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Lo scritto e la verità

Francis Pagano
(21.03.2012)

“È con la parola, certo che si traccia la strada verso lo scritto”. Jacques Lacan interviene così nel libro XVIII del capitolo “Lo scritto e la verità” (Einaudi).

La questione qui lanciata affonda le radici in una rilettura del discorso lacaniano, entro cui la posizione dell’analista non si fonda sul discorso: la chiacchiera politica, appartenente a chissà quale partito o religione, è piuttosto quella della politica della parola che nel suo atto traccia la sua etica.

Lo scritto si differenzia dalla parola. Lo scritto, preso in se stesso, pretende il commento dell’altro senza intesa linguistica. Senza tensione verso l’accordo.

L’indiscrezione nel commento trova ragion sufficiente nella sua posizione vertiginosa, ma la questione è sempre lungo il filo dell’esperienza, dove l’analista è sempre supposto sapere quello che fa, aprendo così ciascuna chance al malinteso. Il supposto è la Cosa per Lacan.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Sigmund Freud scrive “alla rappresentazione della parola si connette la rappresentazione dell’oggetto contenente le associazioni oggettuali”. Perciò l’oggetto ha la sembianza di una cosa, dotata di impressioni sensorie provenienti dall’oggetto.

L’oggetto quindi è sembiante di qualcosa la cui sembianza si veste di forma.
Le rappresentazioni non riguardano l’immagine, non riguardano l’immagine di Dio, esse sono anzitutto rappresentazioni di oggetto/di cosa e rappresentazioni di parola in cui si accordano la sembianza e il sembiante nell’attimo della funzione.

L’attimo non si distende lungo la linea del tempo, quindi non è potenziale, non può essere elevato a potenza, ma esso è un atomo indivisibile, è l’istante nella sua funzione infinita.

L’istante è un segno, ma occorre non dimenticare la parola perché senza tale parola l’analisi s’inceppa sospendendosi.

La parola è il vaso da cui escono i doni del linguaggio.

Jacques Lacan fa riferimento al vaso di Pandora scrivendo: “l’importante è che paroliate!”

La questione ebraica s’accorda con la lettura occidentale, entro i toni dell’ordinale: c’è un ordine nelle cose ma non un ordine ordinale, non c’è gerarchia perché ciascuna cosa s’associa, si coglie accanto alle altre facendole così risultare assolute per la composizione del quadro. La lettura coglie l’invisibile muovendo lo sguardo l’ascolto, l’emozione.

La verità dunque si rintraccia nella libera associazione, perché non c’è nulla di più libero delle variabili matematiche in cui, tra un matema e l’altro si denota l’istanza del ritmo: l’aritmetica.

La lettura è sinestetica, la parola stessa è sinestetica; la sinestetica è sensibilità sonora.
Con Armando Verdiglione la sensibilità sonora diviene tonale. I toni s’accordano sul filo e la corda del linguaggio entro cui l’universo s’estende nell’attimo atomico.

Quindi non c’è più relativismo ipotizzato da Einstein, perché l’attimo trova la sua funzione, e il tempo non corre più sulla percezione, quindi dal nervo acustico al nervo ottico, ma esso diviene nella nota, nel punto, nel tratto, nella linea, l’accento che compone la parola, il periodo, la frase, l’etica.

Leggere la parola ebraica è leggere l’avvenire, il divenire anteriore, alla radice.
La radice, Kedem, è origine, è parola originaria dove, come l’ebreo dice, l’uomo deve avere i piedi nel progresso e la testa nell’origine.

Il tempo ebraico non è lineare; l’ebreo vive sopra la natura e considera il tempo un’altro tempo. Per lui esso è l’Altro.

Il Talmud insegna che la genetica del tempo è domanda, dove tutto è paradosso e moltitudine di domande, di voci, di saggi, d’interpretazioni senza fine, di Scritti.
Ecco la nostra impresa intellettuale, la lettura, intorno agli Scritti, de Monsieur Jacques Lacan, e intorno i vasi che, nella Cabala, risultano rotti perché l’assenza della parola diverrebbe insopportabile poiché la luce ci renderebbe tutti cechi.

Per concludere, il grafo è forma scritta, è segno che, all’incrocio con l’analista, per dirlo con Lacan, rintraccia l’origine, la lettera, l’alfabeto, l’atomo, la molecola che trova modulazione tonica nella scrittura dell’esperienza.




21 marzo 2012


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