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Thomas Szasz, "Virginia Woolf e la questione donna"

Carlo Marchetti
(26.03.2012)

Da oltre due secoli, da Charcot, da Freud e da molti altri dopo di loro, è frequente rilevare come psichiatri, psicanalisti e altri cultori, a differente titolo, delle cosiddette scienze psy, hanno dedicato parte rilevante della loro ricerca e della loro narrazione a scrittori, musicisti, artisti, conferendo rilievo ad alcuni di questi e ad alcuni elementi peculiari della loro biografia, ciascuno secondo il suo modo e la sua formazione.

Freud stesso, com’è noto, si definì in più occasioni “biografo” dei casi che incontrava, in quanto ciascuno è caso di vita, caso che si scrive vivendo. E s’interessò con efficacia e originalità a casi tratti dalla cronaca, dalla storia e dalla storia dell’arte. Tra questi, certamente, la vicenda del senatpräsident Schreber, il famoso sogno di Leonardo da Vinci, l’analisi del bassorilievo La Gradiva di Jensen, o il Mosè di Michelangelo. Altri autori, dopo anni di ricerca e di pratica riguardanti la clinica, il disagio, le cosiddette problematiche psichiche, a un certo punto hanno avvertito l’interesse e l’istanza di affrontare casi noti nella letteratura, nella storia, nell’arte, nella musica, talvolta nella cronaca, apparentemente mettendo a frutto la propria esperienza professionale e di ricerca, in realtà ponendo in gioco qualcosa che li riguarda e che interviene in un momento particolare dell’ elaborazione.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2007, gesso patinato e ossidato

A tale passo non si è sottratto nemmeno Thomas Szasz. Uno degli esempi più recenti della sua ricerca è costituito infatti dall’interessantissimo libro che ha dedicato alla grande scrittrice inglese Virginia Woolf. Edito in Italia da Spirali con il titolo La mia follia mi ha salvato, tratto da una frase pronunciata una volta dalla Woolf, con il seguito La follia e il matrimonio di Virginia Woolf, è stato, in Italia e in altri paesi, un notevole successo editoriale. Szasz d’altronde è notissimo in tutto il pianeta. È noto come scienziato: si è formato come psichiatra e come fisico, ciò che ha dato notevole forza logica alle sue argomentazioni. È noto, anche, per le sue battaglie libertarie, antiproibizioniste, non psichiatriche più che antipsichiatriche, e per le battaglie legali e scientifiche per sensibilizzare governanti, scienziati e soprattutto cittadini sui pericoli derivati dall’abuso di psicofarmaci e dalle pratiche d’internamento coatto, per cui ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali uno, quello di “Eroe della libertà”, riservato a 35 cittadini statunitensi viventi, particolarmente prestigioso.

È noto come scrittore, in quanto ha una scrittura narrativa molto incisiva e di notevole effetto comunicativo, ha scritto molti libri importanti, tradotti in molte lingue, tra i quali Il mito della malattia mentale, il più noto, La battaglia per la salute, Farmacrazia, pubblicati dalla casa editrice Spirali, quindi Il mito della droga, Il mito della psicoterapia e il celebre Schizofrenia simbolo sacro della psichiatria.

Nel libro La mia follia mi ha salvato. La follia e il matrimonio di Virginia Woolf, Szasz rilegge dunque la vita di una delle più rivoluzionarie scrittrici del Novecento, dall’infanzia fino al tragico epilogo del suicidio, cogliendone i lati più nascosti e meno esplorati, in contrasto con il discorso dominante, avanzato sia dalla critica letteraria sia dalla psichiatria. Si tratta di un’opera che riscopre Virginia Woolf andando oltre la sua rappresentazione di genio malato che la vorrebbe divisa tra "genio" e "follia".

Secondo Szasz, qui nella duplice veste di scrittore e di psicanalista, Virginia non era vittima né della malattia mentale, né del marito, né, quasi paradossalmente, della stessa psichiatria, anche se l’autore si chiede esplicitamente come mai entrambi, lei fin dall’inizio interessata alla psicanalisi, lui editore dei libri di Freud in inglese, non si siano rivolti alla psicanalisi, che pure entrambi conoscevano bene. Leggendo il libro, si rileva come Virginia non potesse essere definita “semplicemente” folle, ovvero "posseduta dalla follia" in termini tradizionali; al contrario, quasi "possedeva la sua follia". Szasz rileva come sia Virginia sia il marito Leonard abbiano usato nella loro vita l’idea di follia e la pratica psichiatrica cui fu sottoposta Virginia per gestire e manipolare a vicenda le loro vite, facendo entrare e uscire di scena il fantasma della malattia mentale per tutta la loro esistenza. Anche la difficoltà matrimoniale della coppia Woolf fu affrontata facendo recitare a Virginia la parte d’invalida mentale e di genio letterario, e a Leonard quelle di protettore, infermiere psichiatrico e impresario letterario della moglie.


Matrimonio e follia furono dunque, anche in questo caso e come spesso accade, una volta di più due maschere dietro cui entrambi si celarono per nascondere le proprie difficoltà o per meglio perseguire le proprie ambizioni, dettate in modo rilevante da finalità perbenistiche e di relazione sociale.

Nella lettura di questo libro ho trovato aspetti inattesi di Szasz o, meglio, intravisti solamente in filigrana nei suoi libri precedenti o nei suoi articoli, e l’opera nel suo insieme è molto più complessa delle altre, anche se questo costituisce un ulteriore motivo d’interesse. È come se l’autore avesse trovato un ostacolo che lo ha obbligato a un altro approccio, a un ragionamento altro rispetto a quello che aveva informato la maggior parte dei suoi testi precedenti, e come la “questione donna”, in tale processo, non sia esente. Nel libro di Szasz è in grande rilievo la questione donna, non come identità sessuale ma, piuttosto, come differenza sessuale, cioè come singolarità, non come genere, non nuovamente come appartenenza. Non, dunque, come recipiente in cui, partendo dall’anagrafica, dalla catalogazione e dall’attribuzione di senso, il discorso occidentale, e con esso il senso comune, inserisce le persone.


