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Un feuilleton?

“Cronaca di una morte annunciata”, di Gabriel José Garcia Márquez

Monica Cito
(3.04.2012)

«Una storia d’amore non priva di elementi da feuilleton, dati come protagonisti un Lui ricco e intelligente ed una Lei povera e “scema”, ma bella, bionda, dagli occhi azzurri, alle cui spalle stanno situazioni familiari antitetiche»

Il periodo che avete appena letto, e che potete trovare nell’introduzione di “Shosha”del Singer, risulta in armonia con altro periodo d’altra introduzione a tutt’altro testo narrativo, ma introdotto dallo stesso Ermanno Paccagnini; al quale piace, a quanto pare, inserire la parolina feuilleton in “ogni” suo lavoro.

Se nelle riflessioni sul Singer ho voluto criticare l’uso di tale termine in ragione d’essenza di testo, qui la critica si fa più serrata, dato che il nuovo periodo “incriminato” rende non solo poca giustizia, ma va a colpire quello che, secondo la scrivente, è il cuore del libro, “almeno” da un punto di vista strettamente narrativo. Vi riporto il periodo dell’edizione de qua:

«Accumulo e intreccio di testimonianza che sono poi accumulo e intreccio di storie di Santiago. Degli speculari e complementari gemelli Vicario, assassini quasi loro malgrado. Di Bayardo San Román, il forestiero che sconvolge la comunità con la sua sfacciata esibizione di ricchezza. Di Angela Vicario, che solo dopo il ripudio comincia veramente ad amare il marito Bayardo (con appendice feuilletonistica, venticinque anni dopo: quando – ed è situazione che preannuncia “L’amore ai tempi del colera” – un disfatto Bayardo torna dalla moglie ripudiata con le duemila lettere di lei)» (pag. IX dell’introduzione).

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Hiko Yoshitaka, "Senza titolo", 2012, cifratipo, olio su carta Artem du Fabriano

Quanto, così contestualizzato, il termine feuilleton sia qui usato in senso negativo e non quale rimembranza di genere (se addirittura non di movimento) è facilmente intuibile dopo la lettura sia dello Shosha che della Cronaca. Più confacente, nell’uno e l’altro caso, sarebbe stato usare termini contemporanei, quali ad esempio soap opera e simili; ma una scelta del genere sarebbe risultata arditissima ed avrebbe tolto il “giusto” grado d’intellettualismo che il termine, in vece ed invece adoperato lascia trasparire. Il risultato, tuttavia, scartando a priori copiosa analisi storico-letteraria di genere, rende quella visione depauperante, credo voluta dal commentatore.

Colpire il cuore d’uno scritto in maniera indiretta è comunque sempre un atto di retroguardia.

Chi sia Márquez è facile ad intuirsi dalla stessa introduzione, e cosa sia la sua Cronaca anche, dato che sul tema si riportano le stesse dichiarazioni del compilatore.

È una storia vera, “Cronaca di una morte annunciata”: ce lo dice Márquez in persona; e in questa storia vera egli innesta delle sensazioni individuali probabili.

Quella storia è vissuta in un contesto particolare e locale dichiarato dall’autore, che scrive in prima persona quale coprotagonista del dramma inscenato. Poco prima del dichiarato finale-feuilleton “del” Paccagnini (introduttore), il Márquez sente la necessità strutturale di contestualizzare gli eventi, o meglio di dichiarare la contestualizzazione degli eventi, sino a quel momento letti a più timbri e voci:

«Per anni non potemmo parlare d’altro. Il nostro comportamento quotidiano, governato fino a quel momento da tali consuetudini lineari, aveva cominciato a girare di colpo attorno a un medesimo affanno comune. I galli dell’alba ci sorprendevano mentre cercavamo di riordinare le numerose casualità incatenate che avevano reso possibile l’assurdo, ed era evidente che non lo facevamo per una semplice ansia di chiarire i misteri, ma piuttosto perché nessuno di noi poteva continuare a vivere senza sapere con esattezza qual era il posto e la missione che ci aveva assegnato la fatalità» (pag. 82).

