.]