Nel testo di Szasz c’è piuttosto la differenza nella sua singolarità, quasi nella sua corporeità, nello spazio-tempo. Lo spazio-tempo nella scrittura di Virginia Woolf è di una singolarità, di una materialità e di una corporeità che fanno parlare, appunto, di una differenza intesa come singolarità e unicità. Questa è la follia: l’impossibilità di catalogare, l’impossibilità di schedare, l’impossibilità di standardizzare e di stigmatizzare. Certamente, è proprio quell’autrice donna di cui si accinge a parlare e la sua vicenda di vita che pare riguardare Szasz molto da vicino e, per molti aspetti, provocarlo.


Alla lettura del libro si avverte come il caso Virginia Woolf non sia stato solamente caso di vita e caso clinico, e sicuramente caso di qualità, di cui quella letteraria è stata grandissima, ma anche provocazione costante, riguardante anche la pratica psicanalitica, in particolare quella che investe il rapporto tra psicanalista e analizzante donna. Il libro non prescinde comunque mai, lungo la narrazione, dal caso di qualità di Virginia e dalla sua cifra, riguardante la sua scrittura e la sua produzione letteraria, cui fa spesso riferimento. E a questo c’indirizza in particolare l’edizione italiana, con la bellissima introduzione di Susan Petrilli, scrittrice anch’essa, ricercatrice, docente di semiotica all’Università di Bari, che si è avvalsa di una propria ricerca originale e di quella condotta con la cifrematica, occupatasi della questione donna per oltre trent’anni della sua elaborazione. Così anche nelle note di Augusto Ponzio, scrittore, filosofo del linguaggio, docente di questa disciplina all’Università di Bari, grande lettore di Szasz. Al riguardo, afferma che nella sua scrittura Szasz non dà nulla per scontato: procede, fa un cammino, si spinge in avanti fino a un certo punto, nella sua ricerca e nelle sue note. Tuttavia, dalla sua scrittura traspaiono spesso anche alcuni limiti, alcuni arretramenti rispetto ad affermazioni precedenti, ma anche questo, secondo Ponzio, è un aspetto interessante di Szasz e del messaggio che ci propone attraverso i suoi libri, messaggio mai esente dalla clinica e dalle riflessioni che da questa procedono. Sempre riguardo alla sua scrittura, il noto anglista Gino Scatasta afferma che per leggere questo libro non serve conoscere bene Virginia Woolf, anzi, provoca a leggere i suoi libri più che a conoscerla. Questo è un aspetto molto interessante perché solamente una persona che ha raggiunto un certo livello di distacco rispetto alla disciplina psichiatrica, al dibattito sui gender studies, può scrivere un tale testo: nella sua scrittura si nota uno sguardo che passa attraverso, grazie al quale non deve difendere nulla.

Thomas Szasz infatti, in questo libro, non deve difendere alcuna posizione accademica, bensì si sente quasi in diritto di attraversare argomenti come quelli trattati senza preoccuparsi di quali saranno le conclusioni di lettori e di eventuali esperti o di dovere dimostrare una o più tesi. Ma in questo ritorna la questione donna, con cui Szasz si confronta lungo tutto il libro. Questione donna, alla cui definizione la cifrematica, scienza della parola, ha dato un contributo fondamentale, sia in termini teorici sia in termini di clinica che non coincide solamente e non si esaurisce con la questione femminile. La questione donna, secondo l’elaborazione della cifrematica, definisce la questione di un itinerario intellettuale fra il cammino e il percorso dell’identificazione ed emerge come questione intellettuale, quindi come questione dell’arte e della cultura, e questione della struttura della parola.


Questione donna che incomincia a enunciarsi nel Rinascimento come questione del rinascimento stesso della parola e della sua industria, quindi come questione dell’itinerario, questione dell’arte e della cultura, e ciò rappresenta, come testimoniano le scrittrici, le poetesse, le artiste di questo periodo, l’irruzione delle donne sulla scena occidentale. In tal modo la donna può assurgere a indice dell’anonimato del nome, della differenza e della cifra.
Sono questioni che riguardano senza dubbio la vicenda umana e quella letteraria di Virginia Woolf, non affrontate finora né dalla critica letteraria riguardante la sua opera né dalle note biografiche che le sono state dedicate.

Virginia è stata una delle prime scrittrici a essere uscita dalle nebbie del romanticismo, che per molti aspetti aveva relegato nuovamente la donna a una funzione, culturale e sociale, di subalternità, o in ruoli che oscillavano tra la devozione e la trasgressione, tra l’accettazione di tale ruolo e il suo rifiuto, ma sempre in una riconoscibilità e in una rappresentabilità, nel pubblico e nel privato, anche quando si è trattato di donne impegnate, spesso con forza, nella politica e nella cultura. Si tratta di aspetti che sembrano accostati più volte da Szasz nel suo libro, davanti ai quali tuttavia, a differenza di altri temi nodali da lui affrontati in modo radicale in passato, come quello della malattia mentale, sembra essersi arrestato, forse perché la provocazione della questione donna in termini di assoluto, di differenza irriducibile, anche alle catalogazioni più scontate e negli atti apparentemente meno giustificabili, come il suicidio, e in termini di sessualità e d’intellettualità, è stata anche per lui, almeno in quest’occasione, troppo forte per essere riconosciuta e delineata nel rilievo e nell’importanza che le competono.


26 marzo 2012


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