Fino a questo punto, il drammatico mondo primitivo di villaggio-chiuso viene analizzato attraverso la lente unifocale dell’unico studioso, Márquez, capace di riordinare, con l’ausilio della ragione, i fatti. Fino a questo momento, la prevalenza è data ai fatti ed alle consuetudini e non esistono dialoghi puri tra un io ed un alter, come in ogni romanzo che voglia antologizzare al massimo le emozioni; qui espresse dal coro dei protagonisti.

L’autore ha inserito, come in un rinvenuto polveroso verbale, una cronaca appunto: ciò che la gente disse e pensò d’un delitto, delle sue fasi prodromiche, del mancato intervento impeditivo, dell’evento inevitato ed inevitabile. Inevitabile perché – reperita iuvant – vi è un comportamento quotidiano, governato fino a quel momento da tali consuetudini lineari. E, quando tali consuetudini, in conseguenza dell’evento luttuoso, vacillano, il popolo reputa di dover riordinare le numerose casualità incatenate che avevano reso possibile l’assurdo.

Un nuovo piano conoscitivo si apre davanti agli occhi degli abitanti del luogo descritto attraverso le caratterialità degli stessi autoctoni, un piano che non può più considerare l’amore così come sino a quel momento è stato inteso. Perché esso non è stato inteso; è stato da tempo frainteso e qualcuno doveva pure, prima o poi, sentire la necessità di porre un freno a tale fraintendimento. Generativo d’una società che autoriproduce, con prassi, vecchi canoni.

Angela Vicario (forse non è casuale nemmeno la scelta di quel cognome!) cambia la prospettiva della propria esistenza. Certo, lei è e rimarrà una vittima, come l’assassinato, morto per “ostinata” omissione di verità della donna; ma è una vittima capace di organizzare le sue forze mentali compromesse intorno al concetto di neo-restaurazione sociale. D’altro canto, forse, si innamorerà del suo violentatore (l’unico?) e marito dopo.

Quando si sposa, sa di non essere vergine e studia con le amiche come non far scoprire al marito la verità. Al momento però della congiunzione carnale, ella non riesce nell’intento menzognero ed attoreo, e permette – a ben leggere – che il marito la violenti e scopra; ma lei si reputa già morta, a quel punto, e nulla ha più importanza.

Con tale supina e voluta violenza, ella ritorna ad essere nubile e vergine, e in tale riconquistata identità prova a riconquistare suo marito: il ripudiatore.

E non è finita, la concatenazione narrativa superlativa del Márquez, perché si chiuderà, quello che il Paccagnini definisce feuilleton, con una considerazione d’alto contenuto spirituale, dal profondo sapore pascaliano, chiamando in gioco la decadenza fisica dei due sposi.

La parte prettamente narrativa-fantastica è quella stramba storia d’amore al confine tra un vecchio e un futuro modo di considerare la società umana ed il potere dell’omissione e/o dell’omertà. Angela Vicario è ancora la figlia d’un tempo che fu, e prepara pazientemente il domani, forse la vecchiaia e – perché no? – questo potrebbe anche essere il suo modo di morire, la lenta sua dissoluzione per mano di chi l’ebbe già morta il giorno delle nozze, nella grande e bella villa abitata da una sposa deceduta ed ancora amata dal vecchi che ancora muore di nostalgia.

Il rapporto tra dramma e società è lo stesso che intercorre tra l’uomo e la donna: un rapporto complesso, guidato da leggi codificatesi con i secoli. L’uomo è ancora il padrone di se stesso e della donna, sia essa sua moglie o una sorella. Quale padrone, l’uomo può tornare a casa con tante e tali lettere ancora sigillate.

C’è una donna però, una sola, che riesce a sapere un bel po’ di fatti, riesce ad ottenere delle confessioni: è una suora. È appena il caso, allora, di sottolineare che un certo qual, finissimo e suggestivo, anticlericalismo permea l’opera e ne fornisce un dato contemporaneissimo: l’apparire d’una istituzione religiosa, il suo potere mediatico, il suo ingerirsi, nuovo e nuovamente scomodo, nel contesto culturale ospitante.

Questo è un feuilleton? Forse sì, ma che feuilleton! Dalla tecnica narrativa del generale (contesto), a quella della precisazione (arricchimento del contesto in maniera graduale a mano a mano dello scorrere del tempo-testo), al finale dell’eterno ritorno dell’uomo alle origini: la casa materna, per ivi, in un annunciato allora morire entrando dalla porta di servizio.

Un dramma complesso, e del quale abbiamo precisa caratterizzazione, nell’attesa d’una rinnovata civiltà:

«[…] la maggior parte di quelli che avrebbero potuto far qualcosa per impedire il delitto e tuttavia non lo fecero, si consolarono con il pretesto che le questioni d’onore sono recinti sacri ai quali hanno accesso soltanto i padroni del dramma» (pagg. 82-83).

Pur criticata la parte dell’introduzione che ha permesso di stilare questa critica, l’intero scritto del Paccagnini è degno di buona lettura,inquadrando l’opera del Márquez con spunti e riporti d’autore d’indubbio valore conoscitivo.


Qui, infatti, possiamo apprendere la genesi dell’opera e leggere molte spiegazioni dell’autore, che fra l’altro dice: «A interessarmi non era più il delitto in sé bensì il tema letterario della responsabilità collettiva» (pag. VII dell’introduzione):

«Ognuno mi porta i prigionieri che sono in lui, sono persone, occhi ciechi, orecchie sorde che vogliono sentire un messaggio, che vogliono che gli si dica qualcosa e che li si guardi e che vogliono stare finalmente in pace e lasciare in pace quelli che li hanno portati lì, il cui compito era precisamente quello di proteggerli, di soddisfarli e in fin dei conti di procurargli il nutrimento che ricevono in questo istante» (da: J.J. Abrahams “L’uomo col magnetofono”, edizione italiana per i tipi della Valentino Bompiani s.p.a. , Milano, 1973; riedito nel 1979 ne “I tascabili Bompiani” con sottotitolo: “Un atto di accusa contro il potere psicoanalitico”. Traduzione dall’originale francese: Silvia Pizzorno; pag. 70)

Gabriel José Garcia Márquez nasce il 6 marzo 1927 ad Aracataca. Nel 1980, riceve dall’allora Presidente della Repubblica francese, François Mitterand, la Légion d’Honneur, e due anni dopo viene insignito del Premio Nobel per la letteratura.

“Cronaca di una morte annunciata” viene dalla scrivente considerato romanzo; ma l’autore la considera un racconto lungo.

L’edizione testé esaminata è stata impressa come supplemento a “Famiglia Cristiana” n. 30 del 25 luglio 2004, su licenza dell’editore italiano Arnoldo Mondatori s.p.a. , Milano, per i cui tipi il romanzo comparve nel 1982, con traduzione dall’originale (Cronica de una muerte annunciada, 1981) a cura di Dario Puccini.

Marzo 2012.

L’articolo che segue fu pubblicato anni orsono su Lankelot.com, magazine elettronico dello scrittore Gianfranco Franchi. Parve all’epoca avere una certa qual rilevanza di studio, e pertanto a tal fine, se utile, e per collegarlo all’attuale altra recensione su Márquez, ve lo si ripropone qui. Ben felici se ne potete o avete necessità di trarne spunto.


SHOSHA, di ISAAC BASHEVIS SINGER

IL RAGGIO DELL’ILLUMINAZIONE

Letto oggi, 7/09/2005, in Ceglie Messapica (BR), dopo una brutta febbre e un colossale spavento da errato referto medico.

Un libro che magistralmente descrive un reale e contemporaneamente ipotetico “tempo” del male.

L’ipotetico sta qui per ipotesi, postulato, ineluttabilità, ripetizione.

Così, stalinismo e nazionalismo sono la medesima COSA, che minaccia. COSA lontana, che ineluttabilmente si avvicina e porta seco distruzione e morte.

La distruzione e la morte sono anche prima della Cosa, e l’uomo è perciò, contestualmente, vivo e morto; è la pagina d’un libro.

Che poi quella pagina sia anche la storia individuale e collettiva, non va da sé
, non è intuibile, quando a reggere un costrutto non è più un piccolo sistema filosofico, ma un amalgama di tutti quanti i possibili sistemi filosofici creati dall’essere umano.

Il bene è un sistema… ed anche il comunismo, le prigioni, il nazismo, le prigioni, la condizione femminile e la sua infanzia, la prostituzione e la seduzione, Dio e Satana e… le prigioni.

Così, nel momento in cui l’uomo potrebbe, volendo, aderire a qualche idea, è contemporaneamente tradito dalla stessa, in un continuum di dolore e morte.

C’è sempre il pagamento di un dazio. Si “paga” l’amore, si “paga” l’amicizia, si “paga” la libertà; il tutto si paga sempre con la perdita.


Il cambiamento presuppone una perdita. La perdita è un presupposto anche dell’impegno parziale, della cura parziale, della disattenzione, disaffezione, critica. Proprio quando il lettore crede di aver trovato risposta all’etica dell’io narrante, lo scopre fragile, più piccolo uomo di quanto abbia ipotizzato.

Lo scontro meditativo esiste con le due tematiche-base principali del libro, e con le apparentemente secondarie.

Il mondo attende sempre una nuova catastrofe, il mondo non ascolta gli innocenti; è quindi costretto a vivere nell’ignoranza.

La pagina del libro della conoscenza può aiutarci a comprendere il mistero della vita e della morte, che sono, in realtà, la stessa entità e, se l’una non esiste, immancabilmente esiste l’altra, data la loro totale intercambiabilità.

«Una volta c’era un filosofo che credeva che tutto fosse un sogno. Dio sogna e il mondo è il suo sogno»

«È scritto nei libri?» chiese Shosha

«Sì, nei libri» (pag.187);

Elaboravo per Shosha una teoria secondo la quale la storia del mondo era un libro che l’uomo poteva leggere solo andando avanti. Non poteva mai girare all’indietro le pagine del suo libro del mondo. Ma tutto ciò che era stato continuava a esistere. Yppe viveva da qualche parte. Le galline, le oche e le anitre che ogni giorno gli scannatori della corte di Yanash scannavano, continuavano a vivere, chiocciare, starnazzare ammassate nelle altre pagine del libro del mondo…le pagine di destra, dal momento che il libro del mondo era scritto in yiddish, che si legge da destra verso sinistra
(pag. 194).

Parrebbe banale, la base, se non si considerasse l’intero, opulento romanzo.

Lo definirei un puzzle di concetti intellettuali d’altissimo livello; tutto compreso in un testo: tradizioni, costrutti sociali, costumanze, moralismi, deismo, idolatrie (anche politiche), filosofie (anche teologie), letture proibite, ed un’infinità di PREPARATI (leggasi KASHER, ossia “a posto”; leggasi ancora KASHER, ossia “puro”).

Tutto ciò che ci circonda…tale e tanta purezza è dunque al suo posto, ma è anche soggetta all’attacco continuo del suo opposto, ossia l’impuro, il TREYF.

Certo, il mondo è pieno se non di tutte queste impurità, senz’alto di falsi messia. Nell’attesa del vero Messia, il mondo si prepara e, poco prima della sua venuta, esso sarà o completamente ritornato innocente (puro) o irrimediabilmente corrotto (impuro).

Come dire: buono e/o cattivo?

No, perché in altri passi si avanza l’ipotesi dell’ineluttabilità del male.

Sarebbe semplicistico sol per questo asserire che così l’autore voglia sottolineare l’agnosticismo dell’io narrante. Semplicistico perché, se così fosse, nello stesso romanzo forse non avrebbe dovuto occuparsi anche dei falsi messia. Propendo per l’ipotesi che quel particolare ebreo maschio, intellettuale, agnostico, sia e rimanga ebreo proprio perché continua ad utilizzare i canoni culturali d’appartenenza in un rapporto dialogico nuovo, laico, ma non del tutto abiurante ed apparentemente eretico.

Del resto, è perseguitato perché ebreo, e rinunciare ad esserlo è cedere stupidamente ad una pietà che non può (e forse nemmeno vuole) suscitare nel persecutore. Inoltre, il persecutore è Hitler-Goebbels, ossia Satana in persona.

Attraverso le pagine si dipana una religiosità talmudica precettiva, chiara, nozionistica giuridica, che verrà lentamente analizzata, cabalisticamente scoperta.
Il raggio dell’Illuminazione, NOGATH, si scoprirà alla fine, e sarà l’oscurità (1).

Chiudo rimandandovi all’introduzione, che ho da criticare sentitamente in un punto, quello che vuole edere la storia d’amore tra l’io narrante e la sua coprotagonista Shosha (titolo, peraltro, del romanzo) come una storia […] non priva di elementi da feuilleton, dati come protagonisti un Lui ricco e intelligente e una Lei povera e “scema”, ma bella, bionda, dagli occhi azzurri […] (pag. XI)

Da sola, quest’asserzione basta a far fraintendere tutto il libro, ad impoverirlo, mistificarlo ed offenderlo.

I due protagonisti sono poveri, e a nulla vale l’origine altoborghese di Lui. Solo alla fine, forse, Lui diventerà ricco, dato che ci si dice che è famoso ed è andato con Lei a ripararsi in America.
Quella “scema”, seppure tra virgolette, offende l’intento rivoluzionario del testo.

A qualcuno può davvero dispiacere, mi chiedo, che un uomo scelga d’occuparsi di una donna-bambina-innocente, non priva di una sua particolarissima sensibilità, superiore a quella dei cosiddetti normali?

Vagando così per il paese, passando per città e villaggi, ascoltava attentamente i discorsi dei passanti, e imparava saggezza dalla bocca della gente del popolo e dalle parole degli Anziani, e riponeva tutto nello scrigno del suo cuore; e ciò lo consolava nel suo lungo vagare (2).

A tal proposito, nel glossarietto accluso, il curatore ci offre la nozione di NOGATH e ci consiglia la lettura del volume “Liqutei Amarim” edito in Italia dalla Merkas Linyanei Chinuch di Milano. È l’unica lettura consigliataci, e credo non a caso.

Da: “Leggende del re Salomone. Undici racconti di Hayim Naham Bialik, illustrati da Nachum Gutman”, a cura e traduzione di Gaio Siciliani, edizioni Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, 1994; n. 23 della collana editoriale “Fiabesca”. La citazione trovasi a pag. 93. Questo volumetto è stato oggetto d’una campagna promozionale estiva nel 1998. Io l’ho comprato il 14 gennaio 2001 a Telese Terme (BN) insieme ad altro testo, del quale sotto riporto gli estremi, pagandolo al prezzo di uno, i due imballati insieme col cellophane. L’altro testo è: Joseph Charles Victor Mardurus, “Il paradiso musulmano”, illustrato da François- Louis Schmied; a cura di Omar Austin, edizioni Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, 1994, n.32 della stessa collana “Fiabesca”. Traduzione di Emanuela Galanti.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Isaac Bashevis Singer (Radzymin,1904 – Surfiside 1991) romanziere polacco.

Nel 1978, Singer è stato eletto Premio Nobel per la Letteratura.

Isaac Bashevis Singer, “Shosha”, Edizione speciale per il settimanale “Famiglia Cristiana” su licenza Longanesi & C., Milano, 2004.

Il libro è qua e là arricchito dalle note del traduttore e possiede un glossarietto, non del tutto esaustivo, e presumibilmente curato dal traduttore.

Nel complesso, una buona opera editoriale, ma perfettibile.

Introduzione di Ermanno Paccagnini. Traduzione di: Mario Biondi

Titolo originale: Shosha, 1978.

Prima edizione italiana: Longanesi & C., Milano, 1978

Brunilde Artemisio. Data digitazione: 16/09/2005

Monica Cito È nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).

Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com); articolista sin dai tempi della pratica forense della rivista giuridica on line www.diritto.it diretta dal dott. Francesco Brugaletta, referendario TAR. Collabora inoltre con portali letterari, anche di rilevanza internazionale.

Compare su Book and the others sorrows, blog della scrittrice Francesca Mazzucato su Kataweb, nel numero d’esordio della rivista letteraria Il Cavallo di Cavalcanti, Azimut edizioni, Roma, e su periodici altri.

Ha presieduto il premio letterario Storie a Mezzogiorno, di cui ha ideato e curato omonima collettanea per i tipi Edizioni Simple, Macerata, 2009.

Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, editor di esordienti.

Le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel tomo Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

È autrice di una rubrica di deontologia forense, all’interno del programma di attualità e promozione del territorio “Oblò”, trasmesso su TBM secondo il palinsesto previsto dall’emittente.

Essere gluten sensitive e socio collaboratore dell’Associazione Italiana Celiachia sono per lei entità soggettivo-sociali inscindibili.


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19.05.2017